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09/12/2018
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Cinque film anticonvenzionali per sfuggire al mainstream

Come son belle le produzioni cinematografiche hollywoodiane: i cast stellari, il budget a molteplici zeri, le automobili che esplodono senza apparente motivo, deliziosi scoiattoli canterini. Chi è che, nelle fredde sere d’inverno, non ha cercato conforto all’interno dei sicuri, caldi e rassicuranti cliché cinematografici dell’industria statunitense? Coi suoi protagonisti buoni, ma sfortunati che, alla fine, vincono; con le sue storie d’amore che superano ogni ostacolo; con quelle tenere amicizie tra cani e ragazzini, dove il cane, alla fine, muore.

Ogni tanto, però, bisogna uscire dai sentieri battuti. C’è una folta giungla di film di nicchia che esce dai limiti stereotipici del cinema americano e che aspetta solo di sorprendervi. A volte sconosciute, a volte deliberatamente snobbate, ci sono delle perle cinematografiche che non possono e non devono rimanere appannaggio di quei pochi che si avventurano in oscuri forum online moldavi per scoprire cosa nascondono i meandri delle produzioni low-budget. Il mondo deve sapere.

 

  • Gummo, Harmony Korine. (1997)

Gummo, nonostante sia un film indipendente che non ha potuto certo contare su una strategia pubblicitaria o di marketing, ha guadagnato col tempo una relativa notorietà all’interno della galassia dei film che sfuggono al mainstream. E’ dalla sua data d’uscita, negli ultimi anni ‘90, che continua a sbalordire e, presumo, a creare traumi di natura psicologica dai quali non si guarirà mai più, tanto che è considerato, ormai, un piccolo e timido cult del genere. La pellicola si basa sulla quotidianità squallida e miserevole di alcuni abitanti di una città americana che è stata colpita da un tornado: Xenia. In un’ambientazione suburbana e post-apocalittica, soprattutto i giovani e giovanissimi vivono il disagio di un’umanità latitante. Le situazioni al limite dell’umana tollerabilità, che il film mostra con pretesa di realismo estremo, potrebbero far nascere in voi la sottile esigenza di dormire in posizione fetale, mentre le immagini, che ormai avete visto, scaveranno un solco incolmabile nella vostra anima.

 

  • Pelle, Eduardo Casanova. (2017)

 I personaggi dell’opera prima del giovane regista spagnolo Eduardo Casanova non hanno vite facili. Sono dei reietti, degli esclusi, degli outsider. Alle prese con varie malformazioni fisiche, di certo simboliche, ma rese sullo schermo in tutto il loro disturbante e atavico disgusto, cercano semplicemente il loro piccolo spazio in un mondo che li rifiuta e li offende. I protagonisti della storia sono diversi e strambi, non si inseriscono all’interno dei canoni imposti dalla società e, tendenzialmente, le loro storie vi strazieranno il cuore. Oltre all’originalità del crogiuolo di storie che vengono narrate, la forza di Pelle riposa anche su un’estetica della fotografia curata con squisita minuzia, sulla ricerca costante del contrasto tra il mostruoso e il sublime e su una coerenza cromatica che crea un’atmosfera rarefatta e immaginifica. Nonostante sia un film evidentemente anti-convenzionale, Pelle è stato preso sotto l’ala protettiva del colosso Netflix, e quindi lo trovate lì ad aspettarvi.

 

  • E morì con un felafel in mano, Richard Lowenstein. (2001)

Il protagonista di questo film australiano si chiama Danny, un aspirante scrittore la cui vita è moderatamente allo sbando. Danny è senza soldi, senza una donna (che lo ha lasciato per sposare un altro) e nelle varie case dove si trasferisce, fa la conoscenza di una pletora non indifferente di personaggi alquanto anticonvenzionali. In sostanza E morì con un felafel in mano è un adattamento cinematografico dell’omonimo libro di John Birmingham, ma è forse uno di quei rarissimi casi in cui il film è meglio del libro. Parola di scout.

Un’aura di cupa spossatezza esistenziale permea la vita dei protagonisti che vivono con malinconica arrendevolezza la mancanza di senso avvertito nella loro vita. Una colonna sonora piacevolissima, dialoghi ricercati e il protagonista che legge La Nausea di Sartre nella vasca da bagno. Onestamente non vedo cosa altro possiate desiderare da un film.

 

  • Pink Flamingos, John Waters. (1972)

Probabilmente, dopo aver visto questo film, la vostra vita avrà un prima e un dopo: a fare da spartiacque la visione di questo caposaldo del delirio e dell’oscenità cinematografica. Pink Flamingo è uno dei capostipiti del genere grottesco e segue le vicende della transessuale Divine che, sostanzialmente, interpreta se stessa, nella sua contesa per il titolo di “persona più disgustosa al mondo”, onorificenza ambitissima anche da una coppia di matti che sfidano Divine in questa gara all’ultima oscenità. Onestamente non consiglio la visione a chi è facilmente impressionabile, ai minorenni e a coloro che vogliono conservare un simulacro di decenza. Pensate agli istinti più bassi, alle azioni più raccapriccianti, alla più insensata mancanza di autocontrollo: John Waters in questo film ha messo tutto ciò, e anche di più. Le peggiori scene della televisione domenicale trash italiana, al confronto, hanno dei richiami che potremmo definire, senza remore, “felliniani”. Sconsiglio caldamente come film da vedere al primo appuntamento poiché potreste essere passibili di denuncia.

 

  • Suntan, Argyris Papadimitropoulos. (2016)

Il cinema greco ha ricevuto una fortissima spinta negli ultimi tempi grazie a un regista geniale come Yorgos Lanthimos che collabora oramai con attori di fama internazionale come Nicole Kidman e Colin Farrel e che, con The lobster e The killing of a sacred deer, ha ricevuto il plauso della critica. Meno conosciuto è, invece, il suo collega Papadimitropoulos che, al Festival del Cinema Internazionale di Rotterdam, ha presentato questa perla cinematografica rimasta, purtroppo, in una posizione defilata rispetto al suo illustre collega.

La storia narra di Kostis, un medico di quarant’anni che arriva in un’isola greca la cui popolazione è composta, quasi totalmente, da anziani e capre. Tutto cambia, però, con l’arrivo di un’estate caldissima, come profetizzava il sommo druido Max Pezzali. Kostis, infatti, perde la testa per una ventenne bellissima di nome Anna, la quale farà palpitare il cuore del protagonista ormai dimentico del suo mestiere e dei suoi doveri. Una sensazione di profondo disagio interiore vi accompagnerà lungo tutta la visione di quest’uomo un po’ sovrappeso, impacciato e unto di crema solare che cerca di conquistare, con palese mancanza di speranza, una ragazza che vuole solo una vacanza fatta di discoteche e bagni in vasche riempite di Mojito. Il film è un crescendo di emozioni che vi farà venire voglia di non andare mai più in vacanza a Corfù.

 

 

Beatrice Galluzzo

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