21/08/2019
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GIORGIO AGAMBEN E IL POTERE SULLA «NUDA VITA»

Sono passati oltre settant’anni da quell’orribile tragedia antropologica che, impropriamente, chiamiamo Olocausto. Quella di «totalitarismo» è una categoria giuridico-politica usata per designare il contesto nel quale si poté realizzare l’incubo dei campi di concentramento. Il problema è che troppo spesso ci si concentra, con finto impegno intellettuale, nella denuncia dei crimini di nazismo, fascismo e stalinismo, senza purtroppo rendersi conto di quello che è il nesso stringente, ineliminabile, tra l’orrore dei totalitarismi veri e propri e quel “totalitarismo” invisibile, la sovranità moderna, i cui meccanismi Foucault seppe condensare attorno al concetto di biopolitica. Il lavoro ventennale (1995-2015) di Giorgio Agamben, filosofo italiano di fama internazionale, ruota proprio attorno a questo rapporto tra potere sovrano e la «nuda vita», ed è stato pubblicato pochi mesi fa da Quodlibet, in una raccolta di nove libri (1400 pagine), sotto il titolo Homo sacer.

       

Si tratta di un’opera fondamentale del pensiero politico contemporaneo e si colloca accanto a giganti come Foucault e Arendt. Illuminante elaborazione concettuale ma anche preziosa miniera di informazioni, Homo sacer costituisce una «cassetta degli attrezzi» utile a chi voglia interpretare la realtà contemporanea senza l’illusione di vivere in una società già emancipata, ma anche senza il cinismo di chi non vede vie d’uscita rispetto al totalitarismo contemporaneo.

I nuclei centrali, profondamente intrecciati, sono fondamentalmente. Essi appaiono sufficientemente sviluppati già nel primo dei nove libri di cui si compone l’opera, e su questo basterà concentrarsi per avere un’idea della profondità di analisi che viene esercitata da Agamben. Il primo nodo è costituito dalla relazione tra eccezione e regola, nell’ambito della sovranità moderna. La tesi è che la sovranità dello Stato moderno, così come la conosciamo nella storia, poggi essenzialmente su una zona di indistinzione tra ciò che è giuridicamente regolamentato (Dìke) e la violenza senza regolamentazione (Bìa). Proprio la regolamentazione giuridica che regge la nostra forma di vita democratica in realtà si fonda su una sovranità che pone queste regole; per il fatto stesso di porle, tale sovranità si situa necessariamente sia all’esterno della regola (in quanto dall’esterno pone la regola) sia all’interno (in quanto può revocare l’ordinamento). Agamben cita le parole di Carl Schmitt, grande teorico della sovranità:

«egli [il sovrano] sta al di fuori dell’ordinamento giuridico e, tuttavia, appartiene ad esso, perché spetta a lui di decidere se la costituzione in toto possa essere sospesa»

È in verità lo stato di eccezione il nucleo centrale della sovranità moderna: una condizione per definizione eccezionale, esclusiva, ma allo stesso tempo pienamente interna alla normalità. Lo si è visto in maniera eclatante, nel corso del Novecento, con la comparsa dei totalitarismi, i quali si sono mostrati fenomenologicamente  una risposta eccezionale ad una situazione eccezionale, ma in quanto tali capaci di far vedere a tutti qual è il fondamento reale dello Stato: la violenza che impone se stessa. Ma questo è solo un primo aspetto che accomuna totalitarismo e attualità.

Il fatto che, secondo Agamben, il fondamento attuale della sovranità sia uno stato di eccezione permanente, è sintomatico di una verità che riguarda l’uomo nella sua totalità. La divisione tipicamente greca tra vita biologica (zoè, propria anche di altri animali) e vita politico-culturale (bìos, specifica dell’uomo) è una divisione che forse poteva riguardare l’antichità, ma nell’attuale paradigma sociale, come bene ha evidenziato Foucault, tale divisione è venuta meno dal momento che

«l’uomo moderno è un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente»

Ma zoè e bìos, nella loro indistinzione, nel loro incrocio biopolitico, non sono altro che concetti antropologici per definire lo stato di eccezione, che emerge come l’eccezione violenta (Bìa) insieme inclusa ed esclusa dalla violenza regolamentata dello Stato (Dìke). La sovranità contiene fin dal principio la “politicizzazione della vita in quanto vita” che emerse così terribilmente col nazismo, nella forma dello stato di eccezione, ma come pura legalità.

Il secondo aspetto centrale di Homo sacer è quello che dà il nome all’opera integrale ed anche al primo dei libri che la compongono. Festo, nel suo trattato Sul significato delle parole, definiva curiosamente “uomo sacro”:

«colui che il popolo ha giudicato per un delitto, e non è lecito sacrificarlo, ma chi lo uccide non sarà condannato per omicidio»

Questo concetto-limite dell’ordinamento giuridico romano, l’homo sacer, che è uccidibile ma non condannabile, non appartiene né allo ius divinum né allo ius humanum. Un uomo sacro era per i Romani un uomo che si era macchiato di un grave delitto, ma la sua uccidibilità, che era prevista per legge, non era considerata un sacrificio, nel senso che paradossalmente non era compresa nella normale amministrazione. Il paradosso consiste proprio in questa eccezionalità che però è compresa nella legge, o, se si vuole, in questa legalità che è però esclusa dalla legalità stessa. Spiega Agamben che un homo sacer era un uomo escluso dalla forma di vita specificamente umana (bìos), cioè dai procedimenti legali di pena, ma allo stesso tempo impossibile da ritenersi una vita meramente animale (zoè). Ed è appunto su questo homo sacer, su questa «nuda vita» né naturale né culturale, che si esercita il potere moderno, anch’esso né naturale né culturale, al suo massimo dispiegarsi. In un certo senso, per il potere reale siamo tutti nuda vita, siamo tutti uccidibili e non sacrificabili, insieme interni ed esclusi dalla normalità.

Il terzo nodo concettuale è rappresentato dalle implicazioni che questa storia delle idee ha sulla società contemporanea. La tesi fondamentale è che il campo di concentramento costituì una sorta di (ancora una volta) zona di indistinzione tra casa e città, cioè tra quello che è l’ambiente tipico della vita biologica dell’uomo e quello che è il mondo della vita politico-culturale. All’interno del campo di concentramento la nuda vita era uccisa e non sacrificata, in quanto si trattava di uccisioni che avvenivano, nell’ambito di un permanente stato di eccezione, allo stesso tempo internamente ed esternamente rispetto alla normalità legale, dentro e fuori la vita regolamentata dallo Stato. In questo contesto, Agamben presenta l’agghiacciante analogia tra l’ebreo, in quanto nuda vita, e il Fuhrer, incarnazione della nazione tedesca: in lui perciò la vita biologica individuale trapassava, senza mediazioni, in diritto collettivo. L’ebreo ed Hitler, nel loro vivere tra la biologia e la cultura, davano prova al mondo della vera natura del potere moderno.

Agamben non arriva ad affermare che la società attuale sia un grande campo di concentramento di dimensioni globali. Tuttavia, è evidente come la sua analisi colga il punto fondamentale: la violenza è il fondamento del potere, e tale violenza si esercita brutalmente su un numero sempre maggiore di persone in tutto il mondo. Per quanto falsamente percepibile come meccanismo giusto nella sua brutalità, oggi sempre più esso si mostra per quello che è. La domanda più urgente rimane: è possibile pensare una politica che sia all’altezza del nostro tempo?

Marco Pisanu

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