19/07/2019
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2000 anni di storia… in poche ore!

Ieri, 28 marzo 2019, presso l’Aula magna storica del Rettorato, nell’ambito di un interessantissimo progetto di avvicinamento tra saperi accademici e senso comune (Università e cittadinanza), si è svolto l’incontro dal titolo “200K di storia. L’idea tutta umana che l’uomo ha di sé”. A prendere la parola, professori e ricercatori dell’Università, esperti in storia, archeologia e antropologia, a moderare gli interventi, invece, il prof. Lancioni.

Più che attraverso lo sviluppo di un singolo motivo, la serata si è svolta all’insegna dell’intreccio di più tematiche, in modo da poter fornire ai partecipanti più chiavi di lettura a un problema complesso come quello dell’autopercezione umana.

 

Il filo-guida dell’incontro è stata la cronologia della storia, con una progressione dai tempi più antichi alla più prossima contemporaneità.

 

Tra i molti luoghi comuni sfatati, in primis quello che vorrebbe concepire l’origine della specie umana secondo un modello lineare, dalla scimmia all’uomo. In realtà, gli esperti  sanno da tempo che l’evoluzione della nostra specie può essere descritta secondo una logica arborescente e multiplanare, più atta ad esprimere la nascita di varietà specifiche nei continenti; tra queste varietà troviamo il conosciutissimo Uomo di Neanderthal. Fino agli anni ’50, l’uomo di Neanderthal era considerato molto diverso da noi, mentre recentemente si è addirittura giunti a sostenere che un neanderthaliano, ai nostri giorni, se opportunamente vestito e curato, faticherebbe a distinguersi dagli uomini moderni. In effetti è noto che il Neanderthal in tempi non sospetti si unì anche ai nostri antenati, tramandandoci parte del suo corredo genetico.

La preistoria dell’uomo, da tutti considerata nel segno dell’arretratezza, è stato, invece, un periodo ricco. Qui infatti si sono compiuti i principali salti evolutivi della nostra specie, tra cui quello più importante, situato 40.000 anni fa, a cui si fa risalire lo sviluppo della mente immaginativa, più semplicemente, la comparsa della caratteristica più specifica dell’animale umano: il linguaggio. Quintessenza del linguaggio – potremmo dire poeticamente – è l’utopia; in termini tecnici, invece, definiamo il parlare come il poter dire quello che non esiste attraverso quello che esiste, ovvero evocare significati potenzialmente falsi medianti segni reali e sensibili.

 

 

 

Con un salto storico non indifferente, si arriva al mondo classico, provocatoriamente proposto dal prof. Bettalli, come un mondo non solo certamente evoluto, in cui fioriscono arte, filosofia e storiografia, ma anche come un microcosmo oligarchico, dove la prosperità di pochi si regge su una struttura sociale di tipo schiavistico e fortemente gerarchico; solo il 5% di questa popolazione, solo una ristretta élite, poteva permettersi di non lavorare e di dedicarsi al logos. Noto è il passo di Aristotele in cui il filosofo ateniese definisce gli schiavi come “strumenti animati”, sottolineando il radicamento dello schiavismo nella mentalità greca, anche tra i pensatori più illuminati.

 

 

Anche parlare dell’Alto Medioevo è stata un’occasione per fare luce sulla vera realtà. Parlando ad esempio di edilizia, la tipica pratica costruttiva delle case di paglia e fango, nel suo netto contrasto con la magnificenza dei monumenti dell’Impero romano, non è un semplice riflesso della barbarizzazione dell’Europa. La ruralizzazione altomedievale fu l’esito di un processo avviatosi già durante gli ultimi secoli dello splendore imperiale, riduttivo, dunque, da ricondurre esclusivamente alle invasioni, sapendo, invece, che circa 300 sono le cause (anche di tipo prettamente endogeno) della decadenza romana.

Si passa linearmente al Basso Medioevo, il cui elemento culturale centrale è stato senza dubbio il corpo. La problematica della corporeità permea o lambisce, a seconda dei casi, ogni anfratto nascosto dell’immaginario bassomedievale, declinandosi o nella carnevalesca esaltazione del vizio (come nel fantasticare città utopiche ed epicuree in cui non si lavora, ma soltanto si gode), oppure nell’opposta mortificazione della carne dalle tinte quaresimali, in cui l’ascetica negazione del desiderio e la dedizione al sacrificio preparano l’uomo al tortuoso cammino verso il Regno dei Cieli.

Questa centralità del corpo, esemplificata da Isodoro di Siviglia nelle sue Etymologiae con la massima “Homo dictus quia humo est factus”, si riflette coerentemente nella concezione bassomedievale dello Stato, il quale altro non era che un corpo di corpi.

L’organicismo politico di questa età si spinge fino a pensare i mali della comunità in analogia alle malattie del corpo umano: come l’individuo malato deve esplellere i veleni dal corpo, al fine di riacquistare la salute perduta, allo stesso modo, il disfunzionamento della società, secondo i filosofi politici del tempo, può essere guarito terapeuticamente mediante l’espulsione fisica dei membri dannosi dalla città.

 

 

 

 

Non sono mancati poi, durante l’incontro, approcci interculturali, con sguardi a culture altre dalla nostra; un esempio, la celebre opera di Levi-Strauss, i Tristi Tropici, in cui si riferisce che il popolo dei Caduveo considerava uomo solo chi si dipingeva il corpo, negando l’attributo dell’umanità a chi non compiva tale atto caratterizzante. Si è riflettuto, quindi, sul processo di ominazione culturale che porta a restringere o allargare il bacino dei propri conspecifici a seconda del contesto storico e geografico; non poche sono state, in tale occasione, quelle culture che hanno rivisto l’uomo in animali come il giaguaro e il maiale, superando così le barriere biologiche tra specie e costruendo una nozione di humanitas curiosamente spirituale, prima ancora che corporea.

 

Nel futuro prossimo, infine, quale prospettiva di umanità ci offrono le innovazioni della robotica? L’integrazione tra uomo e macchina, ormai largamente avviata, potrà condurre a un miglioramento della nostra vita su questa Terra, oppure il postumanesimo anticipa la distopica riduzione dell’animale umano a strumento computazionale, capace soltanto di rispondere correttamente ad input codificati ma sempre più impossibilitato a sognare e innamorarsi?

Una proposta emersa è stata quella del potenziamento del corpo. Ma se la ricerca sull’intelligenza artificiale si concentra sull’ampliamento delle facoltà intellettuali, non sarebbe ancora più lungimirante proporre tecnologie atte ad estendere le capacità motorie dell’individuo? Forse non solo il sonno della ragione, ma anche il potenziamento della stessa, genera mostri (riadattando un pensiero di Goya), se si tralascia la concezione dell’uomo come totalità, congiuntamente carne e spirito.

 

Gli spunti di riflessione sono stati molteplici, e la multidisciplinarietà dell’incontro ha prodotto anche un fecondo dibattito tra gli uditori e i relatori, di tipo aperto e senza il sapore accademico dell’esclusività. I prossimi incontri del ciclo “Studium” riguarderanno due tematiche spinose e attualissime: le criptovalute e i danni da vaccini. 

 

 

Marco Pisanu

 

 

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