24/05/2019
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Il dado non è ancora tratto.

Berlusconi fuori dai giochi e Lega che guarda dall’alto verso il basso Forza Italia, il centrosinistra che scompare e Renzi che riceve una nuova (questa volta doppiamente eclatante) sconfitta, il M5s che ottiene il  32% dei voti, Liberi e Uguali di Pietro Grasso che ottiene «un risultato sotto le aspettative».

 

Non è uno scherzo e neanche un sonno disturbato da un boccone digerito male.

 

Questi sono i risultati delle elezioni della giornata di ieri, 4 Marzo, che ha visto sì da una parte la conferma di alcune previsioni, mentre dall’altra l’infelice tramonto di una già notoriamente triste era amministrativa e politica.

 

Questi i dati quasi definitivi degli spogli: il Movimento 5 Stelle al 32.67%, seguito dal Pd al 18.2%Lega al 17.60%Forza Italia al 14.05%Fratelli d’Italia al 4.36%Liberi e Uguali al 3.39%+Europa 2.56%, Potere al popolo 1,2%.

Ciò che risalta di più in questa vicenda nazionale è che l’Italia ai seggi si è letteralmente spaccata in due: il Mezzogiorno è del M5s (che mette in moto uno storico cappotto in Sicilia e Sardegna), mentre il Nord è tinto di blu con il centrodestra in vantaggio trainato dalla Lega.

 

Nonostante questo, la Lega registra un aumento di dati positivi anche al Sud.

La geografia del voto dimostra che non esistono più le regioni “rosse”, che nel complesso la sinistra è travolta da un’ondata di voto di protesta, che aumenta nelle regioni del meridione.

 

È dunque arrivato il momento tanto atteso da molti nel vedere l’epilogo di Berlusconi come leader politico del centrodestra? Forse sì, dati i risultati di oggi, ma la situazione attuale apre ben più ampi interrogativi.

Chi è, concretamente, che ci rappresenterà dunque?

 

Nonostante questi eclatanti risultati, nessun partito è riuscito ad ottenere i numeri sufficienti per governare. Questo esito porta ad una serie di opzioni: tra queste o un’alleanza tra il M5s e la Lega di Salvini (anche se già quest’ultimo ha ribadito in conferenza stampa che non intende mettere in atto “coalizioni strane”), o il centrodestra che trova i numeri (tra i vari partiti) per formare una maggioranza, oppure toccherà al M5s coalizzarsi con qualche altro partito (non è da escludere neanche il PD) per raggiungere lo stesso scopo.

Per avere maggiori chiarimenti e maggiori certezze su eventuali alleanze, dovremo aspettare il 23 Marzo, giorno fissato per eleggere le presidenze delle Camere e per vedere dunque quale orientamento politico si vorrà seguire.

 

 

 

 

 

Un’ulteriore ipotesi sarebbe (ancora) proprio quella del governo tecnico. Servirebbe però il sostegno di centrodestra e centrosinistra, affinché si gettino le basi per permettere che si ritorni al voto il prima possibile.

 

Le conclusioni che è necessario trarre da questa giornata sono diverse.

I vincitori di queste elezioni rappresentano il significante della parola “cambiamento” (non per forza da intendere con un’accezione positiva) e se questo sarà effettivo o meno non è ancora tempo di stabilirlo.

Gli sconfitti, invece, sono molti e in primis troviamo (con poca sorpresa) Matteo Renzi, che in serata ha annunciato le sue dimissioni, atto impossibile da evitare dato che il partito ha registrato meno del 19%, e che ha inoltre ammesso l’impossibilità del partito di creare “inciuci”.

 

Il nuovo teatrino che Berlusconi ha creato sulla sua figura non ha effettivamente fatto presa sugli italiani che evidentemente non sono così immemori come si vorrebbe far credere.

La conseguenza più diretta della sconfitta del centrodestra berlusconiano e del mal governo di quest’ultima sinistra (disarmata, poco propositiva e bisognosa di una nuova riorganizzazione) sono i dati dei voti alla Lega (Nord), che partiva dal 4% nel 2013.

 

 

Il terrore che da oggi il leghista possa diventare inarrestabile è davvero fondato.

Ma questo deve essere un monito ben preciso perché le forze politiche di centrosinistra e di sinistra si riorganizzano in più chiare, decisive e compatte linee guida da seguire per portare in maniera effettiva una opposizione che sia degna di questo ruolo.

Da qui, si spera che si possa trovare un equilibrio perlomeno interno a tutti i partiti, che questi risultati possano servire da lezione a quelli che non sono altro che frammenti sparsi e mine vaganti in cerca di punti di riferimento.

 

 

 

P.s.

“Sotto l’1% sarebbe una sconfitta, noi aspiriamo a superare lo sbarramento – ha detto poco dopo la chiusura delle urne il candidato premier di Casapound, Simone Di Stefano – Nell’ultimo mese siamo cresciuti tanto. Siamo stati determinati a non accogliere provocazioni”.

CasaPound raggiunge a stento l’1%.

Morale della favola: non pervenuto.

 

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