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21/03/2019
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Cyber censurati di tutti i Paesi, unitevi!

Shhh! Diciamolo pure, ma a bassa voce: oggi è la giornata mondiale contro la cyber censura. Non tutti infatti sanno che il 12 marzo di ogni anno, a partire dal 2010, celebriamo a livello mondiale il diritto a una informazione libera e corretta. Forse abbiamo creduto che nella civiltà democratica e no borders il diritto ad informare e ad essere informati fosse un assioma di partenza, un’ovvietà, e ingenui come siamo noi esseri umani abbiamo scambiato il trionfo della post-verità per l’emancipazione dalle dittature. Ma ogni 12 marzo, l’organizzazione Reporter Sans Frontières pubblica il suo report sulla libertà d’informazione nel cyberspazio ed anche l’indice dei “Nemici di internet”, col quale vengono identificati i Paesi che attuano maggiormente la censura nella rete e che perseguitano gli utenti indesiderati. Ricordandoci che la libertà è sempre una conquista faticosa, mai una condizione garantita.

L’ultimo anno l’organizzazione ha registrato un preoccupante aumento delle violenze contro i giornalisti, in seguito a tre anni di relativa riduzione. I giornalisti uccisi nel mondo sono stati 80 nel 2018, quelli detenuti sono cresciuti a 348. I Paesi più pericolosi per l’informazione sono risultati essere l’Afghanistan, la Siria e il Messico, ma anche gli USA, la più grande democrazia del mondo, contano un buon numero di reporter uccisi. Nell’attendere i nuovi dati, che saranno pubblicati oggi sul sito ufficiale di Reporter sans Frontières, facciamo come la nottola di Minerva, che “inizia il suo volo sul far del crepuscolo”, e limitiamoci a qualche osservazione generale sullo stato dell’informazione che già ai nostri occhi si palesa.

Il problema della libertà di informazione oggi è dirimente. Certo, la matrix orwelliana, in cui tutto quello che crediamo vero è solo frutto di un grande inganno organizzato, è un modello descrittivo un po’ troppo semplicistico, e rischieremmo davvero di cadere nel terrorismo complottista, o peggio in uno scetticismo delirante, se lo prendessimo sul serio. Come mostrano i report degli anni scorsi, ci sono Paesi più liberi di altri: Paesi in cui il diritto a diffondere la propria verità – come, d’altronde, il diritto (?) a “spararla” grossa – è un po’ più tutelato. Ci sono sempre versioni alternative, notizie dissonanti, informazioni plurali, almeno dove vige il capitalismo democratico (sic!) al quale un po’ di diversità di gusti ed opinioni, fosse anche solo per vendere la merce, in effetti non dispiace. Almeno qui quella di Giordano Bruno è solo un’antica storiella, rimpiazzata in Occidente dal topos del salotto televisivo, in cui una conduttrice isterica a caso manda la pubblicità quando viene fuori qualche argomento troppo scomodo ai fini della discussione.

Certo, siamo grati di vivere nella open society, di essere amici della simpatica democrazia angloamericana, per quanto talvolta esportata con qualche bombardamento a tappeto in Paesi un po’ meno liberi e friendly. Ma anche nel mondo civilizzato non possiamo fare finta che, ad esempio, l’Italia non sia al 46° posto nella classifica sulla libertà di stampa di Reporter Sans Frontières, le cui stime, rispetto a quelle di altri istituti, risultano peraltro essere assai generose. La cosiddetta censura è un fatto sociale evidente, ma la vulgata, per cui i giornalisti sarebbero malvagi pennivendoli finanziati dai poteri forti, davvero è offensiva per una categoria intera. Per restare nel politically correct ma senza sprofondarci, possiamo invece supporre che i problemi di una informazione errata possano nascere in realtà come effetto di un certo conformismo, per cui è più comodo allinearsi alla versione mainstream piuttosto che sprecare il tempo a consultare fonti alternative. D’altro canto, se in America qualcuno ha potuto scrivere un libro sulle “935 bugie di Bush per giustificare la guerra in Iraq”, quantomeno qualche dubbio sulla presunta imparzialità dei media occidentali viene in mente. Ça va sans dire. Forse la nota questione di Bertold Brecht: “Cos’è rapinare una banca rispetto a fondarne una?” potrebbe, con un po’ di malizia, essere riformulata come: “Cos’è una fake news amatoriale rispetto a un sistema mediatico organizzato?”

Per quanto riguarda la libertà dei social networks, una legge scandalosa – nel senso che ha suscitato scandalo, s’intende – è stata approvata a maggioranza dal liberalissimo Parlamento Europeo, nel settembre dello scorso anno. La norma ha intenti molto nobili: tutelare il diritto d’autore rispetto all’uso di notizie, immagini e altri contenuti disponibili sulle maggiori piattaforme online – Facebook, Google etc. Quello che viene criticato è però un accidens non trascurabile: con questa direttiva infatti, le piattaforme internet sono obbligate a pagare gli editori per le informazioni che veicolano, ed inoltre a vigilare sul fatto che le informazioni siano coperte da copyright. In pratica, qualche multinazionale deciderà quello che dobbiamo sapere e quello che va tenuto nascosto. Nihil novum sub sole, direbbe il fedele.

Non credo che sapremo mai se lo sbarco sulla Luna fu un geniale cortometraggio di Kubrik, o se siano stati davvero gli 007 di Putin a piazzare Donald Trump alla Casa Bianca. Certo, al di là di questi oziosi estremismi, interrogarsi su quanto di “umano, troppo umano” si celi dietro i montaggi delle versioni ufficiali, e più in generale sui frames, le narrazioni entro cui le notizie sono inserite – questo interrogarsi rappresenta un ottimo esercizio di libertà intellettuale. L’imparzialità è un totem antico, la cui adorazione si paga con la moneta dell’ignoranza. La giornata mondiale contro la cyber censura ci invita, al di là di come la si pensi, a non prendere mai per oro colato tutto quello che ci vien detto, e a riscoprire l’intrinseca e disarmante bellezza della Verità.

Marco Pisanu

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