16/10/2019
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“La dolorosa fugga”: Una mostra per fermare il dolore

È nel mondo inutilmente “pre-occupato” dei propri affanni, in un non-luogo come l’atrio di un polo didattico universitario, dove velocemente si transita per raggiungere “altro”, che, invece, le opere di Fabio Capoccia trovano il proprio spazio d’esistenza. L’ingresso del polo didattico San Niccolò, dal 15 aprile al 15 giugno 2019, ospita la mostra intitolata “La dolorosa fugga”, con 7 grandi tele dai colori così tanto potenti che costringono l’occhio a fermarsi e ad indagare.

l titolo della mostra è la citazione di un riflessivo passo del Decameron di Boccaccio. Siamo nell’VIII novella della V giornata ed il protagonista, Nastagio degli Onesti assiste alla condanna di un amore finito male, alla iterazione purgatoriale di una pena pensata per scontare una colpa.

La dolorosa Fugga. Olio su tela. 370×252 cm.

Né sta poi grande spazio che ella, sì come la giustizia e la potenzia d’Iddio vuole, come se morta non fosse stata, risurge e da capo incomincia la dolorosa fugga”.

 

Già dal titolo, dunque, si capisce l’importanza della ricostruzione filologica che anima questa mostra: esiste sempre un exemplum, nel mondo della letteratura, della religione o del mito, che fa riflettere sui drammi e sui mali che affliggono il mondo contemporaneo. E così, profughe, le tele di Capoccia ricercano le proprie radici nel mito dell’Odissea, nella Passione di Cristo, nella filmografia degli anni Sessanta per parlare del dramma umano della guerra in Siria e delle migrazioni nel Mediterraneo.

Le opere in mostra sono esageratamente grandi, con colori accecanti e con un segno potente perché vogliono strappare, chiunque passi, dalla indifferenza dei propri problemi. La forza del segno vuole denunciare lo strazio della sofferenza con quella gestualità disarmante sfoggiata dell’Espressionismo Astratto di Hartung, Gorky, De Kooning e Pollock. Le forme si avvolgono, si mescolano, si sovrappongono, talvolta sullo spazio infinito di una tela bianca, talvolta sullo spazio compresso da colori complementari. I corpi, le mani si inseguono disperate in una corsa matta, finendo, poi, per morire, come delle rose recise, di fronte all’uscio di chi niente dona e di chi nulla comprende.

Guta. Olio su tavola. 370×252 cm.

 

Rimane un boato, il chiarore acceso dei bombardamenti, quella Imago Pietatis la cui voce rimane bloccata in gola e che ancora piange il nome della Guernica di Picasso.

 

 

Gaia Colasanti

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