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21/03/2019
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Tra omissioni e falsità, la verità sul muro di Trump

Da quando è stato eletto, al neo presidente degli Stati Uniti d’America sono state mosse aspre critiche riguardo la sua politica estera, attraverso soprattutto manifestazioni popolari e attacchi dalla politica internazionale. A onor del vero bisogna però approfondire molti aspetti riguardo a ciò che più ha suscitato sdegno riguardo la figura di Donald Trump: il famigerato muro al confine fra Stati Uniti e Messico. Comincerei col dire che un muro esiste già e si sviluppa tra San Diego e Tijuana. Questa barriera copre uno dei punti più trafficati del fronte e si estende per 30 km. Oltre questa lastra d’acciaio alta fra i due e i quattro metri bisogna aggiungere 1000 km di barriere fisse e mobili che si estendono sul confine. Bene! A questo punto la domanda sorge quasi spontanea: chi ha autorizzato la costruzione di tale barriera?

L’inizio dei lavori è datato 1994, sotto la presidenza di Bill Clinton, ma non solo, nel 2005 è stata portata al Congresso una proposta di ampliamento del muro da parte del governo Repubblicano (quindi conservatore) capitanato da George W. Bush. Nell’arco delle due votazioni svoltesi fra il 2005 e il 2006 la proposta ottenne una vittoria schiacciante (86 favorevoli – 16 contrari) grazie anche e soprattutto ai voti dei Democratici nei quali figuravano, e in cui tutt’oggi figurano, Barack Obama e Hillary Clinton. Naturalmente il fatto che i due principali oppositori del muro, in tempi non sospetti, votarono per l’ampliamento dello stesso non crea polemica fra i gruppi politici e la stampa europea e mondiale. La stessa stampa che sorvola sul fatto che in Europa esistono già differenti muri in diversi confini fra i quali Ungheria-Serbia, Grecia-Turchia, Bulgaria-Turchia, tutti, non contando la Turchia naturalmente, sono stati membri dell’UE. Capi di Stato come Merkel e Hollande che si indignano ma al contempo non lasciano entrare rifugiati e immigrati nel proprio paese lasciandoli bloccati in Italia (più precisamente a Ventimiglia) nel primo caso, mentre nel secondo caso in accordo con la Gran Bretagna, cominciano a costruire un muro a Calais congestionando il flusso di migranti in una sorta di baraccopoli chiamata “The Jungle”.

Ma tornando a noi: il confine con il Messico rimane uno dei più attraversati al mondo con il suo mezzo milione di messicani ogni anno più le decine di migliaia di sudamericani che tentano la fortuna provando a passare per il sopracitato paese centroamericano. Tutto ciò crea una condizione di disagio accusata soprattutto dagli stati confine quali California, Arizona, New Mexico e Texas. Purtroppo la questione sfocia non solo nell’immigrazione ma anche nel narcotraffico. È di dominio pubblico che il Messico sia uno dei più grandi esportatori di droga nel mondo, inoltre i tassi di criminalità sono vertiginosi. I dati parlano chiaro: sono oltre tredicimila le persone uccise ogni anno per questioni legate al traffico di sostanze stupefacenti, facendo del Messico, e in particolare la città Ciudad Juarez, uno degli stati con il più alto tasso di omicidi al mondo. La problematica legata agli stupefacenti colpisce soprattutto gli stati del Sud-Ovest che si ritrovano a combattere contro massicce operazioni di esportazione da parte dei cartelli messicani con un numero di uomini troppo ridotto in relazione al territorio da controllare. Affrontare questa vera e propria emergenza con i metodi imposti dal buonismo è quantomeno utopico.

I rapporti fra USA e Messico a riguardo sono molto tesi ma è certo che si arriverà a una conclusione dato che i due paesi intrattengo rapporti commerciali molto stretti: l’America è il primo stato per l’export messicano, mentre il Messico è il secondo dell’export targato USA. Alla luce di tutto ciò la speranza è che Stati Uniti d’America e Messico arrivino a un accordo che possa giovare a entrambe le fazioni, senza tralasciare gli interessi dei migranti che senz’altro cercano di arrivare in un luogo che gli permetta di svolgere una vita tranquilla, libera da uno Stato che non riesce ad assicuragli una tanto agognata stabilità economica e sociale.

Gianluca Federici

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