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25/06/2018
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LOVING VINCENT- tra cinema e pittura

Loving Vincent è un film d’animazione polacco-britannico co-prodotto dalla regista Dorotea Kobiela e dal produttore Hugh Welchman. Il progetto, completato nel 2016, è stato distribuito in Italia nell’ottobre del 2017.
La realizzazione ha richiesto un enorme dispiego di forze: sono stati impiegati 125 artisti per la realizzazione dei fotogrammi, tutti dipinti a mano. Per farsi un‘idea dello sforzo basti pensare che ogni secondo contiene almeno 12 tele. Questo enorme lavoro ha permesso sia la riproduzione di 94 dipinti che la rappresentazione parziale di altri 31.

La trama del film segue due filoni principali: il primo è quello che vede protagonista Armand Roulin intento a consegnare l’ultima lettera di Vincent al fratello Théo, mentre il secondo è l’insieme dei ricordi che vari personaggi conservano di Van Gogh.

Armand Roulin è incaricato dal padre Joseph di consegnare l’ultima lettera del pittore al fratello Théo. Questo compito lo porta prima a Parigi, da père Tanguy, dove scopre che anche Thèo è deceduto; poi a Auverse-sur-Oise per parlare con il dottor Gachet, amico ed estimatore di Vincent.

Il giorno del suo arrivo, però, il dottore non si trova nel piccolo paese, ma nella capitale. Allora il giovane decide di aspettare. Durante l’attesa Armand ha modo di parlare con alcuni paesani, che hanno di Vincent opinioni e ricordi contrastanti.

Il giovane inizia così a dubitare che il pittore si sia effettivamente suicidato.

I suoi dubbi, poi, saranno risolti dal dottor Gachet in persona, il quale gli spiegherà che lo stesso Vincent ha affermato di aver fatto tutto da solo, senza l’aiuto di nessuno.

Dunque, dopo questo chiarimento, Armand torna a Parigi dove il padre gli porta l’ultima lettera di Vincent, la stessa per cui aveva intrapreso il viaggio e che non aveva mai letto.

Lungo il suo viaggio Armand incontra diverse persone che, per motivi diversi, hanno conosciuto Vincent. Ciascuna di loro conserva dei ricordi delle sue abitudini, del suo carattere e della sua personalità. Di conseguenza, ogni ricordo è strettamente personale e soggettivo: la domestica dei Gachet lo ricorda con “la febbre negli occhi”; mentre Marguerite Gachet come un genio. Insomma: in tutte le persone che ha incontrato, Van Gogh ha suscitato un’impressione, un’emozione; in altri termini: un motivo per farsi ricordare.

Questo secondo filone, composto esclusivamente di flashback, è rappresentato in bianco e nero; mentre il filone principale, quelle che vede Armand come protagonista, è ricco di colori vivi e avvolgenti.

La scelta dei colori ha un senso se si pensa alla vita del pittore olandese: durante gli 8 anni della sua carriera dipinse più di 800 quadri, ma solo uno fu acquistato, per giunta da suo fratello. Solo dopo la sua morte la consacrazione sarà definitiva.

Il colore è la cifra di questa svolta: la sua vita è rappresenta come lacerata, difficile, cupa, triste e solitaria; mentre ciò che è venuto dopo è un glorioso e vivido riconoscimento della sua capacità di aprire le porte dell’arte alla modernità.

Per concludere è importante soffermarci sulla solitudine che ha sempre contrassegnato la sua vita: dal contesto familiare a quello artistico (basti pensare alla scena in cui si trova a Parigi ed è deriso da un altro artista perché dipinge costantemente), Vincent si è sempre sentito estraneo, incompreso; ma non con suo fratello. Grazie al fratello, infatti, egli ha potuto realizzare appieno la propria arte; grazie al fratello e al suo aiuto, ha potuto colmare quel vuoto biografico che lo ha sempre contraddistinto.

Tommaso Lo Russo

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