17/06/2019
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Donne come l’acqua di mare- il ruolo della donna e la lotta per i diritti femminili ai giorni nostri

Il ruolo della donna nel dibattito politico diviene centrale nei giornali di queste ultime settimane: c’è chi la assume a paladina della giustizia, e chi ha riposto in lei ogni speranza per la salvezza della nazione. L’elevazione della figura femminile a vate, il suo ruolo salvifico che però niente ha a che vedere con quello che Dante riscontrava in Beatrice, avviene parallelamente al Congresso mondiale delle Famiglie appena tenutosi a Verona: all’ordine del giorno l’insostituibilità della famiglia tradizionale, basata su principi cristiani, apparentemente minacciata minacciata dalla tolleranza e apertura del nostro paese verso altre forme di associazione tra individui.

In questo panorama di riflessione sulla peculiarità di entrambi i generi è pertinente anche il riferimento al tristemente celebre volantino che la Lega Giovani di Crotone ha pubblicato sulla propria pagina Facebook in occasione della festa della donna, che si presenta come un vademecum di principi volto a sintetizzare il ruolo e il valore della donna nella società contemporanea. Tale pamphlet ha suscitato tanta disapprovazione da essere stato contestato da esponenti della lega stessa, tra i quali lo stesso leader Matteo Salvini, il quale ha affermato di non condividerne alcuni contenuti.  Altri politici, tra cui esponenti del M5s,  si sono espressi anch’essi contro il volantino, non accorgendosi o fingendo di non accorgersi che esso è solo uno dei molteplici risultati più concreti del processo di degradazione del ruolo della donna nelle società contemporanee; svilimento che, sfortunatamente, non si può ascrivere agli ultimi decenni poiché da sempre opera sull’autorevolezza femminile.

Se tale fenomeno non ha raggiunto ancora una soluzione definitiva forse dovremmo credere che questa non sia possibile? Di certo al di là delle campagne di sensibilizzazione e dei movimenti femministi nati autonomamente, nessuna autorità politica ha finora dimostrato un reale interesse a discutere sulle reali e profonde cause della violenza sulle donne. Violenza e sopraffazione sono del resto tratti distintivi dell’uomo come erede diretto del mondo animale -ce lo diceva già la formula plautina homo homini lupus- e la violenza che permea una comunità di uomini non è esclusivamente fisica, ma verbale, sociale e strumentale: ogni giorno ognuno di noi compie almeno un atto di prevaricazione su una persona o una cosa, anche minimo e impercettibile. Anche Eraclito sosteneva che Polemos fosse il signore di tutte le cose, e riteneva che il fluire dell’esistenza fosse il risultato di un perenne conflitto tra entità opposte la cui convivenza era per natura impossibile.
Ciò non sta a significare che la violenza, in virtù della suo carattere intrinseco alla progenie umana, debba essere socialmente accettata, ma ci rende consapevoli che non possa mai essere definitivamente estirpata poiché radicata troppo profondamente nell’animo umano. Oggi viviamo in un mondo in cui, però, la violenza è stata legittimata, divenendo la dimensione in cui ogni messaggio viene veicolato all’auditorium di ascoltatori da politici e figure autorevoli. La violenza ci è quotidianamente imposta sotto forma di immagini e parole, tanto da renderci assuefatti e anestetizzati a tal punto da non riuscire più a decodificare le sue espressioni. Anche nel momento in cui gli artefici di tale violenza siamo noi essa non ci sembra tale, ma solo il remake di un film di cui adesso siamo divenuti i protagonisti.

La violenza sulla donna non sempre si esprime nelle forme plateali ed evidenti che costituiscono una grande porzione dei fatti di cronaca che caratterizzano le odierne testate giornalistiche, ma anche in forme più sottaciute e socialmente accettate. Tali episodi sono considerati alla stregua di effetti collaterali, fenomeni necessari e consequenziali, propri di una società non immune dalla criminalità e dall’immigrazione; tale è il messaggio veicolato dalle istanze politiche, da coloro che sono stati preposti alla funzione di interpreti della realtà e che invece contribuiscono a presentarcene un’immagine distorta e oscurantista.
La tendenza è quindi quella di ricercare la colpa nell’altro, nel diverso, nello straniero, quando invece essa è dentro di noi e dentro il nostro stesso modo di percepire la realtà in una società che si fa promotrice di messaggi sessisti ormai sono diventati quotidiani a tal punto da risultare consueti.  Non si tratta certo di un processo che è cresciuto attraverso i secoli, ma piuttosto di un congeniale adattamento attraverso lo spazio e il tempo del germe misogino; non si ricorda un’epoca infatti in cui le donne non siano state vittima di abuso e sfruttamento o in cui non siano state etichettate come il sesso più debole.

Il volantino della Lega di Crotone ambisce a sintetizzare le mansioni di una donna in sei punti in modo oggettivo, non suscettibile di modifica alcuna, come se essi potessero delimitare un confine tra ciò che la donna è e può fare e ciò che non è, e non può fare; come se sei punti potessero chiudere il femminile entro un cerchio al di fuori del quale è impossibile muovere i propri passi. Qualsiasi atto, mansione o funzione che la donna riveste al di fuori del cerchio, al di fuori dello spazio che a lei è assegnato, è considerato illecito e sovversivo.
Il ruolo definito come “naturale” della donna è limitato quindi a promuovere la vita e il nucleo familiare, come se ciò potesse sintetizzare le innumerevoli potenzialità dell’individuo di sesso femminile. La donna è considerata alla stregua di una creatura il cui unico scopo è rinnovare il persistere della vita e far sopravvivere la propria specie, non concedendo degna considerazione la sua identità individuale. Ciò che ella può dare al mondo si esaurisce con la sua funzione biologica, e ciò che invece il mondo può dare alla donna sotto forma di opportunità e bisogno è assolutamente superfluo. E una donna senza figli? Non è una donna? Si, certo che lo è, ma è una donna incompleta, un donna non realizzata. E’ una donna in misura minore, che è venuta meno al suo compito biologico.

La politica riveste le più disparate mansioni ma non ha il diritto di indicarci il modo corretto di vivere la nostra vita, di determinare le nostre scelte personali o di convincerci che esse non siano immuni da conseguenze nella collettività. Anche femminismo è un termine improprio, perché quello che viene rivendicato, ciò che inferisce a questa parola, non è la superiorità della creatura femminile ma un’assoluta uguaglianza e parità, ancora irrealizzata. Questo movimento è ed è stato spesso interpretato come un atteggiamento rancoroso di alcune donne verso certi uomini in quanto tali, e in questo non c’è niente di più assurdo, maschilista e ignorante, perché definisce le donne come delle esaltate soddisfatte di vedere nell’uomo un nemico da stremare; come se esistesse una lotta in cui la donna vuole affermare la superiorità del proprio sesso: sì, per certi versi si tratta di una battaglia, che però auspicherebbe non ad un vittoria ma piuttosto ad una conclusione che sancisca la definitiva uguaglianza delle due parti.
Del resto, ce ne siamo resi conto osservando cronaca e scenario politico: se non è la donna stessa a farsi interprete dei propri principi, allora nessuno se ne farà garante. Il tragico volantino della Lega di Crotone fa riferimento all’“autodeterminazione femminile” come a qualcosa di fuorviante per la donna: eppure il principio di autodeterminazione dell’individuo appartiene alla nostra Costituzione e sancisce il diritto di ogni individuo, sia esso uomo o donna, di determinare con autonomia la propria singolarità. Si tratta dunque non di una banale affermazione retrograda e maschilista, ma ancor più gravemente di un errore storico e costituzionale, indice dell’ignoranza e del populismo che regnano sovrani nell’attuale assetto politico.

Chiara Celeste Nardoianni

 

 

 

 

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