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17/01/2019

Nodi

Non so farmi il nodo alla cravatta.
Cioè, precisiamo, il nodo lo so fare, ma non bene, e prima che venga fuori qualcosa di decente passano le ore. Ho imparato su YouTube da un gay che vive a Londra. O almeno credo ci viva. Forse ormai si è trasferito, non lo so. Comunque, fatto sta che mi ha insegato lui a farmi il nodo alla cravatta, quello alla Windsor, quello elegante. E ora ogni volta che ho una serata in cui mi devo vestire bene, dove devo fare bella figura, allora passo mezz’ora o quarantacinque minuti davanti al computer, con lui che parla e fa smorfie e muove le mani in modo davvero troppo teatrale e io che bestemmio e mi inferocisco perché vi assicuro, vi assicuro, non esiste nulla di più difficile al mondo che fare il nodo alla Windsor. Nulla.
Le tempeste del cielo ed il magma della terra s’inchinano dinnanzi a quel momento, quello in cui tremando fai passare la parte larga della cravatta sopra quella stretta. E da lì è panico. La regola, insegna WikiHow, sarebbe poi far passare la parte larga SOTTO l’incrocio, poi tirarla, poi incrociarla sotto la stretta verso destra, poi ripetere il passaggio tre che, se ve lo foste dimenticato, era di incrociare la parte larga sopra la stretta, poi far passare la parte larga in mezzo al nodo che si dovrebbe, in un mondo perfetto in cui tutti si amano e la guerra non esiste, essere creato attorno alla parte stretta, e da lì tirare fino in fondo, in lacrime, pregando. A quel punto, con sudore e sangue che si mischiano in un momento di epifania totale, bisogna stringere il nodo piano, in modo delicato, senza neppure farlo accorgere di nulla, fino a che non si trovi circa a due centimetri e mezzo dal collo. E da lì è fatta, finita, la guerra è vinta, sei un uomo.
Ecco, io questa cosa non la so fare.
Il punto è che farsi il nodo alla cravatta non è una cosa intuitiva, di quelle che si possono imparare da soli. La mia teoria è che qualcuno, probabilmente un genio, in un momento non proprio preciso della storia abbia dedicato la sua intera esistenza a capire come legarsi la cravatta al collo nel modo migliore, e se ne sia uscito con il nodo classico, quello che si fanno gli avvocati o i commercialisti, che non hanno tempo da perdere in nodi difficili che prendano troppo tempo. Ecco, da lì poi sono arrivati tutti i nodi complessi, che Wikipedia mi dice essere circa ottantacinque, insegnati dai padri ai figli, in una catena infinita. Non sono mai più esistiti autodidatti nel mondo delle cravatte. C’è stato il primo, e da lì sono venuti gli altri, portatori di un eterno segreto.
Voi come avete imparato? Perché io sono abbastanza certo che anche voi facciate parte di questa lunga dinastia di annodatori di cravatte. A voi il segreto è stato insegnato. Non c’è niente di male eh, anzi, beati voi, sapeste che tortura vi siete risparmiati. Il problema con me è che io sono l’unico maschio in casa, e giustamente mia madre non ha mai imparato a fare il nodo alla cravatta. Sa fare un sacco di cose, ma questo no, ed è un bel problema. Anche farsi la barba non è stata una cosa indolore, ma per quello si va a intuito e si seguono le linee guida che una vita passata davanti alla televisione ha finito per insegnare. Si mette la schiuma e si passa il rasoio IN VERTICALE, mai in orizzontale. Fine. Pelo e contropelo sono passaggi successivi e facoltativi, che comunque si imparano in due minuti. Schiuma da barba e rasoi migliori vengono anche loro dopo, col tempo. È un’operazione talmente semplice che ogni volta che la faccio, per quanto poco bisogno io possa averne, mi succede di distrarmi e pensare, un po’ a tutto e un po’ a niente. Sto lì, davanti allo specchio, in silenzio, ogni tanto mugolo qualcosa in risposta a mia madre che mi fa domande dalla cucina; intanto penso a cosa dovrò fare quel giorno, o il giorno dopo, o penso a quando scadrà Netflix, penso che dovrei riportare dei libri in biblioteca, sono già in ritardo di una settimana, penso che forse mi dovrei trovare una ragazza, o no, meglio single, non lo so. Penso che mi sento solo, cosa ci vuole a farsi pubblicare? Chissà se avrò mai successo, vorrei più soldi, grazie a Dio tra poco mi laureo. Dovrei fare più foto, non ho tempo cristo santo. Chissà se quella biondina in biblioteca mi guarda, dovrei scrivere a quella spagnola di venerdì. Mi dovrei tagliare i capelli? No, forse sto meglio così, dicono tutti che sto meglio così, stasera devo scrivere almeno una pagina, prima però prendo l’integratore di vitamina C che oggi tirava vento. Sono triste. Perché sono così triste? Forse dovrei iniziare a fumare. Fumare ti dà un tono, mi farebbe più personaggio, alle tipe piace. Magari avessi continuato a suonare, almeno quello adesso saprei farlo. Sarei uno scrittore suonatore di tromba, o chitarra, o pianoforte. Quanto mi sarebbe piaciuto imparare a suonare il pianoforte, ma i corsi erano pieni e mamma non aveva soldi per pagare la retta. Potevamo chiedere i soldi al papà, perché non glieli abbiamo chiesti? Avrei imparato a suonare il pianoforte, come Einaudi, come quelli che si fermano a suonare alla stazione di Milano e tutti si bloccano ad ascoltarli, perché non abbiamo chiesto i soldi al papà? La retta non era così alta, non era impossibile pagarla, bastavano un po’ di soldi, pochi, un niente.
Ah, è vero, glieli abbiamo chiesti i soldi al papà. Glieli abbiamo chiesti ancora ancora e ancora, per anni, sedici anni per l’esattezza. Ma il papà di soldi non ne aveva. Mai. Non ha mai avuto soldi, era sempre un brutto momento, sapete, la crisi, non c’è lavoro, non ci sono soldi, guardate che fanno tutti la fame eh. Non ci sono soldi. Ma va bene, non importa, non imparerò a suonare il pianoforte papà, chi se ne frega. Non è importante. No, lo capisco, il posto fisso ti fa tristezza, sei il re di te stesso, non puoi stare per troppo tempo fermo nello stesso posto, ti fa tristezza, lo capisco. Ma il tempo? Quello ce l’hai? No, nemmeno il tempo, immagino di no. Il tempo ti serve, devi lavorare, devi lavorare, il tempo ti serve. Senti papà quando ci vediamo? Ah, questo mese no. Ok, il prossimo? Forse. Forse va bene, forse è abbastanza. No, lo capisco, non hai tempo, certo. Papà tra tre mesi mi laureo, lo sapevi? Forse dovrei dirtelo. Sì, penso che dovrei dirtelo, ma che senso avrebbe? Non sono sicuro di volerti alla discussione, anzi, che cazzata, sono sicuro di non volerti. Preferisco tu non ci sia. Non so nemmeno se ti ricordi che cosa sto studiando, o quanti anni ho, o come sto, se sono single fidanzato o magari già convivo, se sono in Italia o all’estero, se so farmi la barba, se so baciare una ragazza. Non lo so se lo sai. Penso di no. Allora sai cosa? Non venire alla laurea.
Tra poco sarà un anno che non ci vediamo. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Milano, alla cena di Natale, quella con i parenti. Sei venuto verso la fine, sei rimasto mezz’ora o poco più. Non abbiamo parlato. Poi mi hai chiamato quest’estate per sapere se quei libri del nonno me li andavo a prendere su, dentro alla sua villa abbandonata in cui ormai non entra più nessuno da anni, o se finalmente potevi prenderteli tu, per rivenderli, per fare qualche soldo. Fai un favore ad entrambi, non venire. Non venire, rimani in giro a spendere i soldi di tuo padre, che ancora nemmeno è morto, in alcol e puttane, o puttane e basta, se ormai non puoi più bere. Fai un po’ quel che vuoi, ma non venire. Stai lontano, per favore.
Ogni tanto parlo come te, sai? Sto guardando la televisione, o sto discutendo con la mamma, e dico qualcosa. Mai più di una frase, basta quella. La dico e mi blocco, come mi si fosse strappato qualcosa dentro: CRRRACK! Allora rimango in silenzio, mi metto una mano in faccia, smetto di respirare, sto zitto. “Parlo come lui” dico, e non parlo più. Ho paura. La verità è questa. Ho paura e sono stanco, ho ventidue anni e sono stanco, e non è giusto. Ho vissuto ogni giorno della mia vita nel dolore, nell’abbandono, nel rifiuto, nel terrore che sarei un giorno potuto diventare te, perché il tuo sangue è il mio sangue, il tuo corpo è il mio corpo, i tuoi occhi, i tuoi capelli, il tuo sguardo, la tua risata, le tue lacrime, i tuoi sospiri, i tuoi sorrisi, i tuoi difetti sono tutti miei, sono in me, li sento come si sente del marcio sotto a un dente, e con la lingua si batte, si scava, si cerca di liberarsi di quel putrido, di quel dolore, e più si batte, più si scava, più si soffre, si piange, e il dente si muove, si sposta, e alla fine cade, cade, cade Cristo santo, e solo allora il dolore esplode, impazzisce, e poi muore. Sì, il dolore muore. Muore con la consapevolezza che io non sarò mai come te. Io non sarò come te, io sarò altro, sarò un padre, un buon padre, sarò un uomo, un uomo buono, sarò per i miei figli ciò che tu non sei stato per me, sarò lì, sarò tutto ciò che tu non sei mai stato. Sarò altro, sì. Altro.
Un giorno papà, con o senza di te, imparerò a farmi il nodo alla cravatta, quello alla Windsor, quello elegante. Passerò la parte larga sopra la parte stretta, poi la farò passare sotto l’incrocio, poi la tirerò, la incrocerò sotto la stretta verso destra, la incrocerò di nuovo sopra la stretta, la farò passare in mezzo al nodo che si sarà creato, e da lì tirerò fino in fondo, piano, piano, fino a che non si troverà più o meno a due centimetri e mezzo dal collo. Perché è questo il punto, no? È questa la differenza, papà, tra un nodo alla Windsor e un nodo scorsoio, è questa. Sono quei due centimetri e mezzo, due centimetri e mezzo di differenza tra la vita e la morte, tra te e me. L’ho dovuta imparare da solo, sbagliando, ancora e ancora, perché tu non c’eri, non ci sei mai stato, non c’eri. E io avevo bisogno di te, lo sa Dio quanto avevo bisogno di te, e tu non c’eri. È questa la differenza, ora lo so, e tu non mi servi più.
Addio papà.

 

Michel Buraggi

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