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20/02/2018
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Mark Applebaum: tra pazzia e genialità la linea non è sempre definita

Mark Applebaum è un pianista jazz, compositore e professore di Composizione all’Università di Standford, ma nonostante queste caratteristiche e riconoscimenti canonizzati sa essere un personaggio molto fuori dalle righe. Il punto d’inizio della sua storia è, paradossalmente la noia nata dal lavorare sulle proprie stesse composizioni, che è stato in grado di trasformare in un catalizzatore per l’invettiva e l’originalità: è infatti grazie ad essa che ha assunto ruoli che vanno ben oltre la sola posizione di compositore.
Di Beethoven, avendolo dovuto suonare fin da piccolo, dice che lo ritiene “sazievole e poco stimolante“. Trova noioso anche suonare il piano (proprio lui, un pianista jazz che ha ricevuto anche il premio jazz della Southern California Jazz Society!), uno strumento secondo lui fin troppo familiare, del quale sostiene che abbia un’estensione del timbro abbastanza compressa, almeno per chi lo suona.

Ed è ancora la noia la locomotrice di ogni suo gesto: imparare altri strumenti e poi costruirli ex novo. E’ così, infatti, che è nato “Il Moschettiere“, strumento elettroacustico di sua completa immaginazione.

Nonostante la soddisfazione che poteva trarne ha sentito la sua spinta a inventare qualcosa non solo per se stesso, ma anche per condividerlo con altri, non si è fermata e ha continuato a comporre.

La scrittura di brani e spartiti tuttavia, dopo un po’, ha fatto scattare in lui nuovamente il tedio derivante dal lungo lavoro di notazione, ed ecco che ha deciso di seguire altri progetti, tra i quali la realizzazione di uno spartito di 22 metri intitolato “La Metafisica della Notazione”, fatto da folli notazioni pittografiche.

Questi 22 metri sono stati suddivisi in 12 pannelli installati sulla balconata dell’atrio del Cantor Arts Center Museum ed esposti per un anno, come arte visiva.

Basti pensare che il venerdì, da mezzogiorno all’una (e solo in questo stretto range di tempo), vari musicisti andavano a interpretare questi strani e indefiniti glifi pittorici.

Dato che sul pezzo non compare nessuna notazione tradizionale, la domanda  “ma questa è musica?” torna inevitabilmente a farsi sentire.

Per un altro suo pazzo progetto ha preso un orologio, facendo fabbricare quadranti di sua invenzione, e il lettore segue lo spartito andando di pari passo con la lancetta dei secondi: quando passa sui vari simboli il lettore reagisce con la musica. Ecco un esempio di creazione e realizzazione di un pezzo musicale molto poco standard.

Ma non è finita: ha creato un pezzo per tre direttori d’orchestra e nessun musicista (Tlon), prendendo spunto da una sua esperienza di osservazione di una discussione nel linguaggio dei segni, senza quindi l’emissione di alcun suono. Esperienza psicologicamente molto forte, tale da essere stata una musa ispiratrice.

 

In Aphasia ha scritto uno spartito per il performer in cui si leggono specifici gesti sincronizzati con una traccia audio fatta esclusivamente di campionature vocali da un cantante e successivamente distorte fino ad arrivare alla traccia finale.

In tutti i suoi progetti si può notare una totale assenza di strumenti tradizionali, un eccessivo numero di direttori d’orchestra e suoni che non rientrano nell’abitudinario: la gente potrebbe, di nuovo, chiedersi “ma davvero questa è musica?”

Di sicuro, grande insegnamento di questo personaggio (al di là che venga considerato pazzo o geniale) è che la domanda giusta non è è musica?”, bensì “è interessante?”; ed è così fondamentale perché lascia la libertà al soggetto di non preoccuparsi di quello che sta facendo, anzi permette alla creatività del compositore di spingersi nella direzione che più ritiene stimolante senza preoccuparsi del risultato.
Ecco che, a partire dalla testimonianza della sua vita, la profonda riflessione che si estende a tutti, musicisti o meno, è: come possiamo cambiare la domanda fondamentale a cui ruota attorno la disciplina cui dedichiamo la nostra vita? Considerando in questo anche la possibilità di assumere ruoli diversi, vicini o distanti che siano dalla tradizionale definizione professionale.

 

Mark Applebaum, “Radical Creativity: The Dilemma of Being Best and Worst”:
 
https://www.youtube.com/watch?v=XYjVHgkmwW0

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