23/08/2019
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Otto e mezzo

Marco aveva sempre pensato a quanto fosse bello come giorno il venerdì, gli regalava ogni volta quella sensazione di pace e di tranquillità che un uomo come lui desiderava dopo giorni di intensa attività lavorativa e di una vita ambivalente divisa a metà. Quel venerdì, 23 marzo però aveva un altro valore. Era il compleanno di Michele, suo figlio, finalmente era arrivato il momento tanto atteso negli ultimi mesi. Michele con gli occhi luccicanti quella mattina si era svegliato tra una carezza di Lavinia e la prima luce del giorno, era corso da suo padre che lo attendeva in cucina con la solita aria stanca di chi deve affrontare una nuova giornata lavorativa furiosa. Abbracciando il piccolo aveva provato un forte senso di smarrimento, forse dettato dalla stanchezza e del costante timore di essere scoperto per la sua doppia vita, non curante di ciò che stava accadendo dentro di lui ascoltò le richieste del piccolo Michele per la festa che si sarebbe tenuta la sera stessa. Lavinia compiaciuta osservava da lontano la scena, allontanando quei dubbi che nell’ultimo periodo l’avevano attanagliata, riguardo alle continue partenze di suo marito per Milano, tra una tazza di caffè e un biscotto aveva forse ritrovato una piccola bolla di felicità. Dopo aver lasciato il figlio a scuola, Marco, si concesse una telefonata a Ludovica prima di entrare in ufficio. Poche parole di saluto, quasi sussurrate come se qualcuno potesse sentire la loro conversazione, si sentiva costantemente osservato da Lavinia, sapeva dentro di sé che la moglie era a conoscenza delle sue scappatelle milanesi. Dopo aver chiuso quella breve e terrificante telefonata si diresse al lavoro, ma ancora qualcosa in questo giorno sembrava andare storto. Al solito incrocio per dirigersi in via Magenta perse i sensi per un istante, dietro di lui una lunga fila di macchine suonava il clacson. Si accorse dopo pochi istanti di ciò che stava succedendo, così accostò, si sciolse il nodo alla cravatta e aprì il finestrino cercando più aria possibile. Inspirando lentamente cercava di sciogliere i suoi timori, affidando ad una sigaretta la possibilità di ritrovare un po’ di lucidità. Dopo poco ripartì con la sua Volvo verso la solita routine quotidiana. La giornata passò in modo altrettanto strano, si sentiva stanco, annebbiato da un senso di pesantezza che gli opprimeva il petto, aveva persino pensato di avere i primi sintomi dell’infarto. Mentre intorno a lui i telefoni squillavano ininterrottamente per la nuova acquisizione con la società di Torino e mentre tra carte, firme e contrattazioni i suoi colleghi si affannavano alla posizione migliore lui restava immobile, fisso su un pensiero ancora sconosciuto, ma potente. Tutti conoscevano le sue abilità manageriali in campo di acquisizioni, eppure in quel momento nessuno si accorgeva di un dolore nascosto e di una sofferenza rinchiusa nell’animo di Marco, lo squalo, che forse lentamente stava perdendo il suo moto rischiando di affogare. Quando si accorse che la giornata era trascorsa e non aveva concluso nulla per la sua posizione ormai quasi certa di direttore si sentì male. Si rifugiò sul tetto di Via Magenta per fumare prima del suo ritorno a casa, osservando in lontananza il sole che lentamente lasciava il posto alle prime stelle. Era una giornata così limpida eppure così incomprensibile. Pensando fosse solo una leggera stanchezza e frustrazione per una vita fatta di lavoro, di sacrificio si diresse verso casa, dove lo attendevano 20 piccoli bambini, compagni di Michele. Passò velocemente a fare qualche commissione per la festa e poi guidò fino a casa. Quando aprì la porta di casa, il nodo alla cravatta ormai tutta stropicciata sembrò farsi più stretto, fino quasi a comprimergli la gola. Lavinia lo accolse con un bacio leggero sulla guancia in modo freddo, senza prestare molta attenzione al suo viso pallido e scavato dal terrore. Era forse un segno di rivelazione? Lavinia sapeva di Ludovica? Lavinia conosceva Ludovica? Dubbi e ancora dubbi che gli avevano provocato una sensazione di nausea. Corse velocemente in bagno, scaricò la bile che si era creata per quei pensieri e aprì lo sportello del mobiletto del bagno, sapeva che Lavinia aveva dei tranquillanti, ne calò due e si sedette a fumare una sigaretta. La decima della giornata, quella più pesante, perché sei a metà pacchetto. Dopo essersi brevemente ripreso andò da Michele, lo baciò e lo strinse a sé, gli sembrò di rivivere il momento della sua nascita, uno di quegli attimi che difficilmente un padre dimentica fatto di gioia e ineluttabilità. Andò da Lavina la aiutò con le poche faccende, farcendo panini e preparando bevande, mentre i bimbi nell’altra stanza giocavano agli indiani, cantando le canzoni di Jovanotti storpiando ogni parola. Quasi gli scappò un sorriso, possibile che la cosa più bella della giornata fosse quel momento così intoccabile?

Si mise allora in disparte ad osservare quella scena come uno spettatore davanti alla sceneggiatura preferita, osservando i sottili meccanismi che si instaurano quando si è bambini. In questo circolo di pensieri felici qualcosa si incrinò, lasciando una crepa profonda. Quando Lavinia cantando la canzoncina per il festeggiato superò la soglia della cucina con una torta di panna e cioccolato verso Michele, Marco si accorse di una gigantesca candela azzurra con il numero 8. Qualche pensiero oscuro attraversò la sua mente in pochissimi istanti. 8 anni, un infinito rovesciato, forse quello che avrebbe desiderato nella sua infanzia che si era rotto. Mentre Michele lentamente si chinò per soffiare esprimendo il suo desiderio tra le urla di amichetti desiderosi di addentare la torta, Marco si soffermò sullo sguardo del figlio. 27 anni fa, Marco era al posto di Michele, stava soffiando la sua candelina quando suo padre uscì di casa e non rientrò mai più. Sapeva che tra i genitori c’era qualche piccolo problema, ma più volte il padre, quel traditore, gli aveva promesso che non si sarebbe mai separato dalla mamma come aveva fatto il babbo di Giovanni, suo amichetto di scuola. Dopo due anni, senza dire addio, aveva chiuso la porta dietro alle sue spalle con una grossa valigia marrone, portando via solo qualche vestito e quel poco che possedeva. Lì per lì il piccolo Marco non aveva capito cosa stesse succedendo, iniziò con gli anni a comprendere che il vero amore non esiste, dopo alcune delusioni da adolescente, per una ragazza sempre più bella di lui, aveva forse compreso il padre in quella decisione, eppure sapeva che la sua non era una famiglia come le altre, quel mostro aveva provocato un crollo emotivo nella madre, che passava le sue giornate a telefonare ad Asti senza mai dire pronto, ma restando spettatrice di un rapporto che non era più suo.  Negli occhi del figlio rivedeva tutti gli errori di suo padre Mario che ai suoi occhi era sempre sembrato un mostro codardo che aveva abbandonato lui e sua mamma Lucia per una nuova vita in Piemonte. In tutti questi anni se l’era immaginato nella sua villetta, invecchiato con la compagna al fianco e il figlio che ormai aveva la sua età. Un’altra vita, un’altra famiglia. Continuava a chiedersi come un padre potesse essere così ignobile da lasciare la famiglia per ricominciare da capo, come se la vita fosse un film di Sky che puoi mettere in pausa e ricominciare se arrivi tardi. Si era incazzato, aveva urlato le cose peggiori al padre, augurandogli la morte molte volte, non si capacitava che neanche di fronte alla schizofrenia diagnosticata alla moglie non avesse trovato del tempo per una telefonata, delle scuse, dei saluti. In quel contesto, osservando Michele e intravedendosi negli occhi di quel sé bambino si accorse che forse il padre ignobile era proprio lui che da 4 anni conduceva una vita diversa a Milano con Ludovica, una giovane dottoranda della Bocconi. Si sentiva esattamente come il tanto odiato padre. Un’anima folle e insensibile ai meccanismi familiari. Si sentiva estraneo a quel quadro tanto amato pochi attimi prima. Ludovica quella tentatrice dalle labbra rosse e dai lunghi capelli bruni aveva distrutto forse la sua famiglia? O forse era stato proprio lui a distruggere quella famiglia così apparentemente indistruttibile? Si sentiva male, iniziò a sudare freddo, gli occhi emozionati del figlio gli ricordavano come un incubo senza fine la sua infanzia, cresciuto all’ombra di una madre malata, pazza, si sentiva tradito e traditore, preda e cacciatore, boia e impiccato. Quanto poteva continuare a resistere in questa situazione di precario equilibrio? Quello sguardo, quella piccola luce gli ricordavano tutto di quel giorno tanto terribile della sua vita, déjà-vu orrendi della carta da parati gialla con i fiori, mentre da solo tra i singhiozzi soffocati della madre soffiava quella piccola candelina storta esprimendo come desiderio un nuovo paio di scarpe. Quanto avrebbe voluto tornare indietro nel tempo per chiedere una famiglia unita, un padre, un amico con cui giocare. Aveva cercato nel tempo di seppellire con tutte le sue forze il ricordo di Mario che aveva distrutto tutto, lasciando un gran silenzio in quella casa piccola, buia e fredda. Era forse mutato? Era diventato quel padre distruttore? Era forse diventato Mario il gelido meccanismo perduto di un sottile e delicato ingranaggio familiare?

Non appena la luce fioca della candelina colante si spense, lasciando solo la metà di un otto, si accorse che Lavinia spettatrice indiscreta e silenziosa aveva osservato il mutare delle sue espressioni e senza dire nulla strappò quell’otto dalla torta. Soffocati i rumori del suo respiro da bambini urlanti di gioia Marco si sentì lentamente esplodere. Sempre nell’angolo scoppiò in un pianto sofferto, soffocato e silenzioso che aveva forse aperto la porta del suo inconscio, verso la realizzazione e la comprensione della sua natura, quella dello stesso padre tanto odiato, quella del traditore.

 

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