Scrivici!










Seguici su:
22/10/2018
HomeCultura«Lazzaro felice», la bellezza delle cose semplici

«Lazzaro felice», la bellezza delle cose semplici

«Una favola moderna che parla di un miracolo dimenticato, quello della bontà».

Così Alice Rohrwacher, regista di Lazzaro felice, racconta al mondo il suo capolavoro, presentato al Festival di Cannes il 13 maggio 2018 e già premiato per la migliore sceneggiatura.

Una narrazione che trasmette disincanto…

Che sia questa la volta buona per un ritorno sorprendente al meraviglioso cinema italiano?

Sin dalle prime scene si ha la sensazione di assistere al racconto di una fiaba, avendo la fortunata possibilità di partecipare, allo stesso tempo, con i propri occhi al miracolo di vederla trasferita sullo schermo, senza rimanere minimamente delusi dalla trasposizione.

La regista apre una finestra su una realtà storica lontana dalla nostra, che ci appare così idilliaca da sembrare quasi magica, per poi inserire inaspettatamente dialoghi inerenti a vendite e prezzi d’acquisto, che raccontano di sfruttamenti, speculazioni e abusi.

Gli esseri umani sono come bestie, animali. Liberarli vuol dire renderli consci della propria condizione di schiavitù.

Entriamo così nelle vite di un gruppo di contadini italiani che vivono ancora la mezzadria, quando questa è stata debellata da tempo. Tenuti lontano dalla città e da qualsiasi contatto esterno, credono di vivere ancora ai tempi in cui la padrona, oltre a possedere il casolare in cui prestano servizio, possiede anche loro. Sono sfruttati, economicamente non retribuiti, e nonostante questo riescono a trasmettere allo spettatore la bellezza e la profondità di una vita bucolica, semplice, dove la fatica quotidiana vive in totale armonia con la pietà, la collettività, la bontà sincera e gratuita, che se riuscissimo a recuperare anche in minima parte, ci renderebbe consci e parzialmente degni di riconoscere il senso e lo scopo della nostra presenza in questo mondo: riuscire a scrollarsi di dosso ogni rivalità, astio o malevolenza, per vivere semplicemente in armonia con il prossimo.

Tra questi personaggi emerge il giovane Lazzaro, membro del gruppo di contadini, «una bontà assoluta che non c’è più», come spiega la stessa regista.

Lazzaro pare essere immune da qualsiasi evento negativo che cerca di colpirlo, sempre pronto ad offrirsi agli altri, senza aspettarsi nulla per sé stesso.

La regista affida a Lazzaro il compito di esprimere quella “santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani”.

È solo grazie al realismo magico, all’assurdità di certe scene che si può arrivare a comprendere la matassa dei rapporti che ci circondano, il significato della nostra realtà, della nostra stessa esistenza.

È una narrazione strutturata limpidamente tra realtà e illusione, magistralmente interpretata da un cast che accanto a nomi illustri del nostro cinema come Nicoletta Braschi, Alba Rohrwacher, Natalino Balasso, associa nomi novizi, come quello di Adriano Tardiolo, che interpreta Lazzaro, attore non professionista, che per questo ruolo non si è presentato neanche ai provini, scoperto per caso e voluto fortemente nel cast dalla regista.

Potremmo dire che sullo sfondo dell’opera cinematografica non ci sia l’ambientazione, ma solo le vicissitudini delle vite dei personaggi. Che in realtà dunque il vero protagonista della pellicola siano proprio loro, gli ambienti, i luoghi parlanti.
Le sterminate piantagioni di tabacco, le case rurali poste in mezzo ai campi aridi e insieme ricchi di grano, la campagna che continua a far crescere i suoi frutti senza tregua, non rispettando il tempo dell’uomo ma quello proprio, che vive autonomamente e incurante di ciò che la circonda.
E poi, in contrasto a tutto questo, le scene si trasferiscono in una metropoli qualsiasi, insignificante e monotona, che trasporterà i contadini da un tipo di schiavitù ad un’altra.

Uscendo dalla sala rimane, come un pugno allo stomaco, un’unica consapevolezza: quella di essersi trovati davanti alla metafora della propria vita. Si può vivere spensierati ed estasiati solo quando si è inconsapevoli della cattiveria, solo quando si ignora fino a che punto può portare il male in tutte e sue forme.

Ed è proprio questa inconsapevolezza che rende Lazzaro felice.

Chiara Fiaccabrino

Fallo sapere anche su:




Nessun Commento

Lascia un Commento

css.php