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22/04/2019
HomeCulturaMostri, streghe e terrori del folklore italiano – Pentedattilo: borgo fantasma dimora di fantasmi

Mostri, streghe e terrori del folklore italiano – Pentedattilo: borgo fantasma dimora di fantasmi

Tra le gole dell’Aspromonte calabrese, in provincia di Reggio Calabria, sorge un paesino che prende il nome di Pentedattilo (o Pentidattilo), proprio dalla forma della montagna sulla quale è stato edificato. “Pentedattilo” significa infatti “5 dita” (dal greco penta + daktylos), poiché il monte in questione sembrava – purtroppo oramai alcune parti della montagna sono crollate – proprio una mano ciclopica atta a “reggere” il piccolo borgo. Già nel 1847, l’inglese Edward Lear, viaggiando per la provincia reggina, ne descrisse il fascino in Diario di viaggio a piedi.

La visione è così magica che compensa di ogni fatica sopportata per raggiungerla: selvagge e aride guglie di pietra lanciate nell’aria, nettamente delineate in forma di una gigantesca mano contro il cielo (…) mentre l’oscurità e il terrore gravano su tutto l’abisso circostante.

Già questo basterebbe a rendere Pentedattilo molto interessante, ma non è finita qua. Innanzitutto è bene spiegare perché parliamo di borgo “fantasma”, per poi addentrarci sempre più nelle leggende che ruotano intorno alla “mano del Diavolo”.

Il paese fantasma più suggestivo della costa calabrese si è guadagnato questa definizione in quanto, soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, gli abitanti hanno abbandonato le loro case, a causa delle continue minacce naturali (terremoti e alluvioni) che rendevano il paese poco sicuro. Ad oggi solo una persona vi abita stabilmente, anche se il borgo è stato ultimamente riscoperto ed è diventato sede di vari percorsi turistici e anche di alcuni festival e mostre.

Passiamo dunque alla storia che riecheggia tra le montagne in cui sorge questo affascinante paese, nota come “Strage degli Alberti”, consumatasi nel XVII secolo tra le mura del castello di cui ora si possono ammirare i resti.

Protagonisti della vicenda furono le due famiglie degli Alberti, marchesi di Pentedattilo, e degli Abenavoli, baroni di Montebello Ionico (un borgo vicino) ed ex feudatari di Pentedattilo, già da tempo in combutta tra loro per questioni di possesso del territorio e relativi confini.

Come spesso accade, la tragedia ha origine dalla gelosia, quella che il barone Bernardino Abenavoli, capostipite della dinastia, prova per Antonietta Alberti, figlia del marchese Domenico, a sua volta capofamiglia degli Alberti. Bernardino progettava infatti di prendere in moglie la ragazza, ma, per sua (e non solo sua!) sfortuna, le cose non andarono come sperava.

Nel 1685 muore Domenico Alberti e gli succede quindi il figlio Lorenzo, fratello di Antonietta. Il marchese Lorenzo, dopo pochi mesi, sposa Caterina Cortez, figlia di Don Pedro Cortez, consigliere del Viceré di Napoli. In occasione del matrimonio, giunse quindi in Calabria, insieme a Don Pedro, anche suo figlio Don Petrillo Cortez, fratello della sposa.

E proprio Don Petrillo sarà uno degli attori protagonisti della tragedia che si consumerà di lì a poco. Il giovane, infatti, si innamora perdutamente di Antonietta Alberti (che, ricordo, era desiderata anche da Bernardino Abenavoli), la quale viene concessa in sposa proprio a Don Petrillo dal fratello Lorenzo Alberti.

Ricapitoliamo con un piccolo schema:

Premessa fatta, parentele chiarite, veniamo alla parte più attesa della storia: la sanguinaria strage che questo matrimonio generò.

Bernardino infatti, ferito nel cuore e nell’orgoglio, non restò con le mani in mano. La notte di Pasqua del 1686, il 16 aprile, riuscì a entrare con un manipolo di uomini nel castello e a compiere una strage grazie all’aiuto di un infedele servo degli Alberti. In questa sanguinaria retata morirono in molti, tra cui Lorenzo Alberti, ucciso da due colpi di archibugio e ben 14 pugnalate, e il fratellino, di soli 9 anni, di Lorenzo e Antonietta, brutalmente sbattuto su una roccia.

La povera Antonietta fu rapita da Bernardino, che la costrinse a sposarlo solo due giorni dopo. Il barone Abenavoli non riuscì a coronare il suo sogno d’amore. Il Viceré di Napoli, venuto a conoscenza dell’accaduto, mandò contro di lui le sue truppe, per cui Bernardino dovette fuggire prima a Malta e poi a Vienna, dove divenne capitano dell’esercito austriaco. La sorte tardò un po’, ma lo punì lo stesso: morì nel 1692 colpito da una palla di cannone.

E Antonietta che fine fece? Come molte giovani della sua epoca, la ragazza restò a Reggio Calabria in un convento di clausura dove era stata portata dallo stesso Bernardino prima di fuggire. Riuscì a ottenere l’annullamento del matrimonio con il barone, ma si consumò nel dolore di essere stata pur sempre lei la causa della morte di tutta la sua famiglia.

Ma la storia non finisce qui. Ci sono infatti ben tre leggende che si sono originate dalla vicenda. C’è chi dice che un giorno la grande mano di pietra si abbatterà sugli uomini per punirli per la loro sete di sangue. Oppure c’è chi sostiene che le cinque dita di pietra che sovrastano il paese non siano altro che la mano insanguinata della mano del barone Abenavoli (da cui il soprannome la mano del Diavolo). Infine l’ultima leggenda, forse la più inquietante, narra che la sera, in inverno, quando il vento soffia violento tra le gole della montagna, ancora si sentono le urla del marchese Lorenzo Alberti, mentre nelle sere di sola luna piena, si possono udire lamenti provenire dall’alto della montagna: magari sono proprio gli Alberti che, dall’aldilà, chiedono di essere vendicati.

 

Nicole Messinò

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