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22/10/2018
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Musicoterapia: la relazione musicale per la costruzione di un nuovo senso

Agostino Longo ha conseguito il titolo in Musicoterapia Psicodinamica presso il “Centro Studi Musica & Arte” di Firenze, in collaborazione con il “Centro Psichiatrico Universitario” di Kortenberg e il “Lemmensinstituut dell’Università Cattolica” di Leuven (Belgio).
Svolge la libera professione in musicoterapia con bambini e adulti presso il suo Studio di Musicoterapia Psicodinamica (www.musicoterapiasiena.com) in collaborazione con l’Associazione Autismo Siena “Piccolo Principe” e in altri contesti di riabilitazione lavorando in équipe con neuropsichiatri, psicoterapeuti, psicomotricisti, logopedisti e altre figure professionali che operano nel settore.
È docente di musicoterapia clinica e tecniche d’improvvisazione presso la Scuola di Musicoterapia Dinamica di Firenze e fa parte dell’Associazione Professionale Toscana di Musicoterapia Dinamica SHIR.
È iscritto al Registro dei Professionisti della Musicoterapia dell’Associazione Italiana di Musicoterapia AIM.

Cos’è la musicoterapia?

In realtà non è semplice darne una definizione esaustiva, possiamo considerarla una professione che ha come oggetto la cura della persona. Mi piace pensare alla musicoterapia come a un modo di prendersi cura dell’altro per mezzo di un’esperienza musicale condivisa e co-costruita. Viene utilizzato quindi il canale sonoro-musicale come principale veicolo per costruire e sviluppare la relazione con l’altro; nella relazione, e attraverso la relazione stessa, ci si propone quindi di prenderci cura dei bisogni del paziente.

Tutto questo chiaramente presuppone un tipo di ascolto approfondito, una rielaborazione della seduta, un lavoro di analisi, di terapia personale e di supervisione: tutti aspetti fondamentali che caratterizzano questa disciplina. Chiaramente per un tipo di lavoro del genere sono necessarie competenze musicali, psicologiche e musicoterapiche alte, di tipo professionale.

 

Prendersi cura del paziente, in che modo?

La musicoterapia psicodinamica ha un approccio di tipo attivo, nel senso che il paziente si ritrova a suonare con il musicoterapeuta e partecipa attivamente all’esperienza musicale. Durante una sessione di musicoterapia lo strumento principale è proprio l’improvvisazione clinica che permette all’utente e al musicoterapeuta di costruire e instaurare un canale comunicativo a partire da quanto succede nella relazione. Il paziente, che non deve avere necessariamente competenze musicali, non deve imparare nulla ma può sperimentare il contatto con l’altro sentendo e rendendosi conto che qualsiasi dichiarazione, i suoi suoni, i suoi movimenti o i suoi contenuti interni portati ed espressi, possono assumere un significato.

Ci si rivolge spesso a persone con difficoltà per le quali talvolta, sentire un suono all’interno di un dialogo sonoro o percepire una risposta a una proposta musicale, favorisce e innesca un processo espressivo non indifferente. Ad esempio, per un paziente che ha difficoltà nell’espressione verbale, sperimentare la comunicazione attraverso un canale diverso può senz’altro metterlo in una posizione in cui la sua soggettività può emergere e può trovare uno spazio relazionale.

Quanto emerge durante una seduta di musicoterapia credo vada oltre l’idea di musica a cui siamo abituati solitamente, nel senso che la parte importante è l’esperienza in sé e non tanto la produzione finale. Dico questo nella misura in cui non ci si chiede se la musica che emerge sia bella o brutta ma, piuttosto, ci interessa che sia vera. Un suono dissonante o particolarmente intenso, un respiro, un crescendo improvviso, tutti questi elementi ci danno delle informazioni importanti perché ci parlano del paziente e della relazione che stiamo costruendo con esso.

Per un musicoterapeuta la musica riguarda inoltre tutti quegli aspetti relativi alla prosodia, l’intonazione della voce, il cambiamento del modo di approcciarsi allo strumento, la dinamica di un movimento e tutto ciò che di sonoro un paziente può portare durante una sessione.

La musica diventa lo strumento per sentire il mondo interno sia del paziente ma anche del musicoterapeuta perché anche le risonanze, le sensazioni, il modo di stare in seduta del terapeuta sono importanti e ci aiutano a sentire come ci si relaziona con l’altro. In quel senso la musica ci permette di comprendere il nostro modo di essere.

In un lavoro di questo tipo mi sembra inoltre importante dare valore all’unicità di ogni paziente, valorizzandone la sua identità e le sue peculiarità. Credo che il primo passo per riuscire a valorizzare l’altro sia metterlo in condizione di sentirsi un soggetto e non un oggetto e penso che per qualsiasi persona ritrovarsi di fronte a un tipo di ascolto attivo risulti senz’altro terapeutico.

Che tipo di pazienti segue un musicoterapeuta?

L’utenza può essere di diverso tipo. In ambito preventivo, ad esempio, un percorso di musicoterapia può essere fatto con donne in gravidanza, con i bambini nelle scuole o con persone senza patologie certificate; in questo caso ci si propone di migliorare la consapevolezza di sé, aumentare il senso di autostima attivando risorse positive e in generale migliorare la qualità della vita, lo stato di benessere e di salute.

Percorsi di musicoterapia posso essere fatti anche nella formazione degli insegnanti o degli operatori sociali.

In ambito riabilitativo e terapeutico invece ci si occupa spesso di disturbi del neuro-sviluppo (autismo, ADHD, disabilità intellettiva) e neuropsichiatria infantile.

Altri ambiti possono essere la psichiatria e le psicosi, l’oncologia e le cure palliative, le depressioni, i disturbi d’ansia, i disturbi connessi a dipendenza, le demenze senili e i disturbi dell’invecchiamento.

Ritengo importantissimo specificare che il musicoterapeuta lavora in stretta collaborazione con l’équipe medica e psicologica e, proprio il dialogo con psicoterapeuti, neuropsichiatri, logopedisti e quanti si occupano del paziente, costituisce parte fondamentale del lavoro. Il dialogo continuo con queste figure può garantire senz’altro un supporto terapeutico costante ed efficace.

La musicoterapia può essere indicata anche per pazienti con problemi fisici?

Sì, anche in questo caso il lavoro può essere coniugato in modi differenti e ancora una volta il dialogo con l’équipe è fondamentale. In accordo con i medici, un lavoro musicoterapico può supportare la riabilitazione fisica e può aiutare nell’incremento del controllo motorio oppure può diventare un supporto di carattere emotivo rispetto all’elaborazione del trauma fisico.

Può intraprendere il percorso anche chi non ha una patologia?

Sì, come anticipavo prima un percorso di musicoterapia può essere rivolto anche a chiunque abbia il bisogno o il desiderio di intraprendere un lavoro sulla propria persona, sul contatto con le proprie emozioni e con il proprio mondo interiore.

Attraverso il canale sonoro-musicale, le esperienze di ascolto, di improvvisazione e la relazione con il musicoterapeuta, un utente può sperimentare un tipo di ascolto diverso, capire in che modo vive le proprie relazioni, in che modo ascolta l’altro e se stesso e può quindi essere supportato in una nuova dimensione di crescita interiore.

Che formazione serve per fare il musicoterapeuta e perché hai scelto di farlo?

Prima di intraprendere il percorso formativo in musicoterapia le mie esperienze musicali erano sempre state di tipo didattico o legate all’esibizione in pubblico. Durante questo periodo mi sono chiesto più volte cosa la musica avrebbe potuto darmi oltre a un semplice concerto, cosa avrei potuto fare per gli altri e in che modo avrei potuto utilizzare l’improvvisazione per arrivare all’altro in maniera più profonda.

Da sempre, oltretutto, mi chiedevo quale fosse l’impatto che la musica aveva su di me, sulle mie emozioni, come mai a volte sceglievo di ascoltare un tipo di musica piuttosto che un’altra e perché questa mi emozionava di più o di meno. Durante un’improvvisazione a volte mi chiedevo perché avevo deciso di suonare alcune note e che significato potesse avere quella scelta, insomma ero affascinato da tutto questi aspetti che in qualche modo mettevano in relazione musica e psiche. Inoltre avevo letto dei libri sull’aspetto curativo che la musica aveva rispetto alle disabilità e alle altre forme di disagio. Mosso da tutto ciò ho deciso quindi di intraprendere il percorso di formazione.

In Italia ci sono molte scuole di formazione che offrono piani di studi diversi.

Io mi sono formato a Firenze, presso la Scuola di Musicoterapia Dinamica, diretta da Ferdinando Suvini, e dal 2017 ne faccio parte come docente.

Il percorso integra diverse discipline e aree di conoscenza tra cui psicologia, psichiatria, pedagogia, etc.

Il percorso è suddiviso in area musicale, psicologico/medica e musicoterapica e all’interno del corso ci si propone di formare una figura professionale ben definita per conoscenze, competenze, qualità e area di intervento.

Durante il Corso di Formazione viene posta particolare attenzione anche a tutti gli aspetti etici e deontologici a cui un professionista della musicoterapia deve attenersi. Spesso lavoriamo con utenti con gravi disabilità, in situazioni talvolta frammentate e molto fragili, dunque è fondamentale che un musicoterapeuta, così come tutte le altre figure che operano nell’ambito delle relazioni d’aiuto, acquisisca e sviluppi un senso di responsabilità profonda rispetto al legame affettivo ed emotivo che si stabilisce con il paziente.

Scopo del corso è quello quindi di qualificare la musicoterapia come disciplina rigorosa, fornendo agli allievi un’adeguata preparazione etica, culturale, personale e di applicazione pratica, tutto questo per promuovere naturalmente un modello professionale che abbia determinate competenze e che rispondano alle necessità e alle indicazioni per un riconoscimento legislativo.

Il corso, che è riconosciuto dalla Regione Toscana, è realizzato in collaborazione con il Lemmeninstituut dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). Il percorso è biennale e si articola in una parte di formazione teorica (980 ore) e una parte di tirocinio clinico (420 ore).

Come si accede al Corso? E per quanto riguarda la formazione musicale?

Uno dei requisiti per accedere al corso è un’adeguata formazione musicale, non sono richiesti titoli particolari ma è necessario avere ampie conoscenze e competenze musicali.

Per accedere al corso è necessario sostenere un colloquio strutturato in tre parti: psicologico, musicale e musicoterapico. Viene valutata la motivazione e la predisposizione dell’allievo a intraprendere un percorso di formazione che inevitabilmente lo porterà a interrogarsi sul suo modo di essere e sui suoi contenuti interni. Vengono poi valutate le competenze musicali: è necessario possedere una buona tecnica strumentale, capacità di lettura e trascrizione e soprattutto una predisposizione all’improvvisazione. L’ultima parte del colloquio d’entrata al Corso è mirata a verificare i presupposti per lo sviluppo di un pensiero critico e articolato relativamente ai contenuti musicoterapici.

Chiaramente ritengo che la formazione musicale, per un musicoterapeuta, debba essere di tipo alto e professionale e, a mio avviso, non si può essere musicoterapeuti se non si è prima musicisti. L’aspetto artistico e creativo, durante una seduta di musicoterapia, non può e non deve passare mai in secondo piano in quanto ne verrebbe meno il potenziale terapeutico. Durante il processo di elaborazione dei contenuti che un paziente porta durante una seduta è importante mantenere un atteggiamento da musicista ed elaborare tutto il materiale in senso artistico e creativo, naturalmente non perdendo mai di vista i bisogni del paziente e tenendo a mente il background di conoscenze psicologiche e relative al modello teorico di riferimento che, appunto, ci guidano proprio nel processo creativo. Se viene meno l’aspetto artistico viene meno la terapia, dunque per un musicoterapeuta essere un musicista è di solito un bisogno.

Quindi non ci sono protocolli da seguire per le varie patologie

Lo strumento elettivo della musicoterapia psicodinamica è l’improvvisazione clinica ed essendo il contesto di tipo libero, non strutturato, il paziente può portare i suoi elementi liberamente. Questi spesso non sono elementi musicali, possono essere stereotipie, movimenti poco fluidi, comportamenti aggressivi, paure o ansie. Il musicoterapeuta parte da questi elementi per elaborarli, insieme al paziente, attraverso il canale musicale. Ci si propone quindi la costruzione di un senso che favorisca la libertà espressiva del paziente.

Una serie di elementi sonori, come una stereotipia musicale o dei suoni frammentati, può risultare priva di senso agli occhi di un musicista mentre, per un musicoterapeuta, diventa il materiale da cui partire per creare un dialogo e costruire, insieme al paziente, una narrazione musicale.

In questo processo il paziente, avendo un ruolo attivo, può sperimentare la costruzione di un nuovo senso, una dimensione di efficacia, un riconoscimento, un senso di crescita nella relazione. Per ogni paziente, dopo una fase di valutazione, di scambio di informazioni e di colloqui, vengono individuati gli obiettivi del trattamento e in base a quelli il musicoterapeuta sceglie, di volta in volta, l’utilizzo delle tecniche più adeguate.

È chiaro, ovviamente, che obiettivi e finalità di ogni incontro vengono concordati anche in équipe con psicoterapeuti e neuropsichiatri; il lavoro in team è fondamentale per il percorso terapeutico e rimane necessario comunque che il musicoterapeuta, proponendo un’attività centrata sul suono e la musica, non si sovrapponga alle altre figure professionali presenti nell’ambito sanitario (psicoterapeuti, psicologi, logopedisti, etc).

Di solito come funziona una seduta? Quali strumenti ci sono nella stanza e in che modo si sviluppa un incontro?

Anche in questo caso gioca un ruolo primario l’unicità di ogni paziente e la peculiarità di ogni incontro. Quando è possibile ci si ritaglia un momento di saluto e successivamente si passa alle improvvisazioni. A volte, durante il momento iniziale possono emergere dei temi da sviluppare ed elaborare poi musicalmente.

A volte però questo non è possibile, o perché un paziente non ha la possibilità di verbalizzare o perché la patologia e il tipo di difficoltà non permette di stare in uno spazio verbale. In questo caso generalmente si passa direttamente alla musica e ci si dedica a un lavoro prettamente esperienziale.

Gli incontri di musicoterapia devono essere svolti all’interno di uno spazio protetto e funzionale all’attività in quanto un setting specifico e mirato, adibito al solo svolgimento della terapia, consente una maggiore efficacia del trattamento. Io, nel mio studio, ho individuato una zona dedicata ai saluti iniziali e finali e alle verbalizzazioni. Nel resto della stanza invece si trovano gli strumento che vanno scelti e posizionati con cura in base alle esigenze del paziente, di volta in volta.

Generalmente cerco avere a disposizione una varietà sonora che possa permettermi di fare le mie scelte musicali in maniera libera e ponderata. Nella mia stanza ci sono strumenti a corde come chitarra e basso, una batteria e altri strumenti a percussione quali djembe, maracas e cembali, un pianoforte, dei metallofoni e degli strumenti a fiato; naturalmente anche la voce ha un ruolo importantissimo.

Chiaramente tutte le scelte e le decisioni che avvengono durante l’incontro ci danno informazioni importanti e utili per il percorso di cura.

Il paziente può scegliere il suo strumento e anche quello del musicoterapeuta, oppure può lasciarsi guidare dall’operatore, può aver bisogno di un contenimento ritmico o armonico o magari solo di stare nel silenzio e condividerlo con il musicoterapeuta: è importante vivere con un tipi di ascolto empatico il qui e ora del processo musicale e terapeutico.

Le sedute di musicoterapia, previa autorizzazione, di solito vengono video-registrate e analizzate per individuare e monitorare cambiamenti ed evoluzioni durante il percorso terapeutico. Questi dati inoltre sono utili per il confronto con l’équipe al fine di modificare modalità e obiettivi dell’intervento stesso. Talvolta vengono utilizzate anche schede di valutazione relative ad aree più o meno specifiche.

Qual è la situazione professionale in Italia? Esiste un Albo dei musicoterapeuti?

In Italia il processo di riconoscimento professionale della musicoterapia è ancora in corso. In riferimento alla Legge 4/2013, che contiene la regolamentazione delle professioni non riconosciute e non organizzate in albi, sono stati stilati dei criteri formativi rispetto alla figura del professionista della musicoterapia. In particolare, rispetto alla formazione sono previste almeno 1200 ore tra parte teorica e tirocini. É importante che il professionista della musicoterapia (e delle artiterapie in generale) operi soltanto sulla base delle indicazioni clinico-diagnostiche delle figure professionali abilitate quali medico, neuropsichiatra, psicologo, psicoterapeuta, etc. Naturalmente il musicoterapeuta, concordando con l’équipe obiettivi e finalità, può progettare e valutare il proprio lavoro a seconda del contesto in cui lavora.

La legge prevede anche il professionista faccia parte di un’Associazione di categoria che garantisca il corretto esercizio della professione e che promuova la formazione e l’aggiornamento continuo degli iscritti.

L’Associazione AIM gestisce un registro nazionale dei professionisti della musicoterapia e garantisce tutela sia al professionista che agli utenti. Per accedere al registro è infatti richiesto un esame molto complesso che mira a valutare le competenze professionali del musicoterapeuta. Il professionista della musicoterapia AIM, nell’esercizio della professione, oltre a possedere un’assicurazione, è tenuto a rispettare il codice deontologico di riferimento, aggiornarsi continuamente e sottoporsi alla supervisione del proprio lavoro e garantendo quindi professionalità e correttezza.

Agostino Longo*
email:             agostinolongo87@gmail.com
tel.:                 + 39 3289255472
sito web:        www.musicoterapiasiena.com

*Agostino Longo, Professionista della Musicoterapia AIM, Docente presso Scuola di Musicoterapia Dinamica Firenze

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