21/08/2019
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A me le Guardie!- il cantico degli antieroi

Ricordo benissimo il giorno in cui, per la prima volta, ho preso in mano A me le guardie di Terry Pratchett: avevo più o meno quattordici anni e avevo già letto tre quarti del panorama fantasy disponibile; erano gli anni d’oro del genere, poco dopo il successo mondiale dei film di Peter Jackson e in piena febbre da Harry Potter. Come ogni boom, quello del fantasy aveva portato sugli scaffali delle librerie parecchi libri buoni, diverse perle, ma anche tonnellate e tonnellate di spazzatura del cui scarso valore mi rendevo già pienamente conto -ma alla quale i nuovi arrivati trascinati da Game of Thrones ancora devono fare la bocca- per cui quel giorno in libreria fu con scetticismo che presi questo volumetto dimesso dalla costola verde, e aprendo ad una pagina a caso lessi:

Questo giovanotto si chiama Carota. Non a causa del colore dei capelli, che suo padre gli ha sempre tenuti rasati per questioni di igiene, ma a causa della sua forma. E’ il tipo di forma rastremata che un ragazzo ottiene tramite vita sana, cibo salutare e buona aria di montagna a pieni polmoni. […]
Porta con sé una spada che gli è stata consegnata in circostanze misteriose. Sorprendentemente, quindi, c’è qualcosa di davvero insolito in quella spada. Non è magica. Non ha un nome. Quando la si brandisce non viene una sensazione di potere, ma solo vesciche […]. Inoltre, non ha la parola “destino” scritta da tutte le parti.
E’ praticamente una spada unica.

La spada: vanto degli eroi, caposaldo del cosiddetto “high fantasy” o fantasy epico, epicentro di interminabili e dettagliate descrizioni nei venerati romanzi di Terry Brooks e Tolkien, ridicolizzata. Mi fu subito chiaro che mi trovavo di fronte ad un genio.

La trama potrebbe essere presentata, molto banalmente, così: un funzionario cittadino di nome Lupin Wonse, assetato di potere e realizzazione personale, evoca un drago per terrorizzare la città e assumerne il controllo. Sarà la Guardia Cittadina, guidata dal capitano Vimes, a salvare Ankh-Morpork dalla completa devastazione.
Non particolarmente accattivante, né originale, eppure gli aspetti interessanti che si snodano attorno a questi semplici fatti sono numerosi, e rendono A me le guardie! (titolo originale Guards! Guards!) un piccolo capolavoro del light fantasy. 

Come molti romanzi di Terry Pratchett anche questo è ambientato nel Mondo Disco, un pianeta piatto che orbita nello spazio sorretto sulle schiene di quattro elefanti che passeggiano a loro volta sul carapace della Grande A’Tuin, la tartaruga gigante; questa storia in particolare si svolge ad Ankh-Morpork, “la più antica, grande e sordida di tutte le città”.
Non c’è lirismo, non risuonano i corni, il vento non soffia tra i vessilli innalzati su alte torri, l’oscurità non sfida la luce in una battaglia senza tempo ma si insinua, scivolando tra le crepe degli animi umani di soppiatto. Questa è quindi la prima cosa notevole del libro -e di tutti i libri della Saga del Mondo Disco: i personaggi non si muovono nella cornice di un affascinante e controverso passato, né si stagliano sullo sfondo di un futuro inquietante e distopico, ma vivono in una realtà che, mutatis mutandis, è variopinta e iniqua né più né meno quanto quella che viviamo noi ogni giorno.

Lupin Wonse non è un mago, non è un guerriero, non è un grande negromante, bensì un piccolo uomo che conosce bene l’animo umano e le sue vili risorse. Per questo come aiutanti non sceglie figure scaltre e navigate, ma una banda di quelli che lui stesso definisce incompetenti:

Erano però, nonostante tutto, incompetenti con delle possibilità. Che fossero pure gli altri a prendersi gli abili, i promettenti, gli ambiziosi e i sicuri di sé. Lui si sarebbe preso i piagnucolosi carichi di risentimento, quelli col ventre gonfio di bile e sputi, quelli che sapevano di potere avere successo, se solo gliene fosse stata data la possibilità.

Coloro che non aspettano altro che identificare un nemico per giustificare la propria miseria e scatenare una valanga di rabbia senza confini, incandescente proprio come le fiamme di un drago.

E, se è per questo, neppure gli uomini della Guardia Cittadina sono degli eroi. Spogliata ormai di tutte le sue funzioni, la Guardia si riduce ad un manipolo di tre uomini malconci il cui capitano non è altro che un alcolizzato che sprofonda in solitudine e cinismo.

Taccola assoluta, pensò Vimes. Non era certo del significato della parola, ma poteva azzardare un’ipotesi sagace. Sembrava ciò che restava quando da qualcosa si era tolto tutto ciò che poteva avere un qualsiasi valore. Come la Guardia, pensò. Taccole assolute, tutti loro.

Moltissimi autori fantasy, soprattutto dagli anni duemila in poi, si sono sforzati di uscire dai canoni tradizionali mettendo al centro dei loro romanzi degli antieroi: è così che ci si imbatte in orfanelli come Nihal della Terra del Vento ed Harry Potter, sfigati cronici e figli bastardi come gli Stark, reietti, ex galeotti come Shadow di American Gods. Personaggi diversi che hanno però un innegabile comune denominatore: il marchio speciale, la chiamata del destino, la crescita che dolorosamente li trasforma, in qualche modo, in eroi o in re. Lo stesso non si può dire di Samuel Vimes, ovvero quanto di più simile ad un protagonista si possa trovare in A me le Guardie!: nel presente è solo, infelice e fallito, mentre del suo passato non sappiamo nulla, se non che proviene dai bassifondi e là, sostanzialmente, è rimasto. Anche nel momento in cui emergono le sue qualità morali, caratterizzandolo di fatto come una figura positiva nell’umana desolazione del romanzo, si fa fatica a chiamare eroe qualcuno che fa estremamente fatica a vedere se stesso nel ruolo:

Vimes mezzo corse, mezzo barcollò sui ciottoli umidi, senza fiato e senza tempo.
Non può andare così, pensò freneticamente. L’eroe se la cava sempre, ma arriva proprio all’ultimissimo istante. Solo che l’ultimissimo istante era probabilmente stato cinque minuti prima.
Io non sono un eroe. Sono fuori forma, ho bisogno di un goccetto e prendo una manciata di dollari al mese. Non è la paga di un eroe. Gli eroi ottengono regni e principesse, si allenano regolarmente e quando sorridono la luce gli scintilla sui denti, ting! Bastardi.

Ma siccome lo scopo principale del light fantasy, oltre a quello umoristico (altra caratteristica importante di questo romanzo: FA RIDERE), è rovesciare e ridicolizzare gli stilemi del fantasy “alto”, non può mancare un predestinato: si tratta del giovane Carota, umano cresciuto tra i nani, orfano dalle misteriose origini e portatore di quella spada così poco magica. Neppure lui, però, diventa un eroe: è un ragazzone dalla fronte serena e dalle spalle larghe pieno di buon cuore, onestà d’intenti e con una pessima comprensione delle metafore. Insomma, un po’ come sarebbe stato Aragorn se Tolkien avesse bagnato la penna nel realismo [un personaggio destinato però, nei successivi romanzi del ciclo della Guardia, ad una spettacolare evoluzione, ndA].

E’ vero, c’è un drago, e questo fa molto fantasy classico, e di fatto si costituisce una lotta tra bene e male, tra civiltà e distruzione. Tuttavia questo particolare drago non è altro che un’incarnazione dell’oscurità dell’animo umano:

<<Io credo che lei trovi la vita così problematica perché pensa che ci sono le persone buone e le persone cattive>> disse l’uomo <<Ovviamente si sbaglia. Ci sono, sempre e solo, le persone cattive, ma alcune di esse si trovano su sponde opposte.>> Indicò con la mano sottile la città […] <<Laggiù c’è gente che seguirà qualsiasi drago, venererà qualsiasi dio, tollererà ogni iniquità. Tutto a causa di una specie di monotona cattiveria quotidiana. Non la malvagità veramente alta e creativa dei grandi peccatori, ma una specie di oscurità dell’anima massificata. Si potrebbe definirlo peccato senza una traccia di originalità. Accettano il male non perché dicono , ma perché non dicono no.>>

Suona familiare e si tratta, alla fine, soltanto di questo: di quanto disumani possano essere gli uomini nelle loro meschine vite quotidiane, e pericolosi nella loro noiosa abituale crudeltà. Ad opporsi a questo non gli eroi dalle spade scintillanti, non i druidi e la magia, ma la decenza, la gentilezza e una scintilla di speranza nel cuore di chi non sembrava più coltivarne alcuna.

Come tutti i romanzi di questo autore, A me le Guardie! (pubblicato originariamente da TEADUE nel 2005) è diventato una rarità sugli scaffale delle librerie italiane, ma è facilmente acquistabile per pochi spicci in formato eBook: per chi già conosce il genere sarà l’occasione per scoprirne uno dei sottoprodotti più intelligenti ed ironici, fuori dai canoni tradizionali e dalla banalità inevitabile del fantasy epico. Per chi crede ancora che non ci sia letteratura fantastica al di fuori della fantascienza in grado di analizzare da vicino la realtà sociale, sarà il momento per ricredersi grazie alla penna umoristica, lucida e irriverente di Terry Pratchett.

-Lucia Cherubini

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