Scrivici!










Seguici su:
21/08/2018
HomeAttualitàLA LINGUA CHE CI MANCA, CAPITOLO I: “CITTADINI ARRABBIATI”

LA LINGUA CHE CI MANCA, CAPITOLO I: “CITTADINI ARRABBIATI”

Difficile pensare a un momento più noioso della “questione della lingua”, quando si studiava italiano, alle medie, al liceo, o si approfondiva letteratura all’Università. Momento cruciale, ineliminabile della nostra storia letteraria. Pietro Bembo, Trissino, i modelli per la poesia, quelli per la prosa, le Tre Corone; poi padre Cesari si faceva un Purismo, e l’affaraccio rispuntava in pustole e piaghe, sui nostri torcicolli di studenti volubili e poco affascinati, come la peste in Manzoni, il quale, si sa, dopo aver ingerito Crusca con olio di palma ovviamente si fiondava in Arno a vomitare e intanto ne approfittava per risciacquarsi i panni, come una brava lavandara pascoliana, che sognava di volare via dall’Italy in aeroplano, con un superliquefatto D’Annunzio. E l’ultimo Svevo sì, bravino, ma non canonicamente italiano; Landolfi e la pietra filo-lunare; Alfonso Gatto a ustolare…

Insomma, il delirio della nostra lingua parte… dalla nostra lingua. Non scaturisce da una lontana nebulosa di letteratura. O meglio, non si può considerare la “questione linguistica” solo un asfittico dibattito storico, contestualizzabile in un qualsiasi corso di letteratura italiana o affini. Il delirio è scritto in parole, e la qualità del nostro de-lirio o della nostra lirica dipende da come, quali e quante parole conosciamo (e come le utilizziamo). Succede che chi scrive o vuole imparare a scrivere si iscrive a Lettere, ma può sfogarsi solo a fine esami, con una tesi scritta di fretta, con parole di altri, con uno stile ammosciato e imparaticcio, castigato d’accademia. Perché la passione è stata ammazzata d’aborto cardiaco, e nello scrittore solo cervello, regole zoppe: e torniamo zoppi col regolo, come infanti alle elementari.

Da quasi un anno tengo sui miei social personali una specie di rubrica sulla lingua italiana. L’operazione può sembrare inutile, conservatrice, impopolare per certi versi. Pubblico post con parole italiane rare, arcaiche, desuete (o dal significato peculiare, ambiguo) cercando di spiegarle, diffonderle e di “riabilitarle”. Ora, chi mi conosce bene sa quanto io sia maniaco della lingua e da sempre fissato con termini che nessuno conosce né tanto meno utilizza. Ma il punto non è questo. All’inizio la #riabilitazionelinguistica è nata come un esperimento, un ludus di scavo e ripasso lessicale, soprattutto per me stesso. Tuttavia mi sono accorto che ripescare e divulgare queste parole suscita effettivamente interesse, e una gioiosa curiosità nelle persone. Questo, credo, per due motivi principali: l’aver imparato una cosa nuova, in primis. Questa “cosa”, questo monstrum è  sempre e comunque un termine della nostra lingua, regolarmente registrato e attestato nei vocabolari. Quindi va saputo, va imparato. Secondo: è una distrazione positiva. Ossia fa pensare a qualcosa di passato, di altro, di sconosciuto, che rientra sempre e comunque nel nostro sistema culturale e non ci allontana o aliena da esso (come molto ciarpame da social). E non si tratta solo di avere un paio di sinonimi in più per non ripetersi, o per fare gli ‘strani’ o i superiori; si tratta di conoscere parole il cui significato, apparentemente identico a quello di altre parole, rivela in realtà sfumature o accezioni completamente diverse (talora sbalorditive).

Mesi fa lessi qualcosa di illuminante sull’Internazionale: era un articolo di Nathaniel Scharping, pubblicato sul Discover Magazine, nel mese di maggio. Per chi non lo rammentasse, il titolo era “Le parole da immaginare”; l’estratto già rapiva, affermando che ci sono termini stranieri impossibili da tradurre, chiedendosi in che modo le lingue influenzano il nostro modo di pensare. Lo scrittore andava subito al punto cruciale: perché e come diamo un nome alle cose occupa un posto centrale nello studio della linguistica. Ripercorrendo gli sforzi di linguisti contemporanei, si risaliva fino a Sapir e Whorf, e alla loro congiunta teoria:

congnizione e linguaggio sono intimamente legati

ma possiamo anche dirla con il nostro Umberto Eco:

il repertorio lessicale e la struttura sintattica di una lingua determinano la visione del mondo propria di una data civiltà.

In sostanza: se non abbiamo una parola precisa per esprimere un dato concetto, non possiamo nemmeno pensare ed elaborare chiaramente tale concetto. Ma il punto dell’articolo stava proprio nel dimostrare come sia invece accettabile una versione più flessibile di questa teoria (si parla infatti di versione ‘debole’ della Teoria Sapir-Whorf). Come veniva dimostrato questo? Mostrandoci che esistono termini di altre lingue, appunto, intraducibili, o che comunque traducono sensazioni o suggestioni per i quali non abbiamo una sola parola, fissa e precisa. Ne deriviamo che possono e devono esistere più parole; che non ci manca quel concetto, quell’esperienza, ma che semplicemente non li abbiamo concepiti ed esperiti abbastanza da averne fatta concrezione in forma di parola unica, compatta. Girando pagina infatti trovavamo un gustosissimo paragrafo, “Il vocabolario che ci manca”: 14 termini in 14 lingue differenti (dal Bambara al Persiano), esprimenti concetti che non hanno corrispettivo in altrettante parole italiane. Questo prospetto mi ispirò da subito a lavorare a dei neologismi. Ed è quello che proporrò di fare per questo e per i prossimi articoli. Se non tradurremo tutti questi meravigliosi termini, almeno ci eserciteremo a prendere confidenza con la nostra lingua italiana, con i meccanismi basilari di formazione e costruzione delle parole: partiremo dal basso, focalizzando un processo elementare, cioè quello di lessicalizzazione (o codifica lessicale). Esso avviene quando, in una data lingua, un determinato concetto è associato a una forma lessicale. Risultato? Si crea una nuova parola, cioè l’entrata nel lessico di una parola che prima non esisteva.

Ovviamente non ho scelto nessuna delle quattordici succose parole che il prospetto offriva, ma mi sono fissato su un termine tedesco, riportato nel paragrafo vicino, intitolato “Tutte le sfumature dei sentimenti”. La parola in questione è “Wurtbürger” ossia letteralmente “cittadini arrabbiati” (da Wut = rabbia, più Bürger = cittadini). Questo termine, pur risultato di una tendenza alle parole composte tipica della lingua tedesca, è comunque a tutti gli effetti un neologismo. Divenuta una delle parole più popolari nel 2010, ha suscitato scalpore e preoccupazione nella classe politica, dimostrando ancora una volta che il linguaggio è una forza vibrante, termometro (e terremoto) necessario della società.

Il concetto di quest’anno esprime l’indignazione della popolazione per le decisioni politiche prese sopra la loro testa e la sua voglia di potersi esprimere sulle questioni concrete oltre la scelta compiuta in cabina elettorale

Questa considerazione rilasciata della Società per la Lingua Tedesca in merito a “Wurtbürger”, ci dice tanto del potere della lingua e delle parole, del carisma inaspettato che hanno, del pericolo che possono rappresentare anche solo un aggettivo, un’apostrofe o un termine fuori posto, per gli equilibri sociali e politici di un paese. Per questo ho scelto “Wurtbürger”, proprio per il periglio e la preoccupazione socio-politica che ha suscitato. E per le riflessioni che dopo sette anni può ancora risvegliare.

Partendo da un punto di vista socio-semiotico, è interessante come si sia potuta, nell’assemblaggio di una parola nuova, sviluppare e segmentare un’unità culturale (magari già in embrione) in così stretta funzione del suo spazio timico contingente. In termini più semplici, un neologismo ha risvegliato e definito una categoria sociale (i cittadini), sorta in forza di una sua precisa caratterizzazione umorale (cioè in questo caso la rabbia, donde ‘timico’) oltretutto decisamente orientata e contingente (cioè verso la politica o la classe politica di quel preciso momento). Questo ci spiega anche il ruolo e la portata delle emozioni nella società e come una lingua ben strutturata e sicura di sé sia capace di fissare e veicolare in un modo intelligente tali emozioni. Il tedesco sicuramente rientra in una categoria del genere; cosa ha di diverso l’italiano? Cosa succederebbe se provassimo a tradurre Wurtbürger in italiano?  Se per tradurre intendiamo limitarci a riportarne in modo fedele e sintetico il significato, allora torna alla luce “cittadini arrabbiati”, e siamo al punto di partenza. Ma se per tradurre significhiamo invece scomporre, studiare, inventare, osare, la questione si connota in modo diverso, e l’operazione assume valenze consapevoli, decisionali, diremo politiche. Per questo è giusto pensare a un termine per ogni pensiero che ci viene in mente, anche se questa parola-feto apparentemente è solo un intrico di vocali e consonanti senza senso. L’evoluzione sociale e politica parte e passa attraverso a cambiamenti di tipo cognitivo e linguistico. La felicità personale e civica è direttamente proporzionale alla felicità delle nostre scelte linguistiche.

Così, dalla tediosa questione linguistica torniamo alla letteratura, e capiamo perché Edoardo Sanguineti e altri neoavanguardisti puntassero così tanto sulla sperimentazione linguistica: agivano sulle parole per agire sulla politica. Con la riflessione metalinguistica (cioè parlando di come parliamo) non solo diveniamo osservatori esterni e pro-attivi del nostro modo di comunicare e di esprimerci; non solo diventiamo auto-consapevoli, capaci di auto-correggerci. Ma acquisiamo anche e soprattutto gli strumenti per scardinare alla radice gli schemi marcescenti della società. Intendo che, a quel punto, possiamo realmente capire e fare la politica. In quanto letteralmente politài, cittadini. Non più rap-presentiamo, ma ‘presentiamo’. Non più e-leggiamo, ma ‘leggiamo’ gli attori in campo.

La mancanza in un’adeguata politica linguistica, ma soprattutto di una politica linguistica orientata, impedisce una partecipazione consapevole alla politica stessa. Rassegniamoci all’idea che se non sappiamo spiccicare parola, scrivere o parlare correttamente, e magari anche sperimentare, osare con la nostra lingua, non potremo pretendere di fare politica, di essere cittadini a tutti gli effetti. Quindi, invece di soap pseudo-politiche, inventiamoci programmi di grammatica, di sintassi della lingua italiana. Invece di fingere di commuoverci dinanzi a bigie storielle da Italietta anni ’60 come l’episodio, quasi meta-parodistico, del piccolo Matteo che nel paesino sperduto di Copparo dona “petalóso” all’umanità, finalmente pronta ad accogliere il neologismo redentore, cominciamo a occuparci di ciò che ci riguarda, osiamo dire quello che non si dice, ma che si dovrebbe. Giochiamo con le parole, facciamoci l’amore, conosciamole fino in fondo. Scandalizziamo la società con amplessi acrobatici di vocabolari, con atti linguistici osceni in luogo pubblico. Ma soprattutto, abbiamo il coraggio di cambiare le nostre parole, le nostre abitudini linguistiche. Ci accorgeremo che cambierà drasticamente anche il nostro modo di pensare e di agire nella società.

Silvio Magnolo

Fallo sapere anche su:




Nessun Commento

Lascia un Commento

css.php