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21/05/2018
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A quarant’anni dalla legge Basaglia- La rivoluzione manicomiale in Italia

La storia dei manicomi in Italia giunge ad una svolta, quarant’anni fa, con l’approvazione della “Legge Basaglia”, o per meglio dire della legge 180 del 13 Maggio 1978 in tema di “Accertamenti sanitari volontari e obbligatori”. Da allora l’ingombrante ricordo dell’ospedale psichiatrico è entrato ufficialmente a far parte del rimosso del Paese diventando, a ragione, simbolo di alienazione, ingiustizia e oppressione.

Come sia nata la legge Basaglia, quali fossero (e attualmente siano) le sue criticità, cosa comportò per l’Italia e per i suoi “folli” la chiusura dei manicomi, è una lunga storia: basti pensare che il San Niccolò di Siena (di cui abbiamo parlato qui) riuscì a chiudere i battenti soltanto nel 1999, quasi vent’anni dopo l’approvazione della legge 180. In occasione di un così importante anniversario cerchiamo di ripercorrere i punti salienti di questa strada accidentata.

La legge Basaglia, genesi di un provvedimento “antipsichiatrico”
L’anno di approvazione della legge Basaglia non è un anno qualsiasi: si tratta del 1978, lo stesso che vide sorgere la legge 194 sull’aborto e il Sistema Sanitario Nazionale (istituito dalla legge 833) a pochi anni di distanza dall’approvazione della legge 898/70 in tema di divorzio. Tutti provvedimenti che hanno rivoluzionato la società e la storia del nostro Pese, emersi in un periodo storico fertile e percorso da importanti conquiste morali.
Anche il movimento seguito dallo psichiatra veneziano Franco Basaglia era a dir poco controcorrente nel mondo accademico, tanto da rendergli difficile la carriera come docente universitario: si trattava dell’Antipsichiatria, scuola di pensiero che affonda le sue radici nel diciannovesimo secolo come reazione alle nuove categorie diagnostiche introdotte dallo psichiatra Emil Kraepelin, successivamente diventate fondamento della psichiatria occidentale. Tale corrente si sviluppò nel corso del ‘900 assumendo anche una connotazione politica, al punto da additare la psichiatria come il mezzo sfruttato dal potere per controllare e limitare la devianza di alcuni individui dalle norme sociali.
Sebbene fermo su posizioni meno estreme, Basaglia condannò in particolare l’istituzione manicomiale, attribuendole esclusivamente scopi di contenzione e non terapeutici:

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale; viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.

Divenuto direttore del manicomio di Trieste nel 1971, Franco Basaglia portò avanti le pratiche di cura sperimentali che aveva iniziato ad esplorare durante il proprio lavoro all’ospedale psichiatrico di Gorizia, istituendo all’interno della struttura laboratori di pittura e di teatro ed eliminando ogni tipo di contenzione; giunse tuttavia ben presto alla conclusione che i manicomi non andavano cambiati, bensì chiusi, e la psichiatria resa uno strumento per condurre la società all’accettazione e non alla negazione della malattia mentale.

Basaglia, tuttavia, non fece certo tutto da solo: circondato di un’enclave di intellettuali, medici, scrittori, editori, gettò soltanto il seme di un movimento culturale pronto a fiorire così rigogliosamente da giungere perfino sugli schermi della Rai, che fin dal 1967 si interessò alle vicende del manicomio di Gorizia prima e di Trieste poi. Passando per la legge Mariotti del 1968 con l’eliminazione del ricovero coatto, la riforma dei manicomi iniziò a percorrere tutto il Centro-Nord Italia, finché nel 1977 Basaglia annunciò in una conferenza stampa che il manicomio di Trieste sarebbe stato chiuso.

La statua di Marco Cavallo, realizzata dagli internati del manicomio di Trieste, divenuta il simbolo della battaglia per la liberazione dei malati di mente dalle catene di una psichiatria antiquata e oppressiva

I detrattori della Legge Basaglia
In un clima di inasprimento del dibattito, la legge 180 fu approvata in fretta e furia: discussa soltanto nelle commissioni, mai arrivata in aula. Il testo stabiliva che non fossero ammessi nuovi degenti nei manicomi già esistenti in previsione della loro chiusura, che non ne fossero aperti degli altri, e regolamentava l’istituzione del TSO (trattamento sanitario obbligatorio).
Si trattava di una risposta ai referendum con i quali i radicali chiedevano la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici senza sistemi cuscinetto, ma non incontrò la loro approvazione, tanto che Marco Pannella la additò come legge inutile e strumentale e lo stesso Basaglia riconobbe che si trattava sì di un progresso, ma anche di un passo indietro rispetto alle coraggiose sperimentazioni portate avanti nei manicomi che avevano fatto da faro per la rivoluzione antipsichiatrica.
Le diffuse perplessità sulla 180 riguardavano essenzialmente la sua scarsa funzionalità sul piano pratico: chiudere i manicomi significava mettere fuori dalle loro mura migliaia di pazienti (soltanto il già citato San Niccolò di Siena ne contava più di 1000) che tuttavia necessitavano di cure ed assistenza e non potevano certo essere semplicemente rispediti nelle mani dei familiari, che erano nella peggiore delle ipotesi gli aguzzini che li avevano fatti internare, e nella migliore comunque impreparati a gestirli. Non solo: alcuni “lungodegenti” avevano fatto il loro ingresso in manicomio praticamente bambini e ne uscivano vecchi, incapaci di ricollocarsi nel mondo esterno senza una adeguata riabilitazione ed un supporto costante.
L’intento di Basaglia era quello di trasferire l’assistenza psichiatrica sul territorio, creando delle strutture di supporto con un numero minimo di letti ogni tot pazienti, e mantenendo il contatto del malato con la società e i propri cari. tali strutture tuttavia non esistevano ancora al momento in cui la 180 fu approvata, e di fatto il Paese si trovò nell’impossibilità di gestire gli ex- ricoverati degli ospedali psichiatrici, che rimandarono pertanto la chiusura di decine di anni, non potendo trovare una nuova collocazione alla massa dei propri pazienti.

Stanza dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra

Dopo la legge 180: chi gestisce oggi la malattia mentale?
Ad oggi, si può dire che il trasferimento sul territorio regionale dell’assistenza ai malati psichiatrici auspicato da Basaglia sia stato almeno parzialmente compiuto. Ogni Regione presenta una serie di strutture regolamentate dalle direttive del Ministero della Salute, pensate per supplire alle necessità della popolazione residente nelle vicinanze; parliamo innanzitutto dei Centri di Salute Mentale, centri di primo riferimento per i cittadini con disagio psichico. Compito del personale dei CSM è assicurare un immediato intervento di assistenza per il disagio psichico, solvegere attività di diagnosi psichiatrica, coordinamento, consulenza, nonché collaborare con Associazioni di volontariato e scuole per creare una rete territoriale di assistenza. L’attività dei CSM è di almeno 12 ore al giorno 6 giorni a settimana, e non va confusa con quella dei Centri Diurni, deputati allo svolgimento di attività terapeutico-riabilitative personalizzate per il paziente.
Abbiamo poi le Strutture Residenziali, strutture extra-ospedaliere che prevedono il ricovero a fini terapeutici e riabilitativi e non hanno più di 20 posti, nonché all’interno degli ospedali il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC): ne è previsto uno ogni 10.000 abitanti e vi vengono eseguiti i trattamenti psichiatrici volontari e obbligatori in regime di ricovero. Infine, sempre all’interno degli ospedali, sono previsti i servizio di ambulatorio e Day Hospital.

…qualche numero:
In Italia, il costo complessivo dell’assistenza psichiatrica nel 2015 è stato di circa 3.739.512.000 € (fonte: qui): numeri da capogiro, se consideriamo che nel sentire comune la malattia mentale è ancora un problema oscuro, di nicchia, qualcosa che riguarda sempre e soltanto gli sconosciuti.
Il numero di accessi al PS per patologia psichiatrica è stato, sempre stando al rapporto ministeriale di tre anni fa, pari a 585.087 persone, in pratica più di mille ogni centomila abitanti. Probabilmente qualcuno che conoscete ha usufruito di tale servizio, il vostro vicino, o chi vi riempie la tazza di caffè al bar la mattina, o un vostro parente; in effetti, sempre nel 2015, ci sono stati circa 18 TSO ogni 100.000 abitanti.

La rivoluzione di Basaglia ha fatto molto, ma non abbastanza: sarà compiuta nel giorno in cui riusciremo a pensare alla malattia mentale senza che questa ci susciti un disagio maggiore di qualunque altra patologia, quando non ci vergogneremo ad ammettere le nostre frequenti capatine dallo psicologo, né strabuzzeremo gli occhi alla notizia che un conoscente sia stato ricoverato in Psichiatria più di quanto faremmo se si trattasse di gastroenterologia.
Sicuramente la patologia psichiatrica è più misteriosa e imponderabile di altre condizioni innegabilmente “fisiche”  tangibili, ma è parte di noi non più di quanto lo siano il nostro stomaco e il nostro cuore con tutti i loro affanni. Abbattuti i muri dei manicomi, restano da abbattere quelli dell’ignoranza, della paura del diverso, della curiosità morbosa e stigmatizzante.

-Lucia Cherubini

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