23/05/2019
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Dolore fisico e psichico a confronto

Definire la parola dolore non è mai facile. C’è chi lo paragona ad un forte macigno sul petto, chi lo lascia andare con le lacrime e chi lo tiene dentro in un silenzio assoluto. Un po’ come una molecola che si adatta alle diverse situazioni, mutando la sua fisionomia, la sua composizione e le sue particelle.

Così è il dolore, un piccolo frammento che si insinua nelle profondità senza lasciare spazio alle sensazioni più felici.
La ISAP (International Association for the Study of Pain – 1986) definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno. È un’esperienza individuale e soggettiva, a cui convergono componenti puramente sensoriali (nocicezione) relative al trasferimento dello stimolo doloroso dalla periferia alle strutture centrali, e componenti esperienziali e affettive, che modulano in maniera importante quanto percepito”. Infatti, il segnale doloroso una volta generato viene modulato a vari livelli da stimoli provenienti da strutture nervose (sensoriali, psichiche, della memoria) e non metaboliche o immunologiche, prima di arrivare, alle sedi naturali che ne danno l’interpretazione clinica. Secondo un’ottica medica il dolore può essere classificato in tre dimensioni: acuto, cronico e procedurale, tanto che la prima domanda che ci viene rivolta in pronto soccorso quando stiamo male è: “quanto dolore hai da 1 a 10?”

Spesso però non siamo in grado di definirlo quando si parla di psiche.
Quando proviamo dolore cronico spesso questo viene associato all’ansia, alla paura e alla rabbia. Uno degli elementi essenziali per comprendere la fonte di dolore è quello che in psicologia viene definito “l’effetto catastrofizzante” legato alla depressione e al nostro vedere tutto negativo.

Ci è capitato tante volte di essere lasciati, di affrontare una grave perdita, di soffrire senza motivi. Quando il dolore è fisiologico possiamo attenuarlo con antidolorifici e medicinali, ma quando proviamo un forte senso di smarrimento interiore che ci trascina verso il basso cosa possiamo fare? Affrontare il problema spesso non è mai facile, gli amici ci danno consigli, la famiglia ci supporta con frasi motivazionali, ma la nostra mente rimane legata ad immagini, situazioni e frasi.

Molti studiosi hanno cercato di spiegare la sofferenza attraverso il superamento di un problema che rappresenterebbe l’ostacolo; ad esempio lo psicoterapeuta e psichiatra  Raffaele Morelli, presidente dell’Istituto Riza e direttore della rivista “Riza Psicosomatica”, ha rilasciato di recente un’intervista per Il Corriere della Sera raccontando come i problemi non si risolvono, ma si superano. Secondo la sua analisi esiste una parola fondamentale per entrare in contatto con il proprio mondo interiore, ovvero il termine “adesso”. Non bisogna dunque esplorare l’inconscio alla luce del passato. Ogni volta che si paragona uno stato d’animo attuale ad uno lontano nella memoria si finisce con l’amplificare il dolore. Seconda la sua visione l’oblio e il mistero sono la cura, mentre l’ossessione di spiegare, capire e ragionare sui traumi si trasforma in malattia. Questa proposta potrebbe essere funzionale alla ricerca di uno stato di benessere, ma non è una operazione immediata in quanto ogni parte della nostra esistenza è collegata al valore del ricordo stesso.

Esistono altre soluzioni che si soffermano sulla focalizzazione di immagini mentali per evadere da uno stato di malessere, alla ricerca della creazione di un mondo e di visione differente. Basti pensare al metodo Mindfulness che opta alla realizzazione di immagini mentali legate ad un paesaggio come un bosco, un luogo marittimo o una montagna, che permetterebbero al “dolente” di allontanare il pensiero dagli eventi traumatici alla ricerca di pace. 

Qualunque sia il dolore affrontato dal soggetto non è mai semplice affrontare questa situazione, spesso sono necessari anche interventi esterni al fine di migliorare questa difficile crisi. A volte anche frasi del tipo “non sei l’unico che sta male” o “c’è chi sta peggio di te” non aiutano a lavorare sulla sensazione provata. 

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Spesso quando siamo tristi ascoltiamo canzoni che ci fanno ancora più male che sembrano creare letteralmente una voragine nel petto, o che non fanno altro che aumentare il dolore della ferita psichica. In particolare, Ivano Fossati, cantautore italiano ha riassunto all’interno di una sua canzone “I treni a vapore” il processo che lentamente si sviluppa nel “dolente”. Infatti, ascoltando attentamente le parole del ritornello si possono comprendere i messaggi di speranza che ci arrivano da questo profondo buco nero nel quale siamo capitati:

“Come i treni a vapore

Di stazione in stazione

E di porta in porta

E di pioggia in poggia

E di dolore in dolore

Il dolore passerà.”

I periodi difficili si affrontano come quelli felici, il vero problema è che nella nostra società tendiamo a leggere il dolore come una vera e propria condanna, senza comprendere che anche dalla sofferenza si possono trarre insegnamenti positivi. Nonostante la disperazione e la pena che inesorabilmente portiamo dentro tutto passa e così dobbiamo creare alternative, vie d’uscita dal vortice di sensazioni devastanti che stiamo attraversando. Ogni piccolo frammento di dolore che rimane, lentamente svanirà lasciando lo spazio per il nuovo, per l’avvenire e per emozioni più felici. In genovese c’è un detto che può aiutarci: “Tutti i tempi vegnan bàsta aspêtâli” (tutti i tempi vengono basta aspettarli) e così con spirito socratico impariamo a leggere la lezione di Parmenide “Pánta rheî” tutto scorre, e in questo nostro attendere vedremo dei miglioramenti. La tristezza ci rende deboli oggi, ma più forti e coraggiosi domani. Il dolore è necessario per comprendere chi siamo, cosa abbiamo attraversato, affrontato e superato, solo allora, quando avremo lentamente compreso il nostro valore riusciremo ad essere più sereni e in grado di affrontare le nuove sfide e le nuove battaglie che la vita ci riserva costantemente. 

Chiara Frisone

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