Scrivici!










Seguici su:
15/11/2018
HomeAttualitàDuomo di notte

Duomo di notte

Prima di tutto è il tempo. È il tempo che se ne va a piacere, fuori da se stesso. Il tempo va fuori tempo. Succede quand’è così tardi e non è consueto fare certe cose.

 

È ottobre vicino alla fine. È ottobre di santi, non di streghe. Arrivano e passano le dieci di sera.

Il Duomo di notte, dopo un aperitivo con Campari. E chi se lo poteva immaginare?

 

In Lucem Veniet, hanno esposto le tarsie di Santa Maria dell’Assunta. Le guide compongono i gruppi, gli auricolari azzurri. I cellulari, il turista spiritoso, o almeno ci prova, ma non fa ridere; fila di piedi neri sul pallido sagrato. R. H. Hobart Cust ci ha informati, a tal proposito: scrive che il Fariseo e il Pubblicano – che tu, lettore, troverai proprio al centro – sono fatti trapanando il marmo di minuti puntini. Più grande il foro, più marcata la linea. In mancanza di una matita, si lavora di punteruolo. Non si scampa al disegno, non da toscani. Non è pensabile.

Mr. Hobart Cust toscano non era: la copertina del suo libro – “I Maestri del Pavimento del Duomo di Siena” – è una fotografia alterata al computer. Qualcuno fa svanire le colonne, ché Santa Maria pare perdere la presa. Un effetto bleach le scombussola i contorni, la chiesa diventa la follia di un impressionista. Povero autore! L’hanno chiaramente trasformato in un colorista della Scuola Veneta.

 

Il sistema degli archi svetta nel caldo alcolico, che fa tutto più grande, più irreale. Bere è un po’ come oscillare al trapezio, con le gambe tagliate via. Tutto è a portata di mente, tutto è afferrabile. Peccato che la mano tremi.

Stasera l’altalena pende tra i piloni bianconeri. È un’eredità pisana, questa qui dei marmi a due colori, trafugata allo stile dei saraceni. La chiesa è un costrutto vasto, portagioie di un qualche Golia. Ha i piedi freddi, colorati a brevi tocchi; il preziosismo scoppia in alto, tra le volte celesti e l’oro. In cima alla facciata spicca l’angelo armato. Anche a Lucca ce n’è uno, in cima a San Michele in Foro. Dicono gli anziani che lassù, all’attaccatura delle ali, il guerriero dei cieli cela uno smeraldo. Pare che  in piazza tuttora qualcuno sforzi lo sguardo, cercando di captare un barbaglio verde. Chissà che si dice a Siena, se anche il loro nasconde qualcosa. Ogni città è una gemma sbeccata, con opalescenze, bagliori, macule tutte personali. La si deve rigirare a fondo e neppure la si scopre tutta. Non basta una vita per comprenderne la vita.

 

Disegnato a sgraffito – s’incide la lastra di marmo, si cola la pece nel taglio -, Ermete Trismegisto introduce al tempio. È “contemporaneo di Mosè”, si legge in didascalia, frutto del gusto che ha il religioso medievale, quando si tratta di omaggiare l’esotico, di abbracciare il pagano e portarselo in casa. Perché si sa, non si può amare quel che non è cristiano. Occorre trovare un nesso, includerlo in qualche maniera.

Più di cinquanta tarsie a commesso, dice la donna dalla voce di panna. Commesso, o sagomare il marmo e incastrare i pezzi, come un puzzle prezioso. Sullo stesso pavimento stanno cinque secoli di artefici senesi, connessi l’un l’altro da un filo scarlatto.

Scarlatto come i gioielli di Acab, disegnato da Alessandro Franchi, che si prostra al suolo e pare una vertigine a vederlo dalla balaustra, proiettato indietro, col mantello scomposto sul corpo. Ha gemme rosse e cobalto sparpagliati sugli orli. Sul marmo color caramello, le Storie di Elia gettano le ombre col graffito. È questo il pezzo forte del ciclo, che solitamente lasciano coperto. In questo punto, dove i transetti convergono a fare il cuore della chiesa, reclinare il capo può letteralmente comportare il Paradiso.

C’è la cupola interna, una vertigine di cassettoni blu. Stelle e bossi laminati si ripetono in successione, vorticando fino al lucernario. Se la ridono i putti d’oro, che certe espressioni allibite ormai le sanno a mente, di questi turisti che quotidianamente si fanno bombardare d’immagini, ma non sanno proprio abituarsi alla bellezza diretta.

Hanno fatto bene a transennare il coro, pare che in molti cedano al richiamo del selfie seduto. Enorme il leggio per i corali atlantici. Un antifonario da solo, d’altro canto, potrebbe occupare un tavolo intero.

E poi le donne della Strage degli Innocenti, là nel transetto nord. Si legge che a Otranto il massacro fu simile nell’agosto del millequattrocentottanta, quando arrivarono i Musulmani; e che Matteo di Giovanni, l’artista, non poté dimenticare. I milleduecento morti, i bimbi deportati li ha adagiati sui gradini del commesso, per confortarsi dall’orrore. E in tutto quel vorticare di colori, una donna volge il profilo, le braccia, la bocca spalancate: un soldato di Erode brandisce suo figlio, buttandolo nel nero del cielo.

 

E al cielo torniamo adesso, che la chiesa chiude. È singolare uscirne e incontrare il buio. Tutto è singolare, in questa notte alcolica. Il portagioie scatta le serrature, riprendendosi i suoi ori. E sono cose viste sempre per poco, sempre di fretta. Resta il rimpianto continuo di non aver guardato a sufficienza, vissuto l’attimo, la venatura, il dettaglio cromatico con la giusta presenza. Ma non è colpa nostra, non siamo i primi, né gli ultimi. È la bellezza, la dannata bellezza.

 

E il tempo, che deve sempre immischiarsi e rovinare tutto.

 

 

Sharon Tofanelli

 

Fallo sapere anche su:




Nessun Commento

Area Commenti Chiusa.