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09/12/2018
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Maestri “a rischio”: un restauro ed una esposizione per le “teste grandi” del Battistero

Addentrandosi negli spazi della cripta del Duomo, una parete in laterizio, sulla sinistra, finora rimasta sguarnita, ha l’occasione di ospitare – rimanendo estremamente fedeli nella ricostruzione degli archetti dentellati di supporto – il frutto di un delicato ed orgoglioso lavoro di restauro: le cosiddette “teste grandi” per la facciata del Battistero.

Inaugurata il 23 marzo 2018, la mostra “Maestri a rischio” durerà fino al 6 gennaio 2019, per poi destinare le opere all’esposizione permanente nei locali del Duomo. 

Piazza del Campus ha incontrato il curatore della mostra, il prof. Roberto Bartalini (docente ordinario di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università degli Studi di Siena) che ci ha spiegato il coscienzioso sguardo che è stato rivolto a questo piccolo frammento della storia senese, nel rapporto di una laboriosa collaborazione con il soprintendente (anch’egli curatore della mostra) Alessandro Bagnoli, il restauratore Giuseppe Donnaloia, l’Opera metropolitana ed Opera Civita.

 

Siamo nel 1356 – 57 e, ancora nella fresca speranza di poter dare vita al progetto del Duomo nuovo, il cantiere del Battistero è in frenetico movimento. È in questo momento che 5 artisti (i cui nomi sono riemersi dalle fonti) si trovano a lavorare al progetto unitario della realizzazione di 23 teste maschili e femminili destinate ad essere collocate sulla fascia mediana della facciata, per evidenziare lo stacco dalla cornice marcapiano di coronamento. Tuttavia, né il progetto decorativo, né quello di completamento ed ampliamento architettonico sono stati ultimati.

 

Siamo nel 2018 e di queste 23 teste ce ne rimangono solo 8, le superstiti in esposizione nella cripta, che, dopo anni di sonno nei depositi del Duomo, conoscono per la prima volta il pubblico.

 

 

 

Esposte agli agenti atmosferici, fino al 2006, nella loro originaria collocazione, le protomi avevano attraversato un degrado involutivo già in atto a partire dal 1969, come testimoniato da una campagna fotografica di monitoraggio eseguita dalla Soprintendenza. Da qui è nato il bisogno di staccare le teste dalla facciata – sostituendole con dei calchi che, a distanze così amplificate, hanno lo stesso impatto visivo – e di somministrarvici un intenso lavoro di restauro.

 

 

Al visitatore che si accinge ad approcciarsi alla mostra, due sono i nodi da sciogliere:

Perché le otto teste sono passate alla storia con la definizione di “teste grandi” e perché intitolare una mostra “Maestri a rischio”?

 

La prima domanda nasce spontanea al momento della visita, trovandosi di fronte a otto teste che non hanno niente di pretenziosamente “grande”, ma che si rivelano essere dei mezzi busti molto vicini, per dimensioni, al vero umano. Nel rispondervi, il professore spiega che la definizione di “teste grandi” era l’appellativo che i lapicidi avevano usato, all’epoca, per differenziare queste sculture da altre teste decisamente più piccole a cui, loro stessi stavano lavorando contestualmente, questa volta, però, non sulla facciata, ma all’interno del Duomo. E da quel momento, la pratica distinzione è diventata tradizione.

Come risposta alla seconda domanda, ci sono una puntuale motivazione tecnica ed un preciso intento di fondo. La definizione “a rischio” – svela il professore – testimonia il passaggio da un tradizionale metodo di retribuzione degli artisti, “a giornata”, ad un metodo di retribuzione, a tutti gli effetti, a cottimo (“a rischio”, ovvero da calcolare in base alla quantità di lavoro effettivamente fornito), entrato in uso a partire dal 1330.  Da qui, si comprende bene come sia raro che il visitatore sia a conoscenza di una tematica così settoriale e come, pertanto, il titolo scelto per la mostra si dimostri all’altezza di attrarre il visitatore con parole che non possono che infondere in lui una notevole curiosità tutta derivante da ciò che la parola “rischio” riconduce alla mente.

 

Studiare ed esporre i segmenti della storia, ci dice sempre il professore, “sono gli obiettivi della mostra, gli obiettivi puri e veri della ricerca e della divulgazione”.

Nella loro straordinaria valenza ornamentale, le otto teste si affermano come piena espressione del tempo di cui sono figlie, parlando attraverso quelle accuratezze fisionomiche che catturano lo sguardo. Difficile rimane, tuttavia, stabilire con le protagoniste della mostra un dialogo senza interferenza; collocare le teste entro un preciso ciclo iconografico voluto dalla committenza non è altro che una scommessa con il passato dal prezzo esageratamente alto.

 

Gaia Colasanti

 

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