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22/10/2018
HomeCulturaMassimiliano Barulli, L’arte di imitare. Il fenomeno delle tribute band in Italia, Roma, Arcana, 2018

Massimiliano Barulli, L’arte di imitare. Il fenomeno delle tribute band in Italia, Roma, Arcana, 2018

In un periodo storico in cui la lettura per passione in Italia sta subendo notevoli mutamenti, tra sottosegretari ai Beni Culturali che non leggono da più di tre anni e forme nuove di scrittura online, forse è coraggioso presentare un libro che non sia di narrativa ma che appartiene alla saggistica. L’arte di imitare di Massimiliano Barulli affronta però un tema, quello delle tribute band, che, seppur poco studiato, riguarda la nostra esperienza comune. Abbiamo intervistato il giovane autore del libro per farci condurre da lui in questo mondo così vario e ricco di spunti di riflessione.

Massimiliano, sappiamo che ti sei laureato alla Sapienza di Roma in Musicologia, quindi hai fatto di una passione un lungo percorso accademico. Quando ti sei incuriosito al fenomeno delle tribute band e com’è nata l’idea di questo libro?

Tutto è partito dal corso di Etnomusicologia del Prof. Giannattasio. Durante le lezioni parlò delle funzioni della musica nella società. Mi incuriosii molto dell’argomento tanto da volerci basare la tesi. Essendo un argomento decisamente troppo vasto ho ridotto il campo ad un fenomeno che racchiudesse in sé spunti su cui tracciare una linea per capire come funziona la musica oggi. Studiare e approfondire il discorso sulle tribute band mi ha permesso di unire l’andamento “nostalgico” della musica di oggi, il suo guardare spesso al passato, e, al contempo, comprendere come generazioni diverse dialoghino insieme tramite la musica e di come abbiano trovato nelle tribute band un modo per farlo.

Poi, ovviamente, c’è chi le disprezza e chi le segue con passione, arrivando a creare dei gruppi o pagine sui social dedicati a loro. Uno degli aspetti che più mi ha colpito è stata la varietà di opinioni non solo del pubblico, ma anche degli stessi componenti. Ho trovato le più diverse motivazioni che hanno portato alla nascita dei tributi e, spesso, una profonda passione che ha portato a replicare la band originale il più fedelmente possibile, arrivando a considerare una tribute band quasi come un fenomeno culturale, prima che artistico: una riproposizione di un evento passato irripetibile, per motivi anagrafici delle band originali o perché sciolte da tempo.

Nel volume, da cui traspare una notevole cultura musicale, vengono riportate interviste a tribute band, famosi giornalisti del settore e gestori di noti locali. Quali difficoltà hai incontrato e qual è, se vuoi svelarcelo, il ricordo più bello che hai della tua ricerca?

La difficoltà iniziale è stata raccogliere il materiale per comprendere questo fenomeno. C’erano, e ci sono tuttora, pochi articoli, poche interviste su cui basare un’idea quantomeno oggettiva. Ho trovato molti tributi disponibili a parlare di loro e a confrontarsi, e questo mi ha permesso di superare gli ostacoli delle fonti.

Il ricordo più bello è legato all’intervista con Federico Guglielmi, tra i più importanti giornalisti musicali italiani, davanti al Parco della Musica a Roma. Parlare di musica con un grande giornalista in una location così è stato decisamente un bel momento.

Oltre a occuparti di teoria musicale suoni la chitarra per passione e il basso in una tribute band degli Oasis. A quali progetti sei orientato per il futuro?

L’ingresso nella tribute degli Oasis è stato un momento particolare e paradossale perché mi hanno chiamato a suonare con loro diverso tempo dopo aver scritto la tesi sul fenomeno. Dopo aver intervistato musicisti, giornalisti e gestori di locali mi sono trovato ancora di più all’interno di questo mondo. In questo momento i progetti musicali sono un po’ in stallo per motivi di studio e lavorativi, ma in futuro mi piacerebbe coniugare libro e tribute band, magari in qualche occasione particolare, che siano concerti o presentazioni.

Sei un autore molto giovane e sicuramente molti altri ragazzi appassionati di musica vorrebbero, come te, dare un contributo alla critica musicale. Che consigli ti senti di dare?

Ancora dovrei riceverne io di consigli, ma quello più importante che mi sento di dare è di provarci fino in fondo, di mettercela tutta e di non lasciarsi scoraggiare. I tempi per l’editoria e per la critica musicale non sono dei migliori: la storica rivista musicale Il Mucchio ha chiuso da poco e in molti ribadiscono la crisi dell’editoria, ma l’interesse nella musica è sempre crescente, basti pensare alle numerose pagine su facebook che ne parlano e vedono aumentare followers ogni giorno.

Agnese Caddeo

 

 

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