19/07/2019
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Maurizio Bettini, Homo sum – L’indiscrezione come humanitas

“Ci sono troppi dispersi nel mare che fu di Virgilio, troppi cadaveri che fluttuano a mezz’acqua perché quei versi si possano ancora leggere solo come poesia. Sono diventati cronaca. Gli orrori del Mediterraneo hanno tolto all’Eneide ogni innocenza letteraria”.

L’universo di lettura dell’Eneide si palesa agli occhi di noi lettori in un’ottica tanto nuova quanto necessaria, laddove il classico supera le barriere fisiche dello stesso libro, ad approdare alla dimensione dell’attualità.
Questo il grande insegnamento di Maurizio Bettini, professore di Filologia classica presso l’Università di Siena. Valorizzare un testo classico significa, anzitutto, questo: riconoscerne la distanza, sfruttando inattesi aspetti di convergenza rispetto alla mentalità dell’oggi.
I profughi troiani rovinosamente naufragati sulle coste della futura Cartagine vengono accolti dalla regina Didone, pronta a mostrare l’humanitas che a nessuno si nega, perché dono, anch’esso, degli dei.
Da qui, prende le mosse una vera e propria indagine comparativa fra il mondo classico e l’odierna società civile, ove ad essere protagonisti sono i diritti umani. Certo, non possiamo dimenticare quanto accentuate siano le differenze rispetto all’antichità, a partire dal fatto che Greci e Romani approvavano la schiavitù. Quello che l’autore si ripropone di fare, dunque, è soprattutto un viaggio alla ricerca di termini, spunti, quadri mentali che restituiscano categorie di analisi della realtà umana che, rispetto alla nostra visione del medesimo problema, ripropongano una maggiore o minore alterità.

“Il rapporto fra la Dichiarazione del 1948 e alcuni aspetti della cultura antica appare subito chiaro fin dal titolo di questo fondamentale documento. Vi si parla, infatti, di “diritti umani” (“human rights”), quegli stessi che la nostra Costituzione (Parte I, Art.2) <<riconosce e garantisce>> come <<diritti inviolabili dell’uomo>>. Espressioni come queste sembrano ricalcare […] soprattutto l’espressione latina ius humanum, assai ricorrente negli scrittori romani, da Cicerone a Livio, Seneca, Tacito, e così via”.

La Dichiarazione universale del 1948 si fa nucleo comparativo, nel tentativo – assolutamente riuscito – di donare nuovamente autenticità ad una parola potenzialmente svilita, come diritto.
Già il mondo antico si era posto il problema relativo all’esistenza di una forma di “diritto naturale” (ius naturale) che fosse comune a tutti gli uomini e per questo in grado di porsi al di là di regolamenti e normative comunitarie: una forma di diritto, insomma, che appartenesse alla societaspiù estesa fra tutti gli uomini, quella di tutti con tutti” (Cicerone, De officiis, I 50 s.).
I communia elencati da Cicerone nel De Officis sono delle prestazioni poste alla base della società umana, dalla cui semplicità scaturiscono impensabili considerazioni valide per l’oggi. I communia sono essenzialmente tre: l’obbligo di concedere l’accesso all’acqua, di permettere che si accenda fuoco da fuoco, di dare un consiglio onesto a chi deve prendere una decisione. Questi “doveri” umani, venuti a mancare, danno vita a quelle tre categorie di persone che i Boùzygai (“aggiogatori di buoi”), antico collegio sacerdotale dell’Attica, maledicevano: coloro che negavano fuoco o acqua a chi ne faceva richiesta, coloro che si rifiutavano di mostrare la strada agli erranti, coloro che lasciavano insepolto un cadavere.
È di questa colpa che si è macchiato Creonte nell’Antigone di Sofocle, venendo meno a ciò che è fas nella maniera più autentica e naturale: negare la sepoltura di un essere umano è quanto di più innaturale – e dunque di inumano – sia possibile immaginare. Tanto inumano, da provocare il ribrezzo e l’ira delle stesse divinità.

Un altro grande autore che affiora dalle pagine di Bettini è Seneca. Il filosofo, nelle Lettere a Lucilio, a differenza di Cicerone, non pone limiti all’humanum officium, sancendo la mancata differenza tra “i nostri” e “i qualunque”: i communia ciceroniani divengono, allora, punto di partenza nel processo di crescita dell’humanitas,

 “grado zero, perché si possa veramente parlare di comportamento umano

Il dovere degli uomini nei confronti degli altri uomini non ha confini, come recita il verso di Terenzio senza tempo dell’Heautontimoróumenos (Il punitore di sé stesso). “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”: sono un uomo, non considero estraneo da me nulla di quanto faccia parte della mia natura umana. Così Cremete invade i pensieri e le azioni del vicino Menedemo, senza lasciarsi spaventare dalle possibili accuse di indiscrezione. E sulla scia di questa parola, indiscrezione, è possibile superare progressivamente ostacoli mentali che allontano l’uomo dal suo prossimo, in nome di un sommo gesto di humanitas.

“Questo verso paradigmatico, che tante volte, nel corso della nostra storia culturale, ha fondato la caratterizzazione stessa di ciò che è “umano”, nasce dunque come invito non solo alla comunicazione fra gli uomini, ma piuttosto al suo eccesso, alla indiscrezione: al superamento delle barriere in nome della comune “umanità” .

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