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09/12/2018
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Beyond the lens

Tutto è bianco, e  poi giungono gli occhi. Occhi angosciati, che scrutano, talvolta svagati. Ecco gli occhi del mondo, che si affaccia alla parete, schiacciando il naso sulla cornice che fa prigioniera l’immagine. C’è il mondo immortalato e noi lo guardiamo. E il candore di un muro asettico, impersonale.

Siena, è l’ex-distilleria. È una novità, lo si legge sul comunicato stampa. Il contesto è razionale e pallido, di stampo industriale; in molti dicono che, per sintetizzare al meglio una rappresentazione così variegata, lo spazio d’allestimento non aveva altra scelta, se non sparire.
Questo è Beyond the Lens, mostra principale di un festival a più sedi. Il SIPA (Siena International Photo Awards) espone qui i centoquarantatré boccioli del suo prezioso bouquet; stiamo parlando di quarantotto fotografi multiculturali, col focus acceso su dieci temi diversi; per ognuno di essi, tre classificati. E ancora, parliamo di una cernita complessa, alle prese con quarantottomila soggetti presentati, che vagheggiano dalla fascinazione per l’umanità – Sport in azione, Persone e volti accattivanti… – a quella per le fantasmagorie della vita –  Animali nel loro ambiente naturale, Viaggi & avventure… -, tutto ciò nel segno di uno sguardo che , tradendo la freddezza dell’obbiettivo, dà sempre mostra di quell’indole curiosa e incantata. Così è d’altronde la macchina fotografica: con essa ci si fonde e la si combatte al contempo.

Passeggiando tra le stampe, il visitatore scannerizza il codice digitale. Le didascalie, spesso troppo semplicistiche, fanno comparsa sullo schermo dei cellulari. Commentano opere come Every breath you take, by Klaus Lenzen, il primo classificato della categoria Libero colore; paradossalmente grigia, giustappone trentacinque scatti, rendendo l’avanzata faticosa di un gruppo di nuotatori,  impressi dall’alto durante una competizione sportiva. Sofferenza intima, come il senso di rassegnazione che esalano i bruni di Ethiopia: David Nam Lip Lee tratteggia qui il volto di un bambino Suri, avviluppato tra i bracciali delle donne come nelle sbarre di una prigione rugginosa. È assai nitida la preoccupazione per la sopravvivenza di una cultura antica, ma fragile e minata dalla globalizzazione. La cultura, poi la natura, tutte realtà magiche che il fotografo rende proprie, tinteggiandole di colore o calandovi sopra il filtro del monocromo – e per quest’ultimo abbiamo una categoria a parte, come per gli Under 20.

Da immagine a immagine, l’avventore approda alla stanza d’appendice, che hanno dedicato alle story-telling. Vicende narrate in collezioni di scatti, le storie si dispiegano sulla parete; coinvolgono i drammi di un singolo uomo, o anche scelgono d’innalzarsi a popoli interi: raccontano il dolore delle mezze vedove  del Kashmir, che vivono segregate nelle proprie dimore, vittime di un sistema che non attribuisce loro valore; il viaggio di Tariq Zaidi nelle notti coreane, proibite all’indagine degli stranieri, cercando di strappare il velo della segretezza; e le baracche di Kinshasa e Brazzaville, dove il movimento dandy dei sapeurs, rinfranca la povertà al calar del sole.

Ma la vittoria va a David Chancellor. Trophy hunting – Should we kill animals to save them? è il suo reportage sul controverso fenomeno della caccia e del bracconaggio. E se lo stridore tra l’animale straziato e la gioia composta del cacciatore hanno un tono grottesco,  il pianto di Battle Victim non conosce incoerenza. È tragicamente vera, questa memoria del Bangladesh, traslocata in Occidente dallo scatto di K. M. Asad, che con essa conquista il titolo di Photographer of the Year.  Dopo tanto colore, sullo sguardo della profuga bambina lo spettro cromatico si tinge di freddo. Il grigio centrato dell’iride trattiene il visitatore sull’ultimo passo. A fatica si leva il piede da lì: la mostra, che scorre come un nastro, vuol terminare col più greve dei nodi. In una stanza a parte, lasciata l’esposizione, un documentario affonda i riflettori nella poetica di ogni fotografo.

credits to: Getty images

Ma non finisce qui. Per chi desiderasse, l’esposizione continua al Liceo Duccio di Buoninsegna, con la prospettiva aerea di Sky’s the limit; o alle Logge del Papa, col focus premuto sull’umanità di Tariq Zaidi – Capturing the human spirit. E se Siena, scrive Venturi sul comunicato, può autoproclamarsi “città della fotografia”, una volta di più ci permettiamo di constatare l’ovvio: non c’è dimora fissa per l’obbiettivo fotografico; alla più completa definizione di libertà è impensabile attribuire una patria.

– Sharon Tofanelli

 

SIPA – Siena International Photo Awards 2018, dal 26 ottobre al 2 dicembre 2018, info e orari:

BEYOND THE LENS
Siena, Ex-distilleria “Lo Stellino” (via Fiorentina, 95)

Orari:
venerdì, 15-19; sabato, domenica e festivi, 10-19

 

SKY’S THE LIMIT
Siena, Liceo Artistico “Duccio di Buoninsegna” (Piazza Madre Teresa di Calcutta, 2)

Orari:
venerdì, 15-19; sabato, domenica e festivi, 10-19

 

CAPTURING THE HUMAN SPIRIT
Siena, Le Logge del Papa

Orari:
venerdì, 15-19; sabato, domenica e festivi, 10-19

Ingresso gratuito

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