24/05/2019
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Cannabis: nuova alleata nella ricerca biomedica

Principio attivo e meccanismo d’azione:

Con il termine “Cannabis” vengono indicate sostanze psicoattive (che agiscono su meccanismi psichici) derivanti dalle infiorescenze femminili della Cannabis sativa, pianta appartenente alla famiglia delle Cannabaceae, sottogruppo delle Angiosperme.

É il suo principio attivo, il delta-9-tetraidrocannabinolo (anche più comunemente noto con l’acronimo di THC), a porre questa pianta al centro di numero controversie. Tale sostanza è particolarmente preponderante in alcune sezioni del vegetale utilizzate, infatti, per la produzione di sostanze stupefacenti: i fiori femminili (marijuana) e la loro resina (hashish), generalmente assunti mediante fumo, inalazione o ingestione.

Una volta assorbite, le molecole di THC si legano a specifici recettori (gli endocannabinoidi) presenti in più regione del Sistema Nervoso:

  • A livello del sistema motorio extrapiramidale e del cervelletto, che spiegherebbe l’effetto miorilassante sulle funzioni motorie;
  • A livello dell’ippocampo e della corteccia cerebrale, quindi sui processi cognitivi e mnemonici;
  • Di recente scoperta, anche a livello ventromediale e del nucleo accumbens, aree del cervello coinvolte nei processi di stimolazione dei neuroni dopaminergici, responsabili della caratteristica sensazione di gratificazione cerebrale e/o euforia.

Quali sono gli effetti avversi?

Lo stato indotto dalla cannabis varia notevolmente in accordo alla personalità dell’assuntore, allo stato psicologico, a condizioni esterne, al modo d’uso e alla quantità di THC assunto. A causa di tale variabilità la cannabis può provocare differenti effetti anche sullo stesso individuo, pertanto lo stato fisico/emozionale indotto non è mai prevedibile. Fra gli effetti avversi più comuni comunque spicca moderata euforia e senso di “pace”. Altri possono consistere in sonnolenza, mancanza d’ascolto, modificazioni nella percezione spazio-temporale, agitazione, irritazione, congiuntivite, midriasi (pupille dilatate). Non vi sono a oggi casi documentati di morte per overdose di cannabis nell’uomo in quanto, oltre a possedere tossicità estremamente bassa, i metodi d’assunzione più utilizzati non consentono di assorbirne una quantità elevata (il rapporto tra dose letale e dose necessaria per saturare i recettori è di 1.000:1).

A tal proposito, nel marzo 2007 la rivista scientifica “The Lancet” ha pubblicato uno studio condotto dal professor David Nutt dell’Università di Bristol che confermerebbe la bassa tossicità della cannabis, inferiore addirittura a quella provocata da alcool e tabacco.

Effetti terapeutici della Cannabis:

Tra gli effetti maggiormente noti della cannabis vi sono senza dubbio i palliativi. Se assunta per via orale a determinati dosaggi, funge da distensivo, appetitostimolante e blando anestetico, celebre è infatti il suo impiego nelle terapie palliative dei malati terminali. Se assunta invece per via locale, ha attività spasmolitica e analgesica, utilizzata soprattutto nel trattamento dei dolori cronici.

Ultime importanti scoperte in ambito medico:

Uno studio pubblicato nell’aprile 2009 su “The Journal of Clinical Investigation”, guidato dal professor Guillermo Velasco dell’Università Computense di Madrid, ha rilevato che il principio attivo THC potrebbe determinare effetti antitumorali.

Durante una sperimentazione in vivo, i ricercatori hanno iniettato una dose quotidiana di THC in topi di laboratorio affetti da varie tipologie tumorali, constatando un processo di autodistruzione per autofagia di molte delle cellule costituenti le masse cancerose, oltre a una notevole riduzione della crescita tumorale in fase di sviluppo.

In studi recentissimi, inoltre, spicca anche il suo impiego nel trattamento di patologie neurodegenerative, principalmente per le malattie di Alzheimer e Parkinson. Grazie alla loro affinità per i recettori endocannabinoidi, andrebbero a rallentare la distruzione dei neuroni colinergici (nel caso del Morbo d’Alzheimer) e dei neuroni dopaminergici (nel caso del Morbo di Parkinson), determinando un rapido miglioramento dei sintomi più invalidanti, quali progressiva perdita mnemonica e tremori.

 

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