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21/08/2018
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Loro 2- Dal grottesco alla tragedia

Dopo la visione di “Loro 2”, la seconda parte del lungo film di Paolo Sorrentino su Berlusconi, si esce dalla sala provando sentimenti contrastanti. Di tutte le possibili sfumature che il regista poteva scegliere per raccontare l’Italia del ventennio berlusconiano, ha scelto quella più viscerale (e a tratti sentimentale): l’uomo. Il risultato è lasciare la poltrona sentendosi in colpa per aver empatizzato con il personaggio principale e aver provato pietà, oltre ogni ragionevolezza, per un cumulo di macerie e vanità che tenta invano di non disfarsi.

“Loro” è, velatamente nella prima parte ed esplicitamente nella seconda, la storia di un crollo.

Superfluo lodare la regia, che nella seconda metà del film si lascia meno andare a “sorrentinate” -vedi la scena iniziale dell’anello o il rinoceronte lanciato al gran galoppo in mezzo a Roma- che alla lunga avrebbero potuto pesare. Non mancano scene dalla bellezza disarmante, una su tutte la deposizione della statua di Cristo salvata dalle macerie del terremoto de L’Aquila, che valgono da sole tutto il prezzo del biglietto.

Ma al di là della bellezza, a catturare inesorabilmente l’occhio e il cuore dello spettatore è, dall’inizio alla fine, Toni Servillo nei panni di un Berlusconi letterario, sfaccettato, sicuramente lontano dalla realtà quanto poteva esserlo l’Andreotti de “Il Divo”, ma non per questo meno interessante come personaggio. Il grottesco cede il passo al tragico, e nonostante il protagonista affermi “sai cosa succede quando gli altri utilizzano la psicologia su di me? Niente.” la sua psicologia viene sbattuta nuda e cruda in faccia allo spettatore, in tutta la sua spiazzante, carnalissima banalità.

Il film inizia con una scena spiazzante: Berlusconi dialoga con un proprio doppio, un doppelganger che ha la faccia di Servillo e il nome di Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum, esprimendo il proprio sconforto per la recente sconfitta politica e la propria stanca incapacità di fare nuovi progetti. Ma la solitudine, suggerisce Doris, è la condizione naturale del bravo venditore: l’uomo più solo del mondo, perché “parla sempre, ma non ascolta mai.” E qui, Servillo regala a chi avesse ancora qualche dubbio sulle sue doti attoriali un autentico pezzo di teatro: Silvio Berlusconi si trasforma in un venditore di residence da sogno in un folle dialogo telefonico con una sconosciuta, pronta dopo poche battute a spendere per quella casa fittizia molto di più di quanto potrebbe permettersi. 

A seguire, un’escalation di eventi: olgettine, compravendita di senatori (sei: quelli che servono a Silvio per rientrare da padrone in Parlamento), promesse, fiction Mediaset (non male il trailer di una presunta serie su Lady D non così lontana da quel che siamo abituati a vedere realmente su Canale 5), feste, una crisi coniugale che spira sull’atmosfera da baccanale come un’aria di morte. 

Quanto ci sia del vero Silvio Berlusconi nell’uomo creato per questo film è difficile dirlo: probabilmente poco, così come i suoi festini non avranno presumibilmente avuto la potenza tragicomica delle ricostruzioni cinematografiche, ma il talento di Sorrentino nello sfruttare il potenziale umoristico di ogni dramma rimane inossidabile.

Non c’è -o almeno, non esplicitamente- una profonda analisi politica, non interessa o non riesce fino in fondo la lettura del fenomeno che ancora proietta i suoi strascichi nei rimaneggiamenti parlamentari all’ordine del giorno, ma c’è un uomo armato fino ai denti contro la morte e la vecchiaia. Una storia vecchia e sempre nuova, in questo caso “responsabile” dell’umanizzazione di un personaggio sfaccettato, a tratti caricaturale, alternativamente irresistibile e repellente, con cui ci si trova costretti ad empatizzare.

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