15/07/2019
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Mostri, streghe e terrori del folklore italiano- ‘A barunissa di Carini

Chianci Palermo, chianci Siracusa, a Carini c’è lu luttu d’ogni casa. 

 

(prima di leggere l’articolo, ascoltate la splendida e dolente voce di Rosa Balistreri, che così cantava.)

 

Siamo in Sicilia, alle falde del Monte Saraceno presso il feudo di Carini, in provincia di Palermo. A.D. 1549.

Castello di Carini (PA)

C’è una donna di fronte a uno specchio. La fanciulla si accarezza i lunghi capelli contemplandosi nel riflesso. Nel suo sguardo un guizzo, mentre un tremore leggero la pervade: Ludovico Vernagallo è tornato.

“La baronessa di Carini” interpretata da Vittoria Puccini nell’omonimo sceneggiato Rai

Una fantesca entra nella stanza di Laura Lanza. La donna si gira, ed un sorriso conferma la gioia: il Vernagallo è tornato davvero.

Si prepara, Laura, per la sua festa, va a celebrare l’amore che torna.

Ma un’ombra, improvvisa, le eclissa il cuore: Don Vincenzo non deve sapere. Proprio lui, Don Vincenzo La Grua Talamanca, signore di Carini e suo sposo.

L’orecchino sinistro che indossa riluce, colpito da uno scintillìo, rivelando un riflesso color ambra.

Scivola il corpo di Laura, come uno spettro, una folata di vento, nell’orizzontalità delle stanze – incrocia volti sorridenti, cammina con le mani tese in attesa di quelle mani.

La luce delle candele, alte e sospese, lo splendore degli affreschi, confondono gli occhi, smarrendo il senso delle forme. Tutti gli sguardi sono per lei, perché c’è qualcosa che ci vivifica quando amiamo qualcuno e gli corriamo incontro. Il movimento degli innamorati non è che questo rincorrersi di braccia, e poi di labbra, mani, parole soffocate.

Laura è luce liquida. Si mescola a tutti gli altri, restando incorrotta come un’icona. Si preserva per lui.

Ludovico è in fondo alla stanza, non vede che lei: ricorda con tenerezza le giovani bianche membra della sua amica d’infanzia, il pallore delicato del viso, la sottigliezza dei polsi.

Nascosto ma non del tutto, come un calice d’oro tra i merletti dell’altare, il Vernagallo si sposta in un angolo, in modo da essere scorto solo da lei. È ferito, ha appena subìto un agguato alle porte di Carini, nel giungere al Castello: chiede ricovero, un letto su cui adagiare le ossa stanche. Chiede la mite presenza di Laura al suo fianco.

L’incontro tra Laura e Ludovico

L’incontro è un roteare di lunghi capelli, nel gesto del collo che si sposta per far spazio al viso amato: un abbraccio pieno suggella l’intreccio.

Ludovico e Laura si sono ricongiunti.

Ancora ricorda, Laura, il 21 dicembre di qualche anno prima. Le ritornano alla mente le lacrime, le suppliche al padre Cesare di non sposarla a quel giovane La Grua, che lei non ama e da cui non è amata a sua volta.

Ma così è stato stabilito: l’altare l’attende, inesorabile come il sepolcro.

Ripensa allora a tutti quegli anni di solitudine, all’indifferenza gelida del marito, partito per Palermo e raramente tornato. Pensa al desiderio di avere un figlio, il prendersi cura di qualcuno, come non è mai stato fatto con lei.

I due innamorati abbandonano il salone indisturbati, vanno verso le stanze della baronessa, oggi murate, con tutti i loro segreti, i bisbigli, le preghiere sottovoce. Ludovico le porge la mano con tenerezza, salendo il primo gradino, la guarda e riconosce in lei la compagna di una vita.

È l’alba, Laura e Ludovico prendono sonno dopo un’intensa notte d’amore. Per quattordici anni il loro rapporto segreto prosegue senza strappi, nelle segrete stanze della baronessa, protetto dalle alte mura del Castello.
La notte di sabato 4 dicembre 1563 Laura è alla finestra. Fa freddo fuori, un leggero vento muove le chiome degli ulivi nel giardino. Guarda quel dolce paesaggio fluttuante, tra monti e mare, chiede pietà per questo amore che non ha redenzione.
Ludovico si alza dal letto, scorge negli occhi di Laura allarme, preoccupazione. Una schiera di cavalieri volge verso il castello, delle luci avanzano nel buio profondo della notte di Carini. In testa alla frotta Don Cesare Lanza, padre di Laura, barone di Trabia e Conte di Mussomeli, viene a lavare col sangue l’onta subita.

I due amanti non hanno scampo. Sorpresi nella loro alcova la morte li coglie assieme.

Laura viene uccisa da due colpi di pugnale, un colpo al cuore e un colpo ai reni. La veste candida s’impregna di rosso vivo: prima di morire, si appoggia al muro per trovarvi sostegno e lascia – indelebile –  la sua impronta.

 

 

 

La leggenda vuole che questa torni a sanguinare ogni 4 dicembre, unico segno di un’esistenza che è stata doppiamente negata, a causa della damnatio memoriae a cui è stato sottoposto lo stesso nome di Laura Lanza di Trabia, cancellato dall’albero genealogico della famiglia.

Laura e Ludovico vengono seppelliti nottetempo. Una lapide copre una misteriosa sepoltura ai piedi dell’Immacolata Concezione nella Chiesa Madre di Carini. All’interno di essa sono stati ritrovati i resti di un uomo e di una donna ancora sconosciuti.

Ma Ludovico e Laura non sono lì.
C’è chi dice che i due innamorati continuino a rincorrersi ancora, tra le mura del Castello. Ogni notte si può vederli abbracciati, tra i merli a coda di rondine incrostati di muschio e salsedine, scambiarsi le loro promesse d’amore eterno.

Amor può troppo più che né voi né io possiamo”, scrisse Giovanni Boccaccio. E noi gli crediamo.

Alessandra Fichera




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