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22/04/2019
HomeAttualitàLinea contro verso – La traduzione di poesia: esperienze a confronto e tecniche di lavoro

Linea contro verso – La traduzione di poesia: esperienze a confronto e tecniche di lavoro

Tradurre per professione o tradurre per amore”. Così si è aperto il seminario di ieri pomeriggio, svoltosi presso l’Aula Magna del Palazzo di Fieravecchia, dedicato alla teoria della traduzione.

Il mestiere del traduttore risulta tanto insidioso quanto affascinante, ricco di spunti e di prospettive di evoluzione personale. Da una traduzione nata sui banchi di scuola, frutto di istinto ed amorevole sensibilità, al dominio perfetto della metrica barbara, che restituisca al verso italiano un riflesso dell’andamento ritmico latino.

Le questioni più spinose, però, non rientrano nel solo ambito metrico. Nel rapporto di sodalità che viene progressivamente a crearsi tra autore e traduttore, muta comunicazione tra assenti, emerge la necessità di restituire il vero volto dell’originale, fatto di scelte stilistiche, lessicali e metriche, anche ad un pubblico di lettori eterogeneo per cultura e idee: la ricerca di un equilibrio comporta un costante lavoro di limatura fatto, inevitabilmente, di perdite e tentativi di compensazione.

Una traduzione può nascere anche da una sfida contro sé stessi, contro l’originale, a volte contro lo stesso editore, la cui ultima parola è sempre determinante. Il percorso di crescita sembra non esaurirsi mai, portando, a volte, a rinnegare anche i principi di traduzione assunti in una fase precedente.

Così, la traduzione di un autore come Catullo, frammentaria per costituzione, diviene palestra di addestramento, nel tentativo di adattare la metrica barbara non solo all’esametro, ma ad un ventaglio di metri diversi e variegati.

Altra questione dibattuta rientra nel piano della “traduzione letterale”, come diceva Foscolo, “cadaverica”: può davvero una traduzione fedele al punto da riproporre quasi “parola per parola” l’originale, restituire al contempo lo spirito dell’epoca, la realtà in cui nasce il componimento, l’universo mentale dell’autore? Come agire quando la lingua di partenza, come accade per il latino medievale (di cui abbiamo un assaggio in autori come Eginardo o Valafrido Strabone), è già di suo frutto di straniamento ed artificio? Nasce, quindi come ulteriore obiettivo, la ricerca di una dimensione di empatia che coinvolga tutti i protagonisti di tale operazione.
Diversamente dalla tradizione traduttoria che pesa come un macigno sulle spalle del traduttore che si accinge al confronto con i testi classici, per il latino medievale spesso vige lo ius primae interpretationis. Il mediolatinista è chiamato ad assumersi la responsabilità di consegnare la traduzione di un testo che con tutta probabilità non verrà più ritradotto, ma che potrebbe assumere il valore di “fonte letteraria” per la ricerca storica.  La responsabilità è tale che il risultato, se scadente, può facilmente coincidere con l’atto di seppellire consapevolmente un poeta.

Variegato anche l’universo delle opere moderne. Il peso della “tradizione della traduzione”, spesso costituita da grandi personalità che hanno segnato generazioni (pensiamo a Platen, a cui sembra indissolubilmente legato il nome di Rilke), non deve passare in secondo piano, né essere rinnegata in tutti i suoi aspetti, ma costituire un ulteriore realtà con la quale misurarsi, nella ricerca di una felice sintesi tra le istanze dei destinatari e degli antecedenti letterari.
La vexata quaestio: traduzione target oriented o source oriented?
Al traduttore l’ardua sentenza!

 

 

 

 

 

 

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