14/10/2019
HomeCulturaLa Diana- una leggenda senese

La Diana- una leggenda senese

Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli.

Queste parole, scritte da Dante Alighieri e pronunciate per bocca di Sapia, nobildonna senese, si trovano nel XIII canto del Purgatorio, e testimoniano la fama acquisita dalla leggenda che un fiume, la Diana appunto, scorresse nel sottosuolo senese.
Nei versi del poeta fiorentino la Diana diviene motivo di scherno verso i senesi, che tuttavia credevano fermamente nell’esistenza di quel corso d’acqua inarrivabile; in effetti che si trattasse di una leggenda lo si può dire adesso, ma di indizi sulla presenza di una vena acquifera nelle viscere della città ce n’erano, abbastanza concreti perché il Comune spendesse, dal 1176 fino al 1300, parecchi soldi per cercarlo.

Ma partiamo dall’inizio.

La leggenda della Diana
La maggior parte delle città, soprattutto in passato, si sviluppavano nelle vicinanze di corsi d’acqua abbastanza grandi da poterne garantire l’approvvigionamento idrico: Firenze, Roma, Parigi, Londra, per citarne alcune. Siena, invece, sorge su tre colline, in una posizione privilegiata rispetto all’aria malsana che si respirava nelle vicinanze di Grosseto o in Valdichiana, ma svantaggiosa dal punto di vista della vicinanza di bacini idrici: i fiumi più grandi- Merse, Elsa, Ombrone- le erano lontani, mentre quelli vicini -Arbia, Tressa- avevano una portata d’acqua assai scarsa per la maggior parte dell’anno.
I senesi dunque, fin da epoche molto remote, si trovarono a fronteggiare la scarsità di questa preziosissima risorsa, indispensabile non soltanto per gli uomini, ma anche per abbeverare gli animali e spegnere gli incendi, e la cui carenza costrinse molti opifici ad allontanarsi dal cuore della cittadina per spostarsi lungo l’Arbia o nella Val di Merse. Il sottosuolo senese, di solida arenaria, accoglieva soltanto piccole vene acquifere che consentirono, nel corso dell’XI e XII secolo, di costruire le numerose fonti che si possono osservare passeggiando per il centro – Fontebranda, Fonte Gaia, solo per citarne due- o nelle sue immediate vicinanze, come nel caso della spettacolare fonte di
Pescaia
, costruendo acquedotti che spesso si allontanavano per chilometri dalla sorgente per portare l’acqua fino in città.
A quanto si narra, furono due gli elementi che a poco a poco convinsero i senesi che ci fosse un fiume sotto i loro piedi, e che fosse raggiungibile con poco sforzo: in primis il fatto, tutt’oggi facilmente verificabile, che le pareti delle cantine nella zona tra Pian dei Mantellini e Porta San Marco trasudassero costantemente di abbondante umidità. In secondo luogo l’aver udito, sempre nella stessa zona, nelle notti in cui il silenzio e la pace lo consentivano, il mormorio di un fiume sotto le pietre.
Si iniziò dunque a pensare che un ipotetico fiume facesse il suo corso sotto Siena, e trovarlo avrebbe significato risolvere per sempre i problemi idrici della città; si ipotizzava che il percorso della Diana, questo fin da subito il suo nome, andasse in effetti da Porta Ovile a Porta San Marco, unendo i due punti dove più spesso i cittadini ne avevano sentito il fruscio.
Si sa per certo che le ricerche del mitico corso d’acqua iniziarono nel 1176 quando i frati del convento di San Niccolò del Carmine, proprio dove poi sorgerà il manicomio, scoprirono una vena d’acqua che sfruttarono per costruire un pozzo- chiamato, appunto, “pozzo della Diana“, oggi riscoperto e parzialmente ripulito- e non si fermarono per un bel po’, richiedendo anche l’intervento di rabdomanti e astrologi: ancora nel 1295 si ha notizia di una delibera del Comune per proseguire i lavori di ricerca, che nel tempo hanno portato alla costruzione di una rete di acquedotti sotto la città tutt’ora funzionante e visitabile.

Il perché del nome del fiume è ad oggi sconosciuto, tuttavia l’ipotesi più accreditata è che sia frutto del ricordo di qualche antica fonte senese dedicata alla dea Diana.

I bottini: città sotto la città
Questi cunicoli sotterranei, scavati prima per portare acqua alle fonti e poi nel vano tentativo di trovare la Diana, prendono il nome di “bottini” e creano un vero e proprio dedalo sotterraneo abbastanza grande perché in passato si pensasse, per ben due volte, di utilizzarlo per invadere la città: il primo a tentare questa via fu Carlo V nel 1554, i secondi, in epoca ben più recente, i partigiani nel 1944 nel tentativo di liberare Siena.

I bottini

I bottini, che ad oggi si possono in gran parte visitare, devono il loro fascino anche alle molte leggende che sono nate circa la loro costruzione e le creature fantastiche che li abitavano.
Si narra infatti che i Guerchi, ovvero coloro che erano incaricati di scavare i tunnel e il cui nome è forse di derivazione tedesca – da werk– o forse legato al fatto che le lunghe ore passate al buio li rendessero praticamente ciechi -derivando, quindi, da guercio– fuggissero spesso spaventati per aver visto strani omuncoli nelle viscere della terra. In particolare, le creature che si diceva abitassero i bottini erano due: gli omicciuoli, folletti benevoli e danzerini, e i fuggisoli, spaventosi piccoli esseri che producevano un lampo accecante prima di scomparire di nuovo nel buio.
Razionalmente il tutto è spiegabile sia con possibili esalazioni di gas naturale durante gli scavi delle gallerie, sia, più malignamente, col fatto che parte della paga dei guerchi fosse retribuita in vino, e del resto nelle pareti dei bottini sono visibili tutt’oggi croci incise nella roccia e statuette della Madonna in terracotta incastonate nelle pareti, a testimoniare il superstizioso terrore degli uomini di fronte all’insondabilità del sottosuolo. Rimane tuttavia molto più  divertente e affascinante pensare che di notte, proprio sotto i nostri piedi, quando nessuno li sente, gli omicciuoli si abbandonino a danze scatenate!

 

QUALCHE CURIOSITA’:

  • proprio vicino a Pian dei Mantellini, alla Diana è stata dedicata una via – Via della Diana, appunto- al cui inizio è stata posta una lapide che riporta i versi di Dante sul celebre fiume senese;
  • durante il giorno del Palio, il rullo dei tamburi che accompagna i monturati– ossia i figuranti- durante la passeggiata storica è detto Passo della Diana.

 

Per visitare i bottini, le informazioni si trovano qui, al termine della pagina. Un’altra ottima idea potrebbe essere quella di fare una passeggiata alla scoperta delle fonti senesi, che trovate descritte qui e che sono, per la maggior parte, facilmente raggiungibili a piedi.
Infine, un libro che parla della storia della Diana e delle fonti senesi: “Barbagli-Petrucci F., Le fonti di Siena e i loro acquedotti, Firenze 1906″.

Lucia Cherubini

Fallo sapere anche su:




Nessun Commento

Area Commenti Chiusa.