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17/01/2019
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La metamorfosi dell’università

 

L’università si sta trasformando kafkianamente sempre più in una grande azienda. Essa ha cessato da tempo di essere l’austero monastero del sapere classista ed elitario, per assumere le parvenze gelidamente democratiche di una impresa burocratizzata. Attualmente l’università si configura – sia detto con empirica esattezza – come una vetusta macchina rudimentalmente programmata, specializzata nell’immissione di individui poco preparati su un mercato del lavoro fatto di precarietà e deregulation.

 

Sul finire degli anni ’90, Umberto Eco esprimeva con la massima eloquente «ci vogliono più laureati, ma meno preparati» l’anglosassone filosofia della riforma Berlinguer-Zecchino passata alla storia con il nome di 3+2, l’ambizioso provvedimento che, spianando la strada a Gelmini e Moratti, ha cercato quanto più possibile di rendere l’università italiana competitiva sul mercato globale, ma, e non c’è davvero da sorprendersi, l’ha fatto a sciagurato detrimento della formazione degli studenti.

 

Rileviamo, semplificando, due tendenze egemoniche. In primis, la progressiva scomparsa della differenza tra università pubblica e privata, dal momento che entrambe sono, sul piano giuridico, rette da veri e propri consigli di amministrazione e, sul piano finanziario, irrorate da capitali privati. In seconda battuta, è sotto gli occhi di tutti che l’università tende ad offrire agli studenti pacchetti formativi in gran parte sconnessi l’uno dall’altro, unità di sapere acritico da assimilare passivamente come un anonimo piatto surgelato, e da studiare rigorosamente omettendo, con buona pace del determinismo storico, ogni riferimento al contesto entro cui le idee da digerire sono state concepite.

 

I soggetti più segnatamente colpiti da questi processi sono, manco a dirlo, gli studenti. Essi si vedono, loro malgrado, costretti ad assorbire una farsesca serie di conoscenze prefabbricate, una carnevalesca sfilata di concetti disarticolati, certo funzionali all’inserimento nel mercato della conoscenza, ma con prospettive di lavoro francamente scoraggianti, una situazione che risucchierebbe nel vortice di una depressione clinicamente rilevante persino il più convinto ottimista dai tempi di Hegel.

 

Ma se la privatizzazione selvaggia dell’università è per l’analista mediamente acuto un fatto evidente, non bisogna tuttavia lasciarsi sfuggire la sacrosanta verità per cui gli studenti oggi non si caratterizzano, primariamente ed esclusivamente, per essere vittime del sistema, come se fossero biblici agnelli sacrificati in nome della teologica mano invisibile dei mercati. Certo sono anche quello. Ma l’essere colpiti da una disgrazia non impedisce affatto un certo grado di libertà e di potere, di ricchezza e di capacità di modificare il corso degli eventi, perché non ci può essere sfruttamento senza resistenza.

 

L’università, a prescindere dal desolante impoverimento, ormai manifestatamente ontologico, che caratterizza i piani formativi, è e rimane un luogo di produzione e riproduzione fondamentale, uno dei gangli pulsanti assolutamente centrali del sistema nervoso sociale, e questo proprio grazie agli studenti, i quali hanno un ruolo fondamentale, sia nella rielaborazione del sapere trasmessogli dai docenti, sia nelle attività non del tutto interne allo spazio-tempo classicamente accademico, come l’associazionismo studentesco, le attività sportive, la redazione di giornali e riviste etc.

 

L’era presente non è più quella del capitalismo industriale: nella nostra epoca storica la produzione che conta è la cultura stessa. Le nostre potenzialità cognitive, linguistiche ed affettive vengono messe a frutto lungo le autostrade informatiche per costituire un general intellect straordinariamente creativo, dal quale il capitale non può fare altro che limitarsi ad estrarre ricchezza. Quando l’intera potenza della vita è messa al lavoro succede che lo studente cessa di essere un semplice individuo che deve ancora iniziare a lavorare: egli è a pieno titolo già un lavoratore cognitivo. Sebbene si cerchi in tutti i modi di comprimerne la forza produttiva riducendola a mera accumulazione nozionistica, lo studente contribuisce non poco ad incrementare la ricchezza sociale complessiva maneggiando concetti come se fossero attrezzi da lavoro, facendo esperienza del vasto mondo, sviluppando tendenze etiche e gusti estetici.

 

Di questo occorre dunque prendere coscienza: che lo studente, come suggerisce l’etimologia della parola, è tale perché desidera, e il suo desiderio conoscitivo è allo stesso tempo creativo e sabotatore: creativo in quanto all’altezza di produrre senso e istituzioni comuni, sabotatore perché capace, con la leggerezza giocosa dell’infante e la violenza impetuosa del maremoto, di utilizzare finalmente il sapere come una chiave inglese da gettare in mezzo agli ingranaggi al fine di inceppare la macchina, spezzare il dominio bio-capitalistico nel punto più alto del suo schizofrenico sviluppo e destabilizzare una volta per tutte l’ordine diabolico di quel maledetto algoritmo finanziario che, come un Leviatano gigante dalle mille teste, getta un’ombra scura e soffocante sul gioioso corteo multicolore delle singolarità in festa.

 

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