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25/06/2018
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Non c’è peggior sordo di chi non ascolta “.wav”

E’ la domanda del secolo: vale davvero la pena comprare un album originale, scaricare canzoni dai siti ufficiali di una band (quindi non da Youtube o ascoltate su Spotify) e avere dei buoni auricolari? 

Per rispondere c’è bisogno innanzitutto di capire se le differenze di qualità siano state solo millantate o se valgano veramente il prezzo che chiedono.
Ma soprattutto: quali sono, in parole povere, le differenze?

Innanzitutto, il formato: su Youtube e Spotify troviamo tendenzialmente formati compressi di vario genere, mentre nei CD troviamo musica in formato wav. La differenza tra un formato più compresso ed uno meno compresso è che, per risparmiare memoria, viene scartata qualche informazione intermedia: tra gli esempi di formati di alta qualità per l’ascolto della musica possiamo citare appunto il WAV o il FLAC, mentre tra quelli meno buoni il celeberrimo MP3. Nel campionamento digitale di una forma d’onda analogica i parametri in gioco sono: la massima frequenza raggiunta dal segnale (che determina quanto velocemente devo campionare un bit in base ad una formula e, ricordando che gli Hz sono l’inverso dei secondi, tutto torna) e la quantità di bit usati per codificare l’intervallo di escursione del segnale in termini di intensità del suono (la dinamica del segnale).

Il formato WAV tiene conto di questi parametri e compie la codifica attraverso il convertitore analogico digitale, mentre l’MP3 si avvale di alcune considerazioni di psicoacustica, in particolare il fatto che certe frequenze non vengano percepite dall’orecchio umano e dunque possano essere cancellate interamente dal file; inoltre ci sono dei punti in cui alcuni suoni sono più forti e impediscono di percepire quelli più deboli che vengono quindi, ahimè, anche loro eliminati. Ultimo trucco, dato che alcune frequenze sono percepite meglio ed altre peggio,  i loro livelli vengono regolati in modo da salvare soprattutto quelle maggiormente percepite. Una volta fatta questa selezione, viene compiuta una compressione del segnale che si è deciso di salvare.
Dettaglio non trascurabile da precisare è che gli MP3 non sono tutti uguali, ci sono diversi formati di velocità di riproduzione del suono: MP3 a 320kbps o 256kbps si avvicinano di più alla qualità non compressa dei CD, (1/4 dell’informazione CD a 256kbps) mentre MP3 a 128kbps o 96kbps occupano uno spazio irrisorio per canzone, ma se ne nota la differenza dato che costituiscono 1/15 dell’informazione (a 96kbps) di quella di un CD.
In un CD si campionano 48000 Hz al secondo, con una probabile sovrabbondanza di informazioni che l’orecchio neanche percepisce, ma se si ha un sistema in grado di riprodurre quelle sfumature, si percepirà indubbiamente una naturalezza maggiore (in dipendenza dal dispositivo con il quale viene ascoltato).

A proposito poi del tipo di auricolare col quale si ascolta un brano, anche questo incide molto sulla qualità del suono che giungerà all’orecchio. Prendiamo come esempio dei comunissimi auricolari: questi fungono da convertitori da digitale ad analogico, con un percorso del segnale che è esattamente inverso a quello da analogico a digitale. Dato che l’orecchio umano non riesce a distinguere i suoni digitali, ma necessita inevitabilmente di un convertitore che lo trasformi in onde sonore, con cuffie di scarsa qualità tutto il lavoro fatto in precedenza verrà perso.
Anche da punto di visto di semplice meccanica i coni (la parte delle cuffie destinata alla riproduzione, che troviamo sotto l’imbottitura) hanno al centro una parte morbida che serve per dare spazio all’aria di muoversi: riducendo quel cono l’aria disponibile sarà molto inferiore e non riusciranno a riprodurre perfettamente l’onda sonora. Vien da sé che “cuffie” di scarsa qualità costruite con materiali che non sopportano, per esempio, certe pressioni saranno poco performanti perché non capaci riprodurre una dinamica ampia: di conseguenza li comprimono.
La compressione è il processo per mezzo del quale si abbassano segnali troppo alti e viceversa, per renderli tutti “in un’unica fascia”. Se gli auricolari comprimono significa che i segnali alti vengono abbassati, e quindi distorcono, e i segnali bassi vengono amplificati e quindi si percepiscono maggiormente le imperfezioni: si viene, appunto, a perdere la dinamica. Così ad esempio un segnale basso che aveva un suono gradevole, perché di una precisa intensità, dopo l’amplificazione probabilmente risulterà quasi fastidioso.

Da tutto ciò si vuole concludere che, se non ci concediamo di ascoltare un brano esattamente come è stato pensato, oltre a privarci di un riscontro uditivo di impatto svalutiamo di riflesso il tempo impiegato nella produzione (per offrire sfumature uditive coerenti e contestualizzate), fase di componimento degna, fondamentale e gravosa allo stesso tempo. Ma si sa: ad augusta per angusta.

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