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15/11/2018

26/01

Con gli occhi chiusi li sente usare le parole nell’unico modo in cui le persone sanno realizzarsi: aggredendo un proprio simile. La mattina torna ad essere reale nella luce che filtra dalla porta del bagno, vede suo padre radersi, concedersi un rituale fatto di gesti minimi e innaturali, uno di quei gesti che allo specchio significano sempre altro. Sente una paura dilatarsi nello stomaco, i crampi lo piegano all’altezza del termosifone, sente la bocca asciutta, l’assillo di una colpa che si ripete dall’altra parte del muro. Per qualche istante non accade nulla, poi tornano le grida, la nausea che copre ogni ricordo, queste persone incomprensibili e sole confinate da metri di soffitto contendersi una delle poche ragioni rimaste per esserci ancora a quell’età. Dalla porzione di muro che lo sostiene non vede che corpi e capelli e nessuno di questi esseri appare stanco o intento a concedere spazio all’altro. Si sentono fragili e minacciati come se avessero esaurito le definizioni che davano loro uno scopo. Si accascia a terra, guarda le vene sull’avambraccio. Spera di risvegliarsi nel suo letto.

-Francesco Folletti

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