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21/08/2018
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Assassinio sull’Orient Express – IL FILM

“Ha un suo fascino un groviglio di estranei costretti insieme per giorni, con nulla in comune a parte il bisogno di recarsi da un luogo ad un altro, che non si rivedranno mai più.”

Treni a carbone e capotreni operosi, porcellane lucide, completi di lino chiaro, dessert con il ricciolo di panna sopra geometricamente invitante, Istanbul e Londra, incontri casuali e inaspettati,  baffi impomatati, completi da uomo impeccabili, vestaglie  da donna, ritardo considerato inaccettabile, gusto per l’esotico, storie spezzate, affabilità britannica, le colonie britanniche, necessaire, fotografie del passato in bianco e nero, comodità, vecchia aristocrazia russa, maggiordomi fidati, valigie rigide, un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto, nulla di sconveniente, fierezza e dominio di sé, Oriente inglese, nettapipe, uova servite su piccoli piedistalli, viaggio in prima classe, ordine, metodo e celluline grigie.

Benvenuti sull’Orient Express:  Istanbul –  Trieste – Calais e da lì Dover, per poi prendere la coincidenza per Victoria Station, Londra.
Un treno che ha fatto la Storia, la Storia che ha ispirato Agatha Christie nel lontano 1934 conducendola, attraverso  la stesura di Murder on the Orient Express,  alla fermata della consacrazione come  intramontabile Regina del giallo e scrittrice del delitto perfetto.

Arduo, dunque il compito di Kenneth Brenagh, regista, co-produttore e protagonista dell’ultimo[1] tributo cinematografico al più efferato crimine mai compiuto su un treno. Nella sale, nelle settimane scorse, è uscito Assassinio sull’Orient Express, scritto da Michael Green (già sceneggiatore di Lanterna verde e Alien) e interpretato da una corona di attori che il solo nominarli incuteva reverenza,  ma estrema diffidenza al fedele lettore della Christie ben più abituato a un ometto espressivo e poco  prestante, come David Suchet [2] che a un cast hollywoodiano e a un Poirot-Branagh dinamico, dallo sguardo penetrante come una lama di ghiaccio e dalla tenacia così disarmante, anzi, affascinante.

Ma Kenneth Branagh non ha fallito.

Assassinio sull’Orient  Express è un romanzo così ben riuscito, un quadrato perfetto dove personaggi, ambientazione, movente e soluzione sono tutti alla stessa distanza dal centro, il delitto, che deturparlo non si può. E’ consentito solo farlo brillare ancora di più, magari portando alla luce le zone di buio della coscienza dei sospettati e di colui che sospetta: il non detto dalla Christie.

La storia la conosciamo tutti: Poirot, suo malgrado, si ritrova sull’Orient Express dove sarà compiuto un abominevole crimine. Un passeggero, commerciante di merce orientale, truffatore, arrogante e  ricco verrà ucciso nella sua cabina-letto da dodici  pugnalate, apparentemente inferte a casaccio, quasi alla cieca. Gli indizi e le domande che Poirot si fa interrogando ad uno ad uno i dodici passeggeri sono:
il fazzoletto con un H ricamata, il nettapipe, il chimono rosso, l’uniforme, l’ora sull’orologio, è stato ucciso a quell’ora? Prima o più tardi? Da una o più persone? Chi di loro?

La vittima, Samuel Ratchett, intrepretata da un Jonny Depp ormai stanco e che non mi ha convinta particolarmente, si scoprirà avere un’altra identità. Il suo vero nome è John Cassetti, colpevole impunito di un tremendo caso di cronaca nera di parecchi anni prima, in America: il caso Armstrong.
Cassetti aveva rapito la piccola Daisy Armstrong chiedendo alla famiglia un lauto riscatto, la famiglia paga, tuttavia  la piccola viene ritrovata uccisa e, come vuole lo spirito vendicatore della tragedia greca, “sangue chiama sangue”. Morirà prima di dolore la madre incinta, morirà la piccola creatura che portava in grembo e il padre si suiciderà per la disperazione. Un’intera famiglia spezzata e un assassinio impunito.

Fino a quella fatidica notte sull’Orient Express dove la giustizia ha finalmente reclamato la morte del rapitore John Cassetti alias Samuel Ratchett.

La domanda più importante: chi ne trae beneficio? La risposta più scontata: il colpevole.

E se per una volta, proprio in quel treno, non ci fosse alcuna separazione tra colpevoli e innocenti? E se per una volta la risposta fosse la più impensata? Una risposta che non riporta giustizia nel mondo, non divide da una parte il nero della colpa e dall’altra il bianco dell’innocenza, una risposta che è doppia.
Chi ha ucciso Samuel Ratchett?  Nessuno. Chi ha ucciso Sameuel Ratchett?  Tutti.

Il genio della Christie è qui, in quel giardino” ben oltre le idee di giusto e sbagliato”.  Come un sasso lanciato in una palude crea tanti cerchi concentrici che subiscono l’effetto dello spostamento d’acqua, così la morte di Daisy ha sconvolto e portato alla fine di ogni gioia molte persone. La bambinaia presente durante il rapimento( magistralmente interpretata da Penelope Cruz), la nonna (una Michelle Pfeiffer fatale ), la zia più giovane, il maggiordomo fedele al sig. Armostrong, il suo autista, il giudice dell’accusa che inizialmente aveva fatto ricadere la colpa sulla cameriera ,innocente, poi suicidatasi per l’onta, l’innamorato di questa cameriera, la madrina di Daisy, la cuoca della  fu famiglia Armstrong, il figlio di quell’avvocato poi caduto in rovina, la giovane istitutrice di famiglia  e il tiratore scelto afroamericano che al di là delle limitazioni razziali il compianto Armostrong aveva reso un affermato medico.

“Penso sia necessaria una frattura dell’anima per poter uccidere un altro essere umano”

Un omicidio sapientemente  e comunemente architettato, una pugnalata collettiva eppure tante ferite  individuali che formano un’aurea di innocenza che non può che lasciare esterrefatto l’arguto Hercule Poirot, per una volta capace di vedere e toccare il “grigio” dell’esistenza umana, per una volta non vincitore, ma vinto dalla Verità.

“C’è ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e poi ci siete voi”.

Questa pellicola del 2017 regala questa nota introspettiva alle pagine della Christie. E’ una consapevolezza lucida e gelida, proprio come le montagne innevate in mezzo alle quali l’Orient Express è costretto a fermarsi perché la neve ha ostruito le rotaie. Queste magiche scene girate tra Italia e Svizzera, presso il colle del Gran San Bernardo,  daranno al finale quella sfumatura drammatica in linea eppure  contraria alla prima scena. Lì, a Gerusalemme caotica ed esotica  incontriamo per la prima volta  Hercule Poirot, estremamente concentrato nel misurare l’uniformità delle due uova che compongono la sua colazione, incrollabile difensore della visione dell’uomo come essere razionale e dell’equilibrio come unico criterio per trovare la pace interiore.
Ma la pace come la giustizia è una chimera.

Valeria Nitti

 

 

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[1] Ricordiamo il primo Assassinio sull’Orient Express del 1974 diretto da Sidney Lumet

 

[2] Attore che ha impersonato Hercule Poirot in tutti gli episodi della serie tv omonima tratta dai libri della Christie

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