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17/01/2019
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Ritorno a Siena #2

Torno a Siena ancor una volta. Bellissimo. È passato del tempo, sono cambiate tante cose. Ad esempio, mi sono laureato.
Alcune, invece, sono uguali a sé stesse. Il ciaccino di Poppi è sempre lì nei miei pensieri.
Ho qualche chilo di troppo. Gli ultimi mesi sono stati un po’ stressanti, e di ciaccini ne ho mangiati un sacco.
Però nel sedile di Flixbus – per fortuna – riesco ancora a starci comodo.
Per quanto riguarda i compagni di viaggio, paradossalmente, a sto giro forse mi andrà peggio. Quando sono salito a Milano l’ho subito notata: ha un’aria malinconica da attrice invecchiata, con rughe profonde e con una strana luce nelle pupille che s’intravede dietro gli occhiali. M’inquieta. La donna è una tabagista incallita che arriva da Zurigo. Ha bisogno delle sue sigarette. È qualche sedile più avanti a me, ma è come se dalle mie cuffie uscisse la sua voce: urla.
Disturba il mio ascolto. Non si possono trattare così i miei vecchi bluesmen.
Si lamenta con il povero autista per l’assenza di pause. In tutto ciò, ora anche io ho una voglia matta di fumare, e il problema è che sto cercando di smettere: non mi fumo una vera sigaretta da un mese. Mi giro un finto drummino di erba damiana e lo metto nella tasca della camicia, mantengo la calma. Lei no.
L’accento pugliese, precisamente di Foggia, mi è sempre piaciuto; fino a tre secondi fa, diciamo. L’assenza di vocali m’irrita sempre più.
Ora l’autista usa il microfono per risponderle: cerca di calmarla, d’instaurare un dialogo. Inutile, il tutto si trasforma in una battaglia di turpiloqui dialettali, al classico “Li mortacci tua” del conducente la signora risponde con un “T’agghia fa fricùle fricùle” seguito da un “Mo’ te pigghije che ‘na màzze” e via dicendo.
La sfida continua fino a quando l’autista lancia un urlo selvaggio seguito da una frase stupenda:
– Aòhhh! Me stai a ballà er flamenco su ‘e palle!
La signora sembra arrendersi, ma poi, per avere l’ultima parola, lancia un urlo disperato:
T’agghia fa cùme a tre òre de nòtte.
Lui non risponde più, il duello è finito. La signora si richiude nel suo rancore d’astinenza, forse a preparare una bambola voodoo.
Quando tutto sembra finito interviene, con un tempismo perfetto, la figura del pacificatore: un uomo anziano propone l’istituzione di un’area fumatori in fondo al pullman. Come quando si andava al liceo la mattina.
Un ragazzo che sta vicino, dall’altra parte del corridoio mette “sigarette la mattina” di Neffa dal telefono. Io Rido sotto i baffi.
La discussione riparte. Si, perché la signora ha preso sul serio la proposta dell’area fumatori. L’autista, però, taglia corto:
– Ma che c’hai dentro a la capoccia, ‘a cassetta de l’elemosina? Non se ne parla. Che aspetti, la signora: tra poco arriveremo a Bologna.
E infatti eccoci, finalmente. Fumiamo. Per me una finta sigaretta fatta di sterpaglie da sottobosco. Lei, invece, si scanna tre Marlboro rosse in cinque minuti, ma non sembra soddisfatta. E sembra ancora incazzata. Mah.
Mi risiedo, tra poco ripartiamo. I nuovi viaggiatori salgono. Ecco una famiglia disegnata da Botero. Carica di cibarie, le loro borse cornucopie di junkfood.
Respiri affannosi fanno da soundtrack al loro posizionarsi sui sedili.
Dannazione! Quello affianco al mio è libero! Finisco il pensiero, mi giro, ma è troppo tardi: il più ciccione di loro si siede quasi sopra di me.
Parlano una lingua slava che non riconosco. Parlano, ridono e mangiano. Ma soprattutto respirano pesantemente e tossiscono dopo ogni risata, il tutto masticando il boccone di tramezzino imbustato. Ridono, ridono e il mio compare di sedile più di tutti: duecentocinquanta chili di allegria bolscevica che provocano smottamenti e il rischio di cedimenti strutturali al sedile – e alla mia proverbiale pazienza.
Mi vien da pensare alla tanto abusata parola “resilienza”: resisto e cerco di controllare gli effetti negativi del capodoglio che ho a fianco. Ma forse non basta. Dalla resistenza passiva dovrei passare alla più robusta “hardiness”, cioè opporre una reazione psicologica efficace a questa sventura che mi sta accadendo, ce la posso fare.
Ma anche questo non basta!
Devo passare all’azione, fare qualcosa, basta lamentarmi tra me e me!
Sogno di dirgli questa frase in un maccheronicissimo inglese, del tipo:
– Sorry, man. You are hurting my leg. Can you choose another sedile? You are a whale, but i’m not capitano Achab.
E poi lo scaglierei giù dal sedile con tutta la forza che posseggo.
Ma la verità è un’altra: non ho le palle per farlo.
Non ho il coraggio di fare apertamente qualcosa contro il ciccione: l’unica mia azione è sbuffare ogni tanto e, se esagera, spingere il gomito nel suo fianco. Ma tanto non si accorge di nulla. La sua attenzione, infatti, è spesso rivolta verso la borsa frigo che si apre. Come un cane di Pavlov, ma con il suono della cerniera YKK al posto del campanellino.
Eccola che si riapre. A questo pit-stop culinario vengono sfoderate due bottiglie di brandy. Hanno la retina a rombi intorno, sembrano comprate al duty free. Beve con la cumpa. Tracannano brandy dai bicchieri di plastica. Vuotano due bocce in men che non si dica. E ridono a crepapelle.
Il mio vicino XXL deve andare al bagno: lo capisco dai rumori cavernosi che emette il suo poderoso addome. Finalmente si alza: avrò qualche minuto di libertà. Per la precisione 14.
Eccolo: torna ansimando dal bagnetto, è visibilmente provato. Si accascia sul primo sedile libero che trova. Sono salvo. La tabagista incallita un po’ meno: lei la nuova vittima prescelta.
Ma ora sono anche curioso di capire come la prenderà la nuova vicina, che sicuramente starà ora provando la stessa sensazione che ho provato io: l’essere fagocitata. Con la differenza, però, che lei sembra già abbastanza nervosa.
È poco più avanti a me, le vedo la spalla sinistra. Una spalla infastidita. Si gira improvvisamente e mi osserva da dietro gli occhiali, come se fosse arrabbiata anche con me. Ma io provo solo empatia per lei, e glielo dimostro con la faccia più espressiva che mi viene.
Ha capito, si sporge ancora un poco e mi chiede:
– Come hai fatto a sopravvivere?
Rido.
– Ancora qualche minuto e sarebbe stata la fine. Resisti!
Passa mezz’ora e la situazione si fa sempre più tesa, lo sento.
L’aria si taglia con un coltello, e se si potesse anche mangiare l’allegra famigliola slava non ci penserebbe due volte.
Si gira di nuovo. Non riesco a decifrare la sua faccia, a metà tra lo scherzoso e la furia omicida.  Mi parla ancora:
– Hai presente la scena finale di Kill Bill vol. 2?
– Certo, quella del duello tra la Sposa e Bill.
Bravo. Al momento giusto gli faccio la mossa dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita.
Rido ancora una volta. Ma in realtà, forse, dovrei aver paura.
Infatti:
– Si, tu ridi, ma io la so fare per davvero! Non ci credi?
– Non credo esista realmente una mossa del genere.
– Invece sì.
– E perché non l’hai fatta prima all’autista?
– Perché sarebbe stata sprecata, e poi lui mi serve: devo arrivare a Roma.
– Ok, forse mi hai convinto. Ma spiegami bene poi come funziona, se poi cammina all’indietro guadagna passi? E se saltella, succede qualcosa?
Non riesco a farla ridere. Lei si gira, ancora più incazzata per il mio simil sfottò. Silenzio.
Dopo qualche minuto, l’autista annuncia una breve sosta per il rifornimento di benzina. Si potrà scendere per una breve pausa.
La tabagista non sopporta più la nuova pena che l’affligge: la sento sbuffare a un ritmo di 40 bpm.
Ma ora si scende, sollievo.
Lei si accende una sigaretta e inizia a tirare come una matta.
Gli slavi stanno in gruppo a pochi passi da lei, l’ippopotamo compagno di sedile gli dà le spalle. La Marlboro è quasi finita, s’incammina verso di lui dopo aver riposto gli occhiali nella borsetta.
L’enorme animale, intento a calarsi delle noccioline in bocca direttamente dalla busta, sente due vigorose pacche sulle spalle e si gira. Sorride con la bocca piena. Lei, sigaretta in bocca, sembra pronta a sprigionare tuta la sua rabbia.
Agisce, un fulmine! Potenza inaudita e velocità estrema.
Il cicciammerda rischia di cadere, barcolla.
Due dei 5 passi sono già andati. Emette un urlo impressionante: un catarroso leone iperglicemico è colpito a morte.
La pugliese, come in un film di mafia, lancia il mozzicone della sua sigaretta sul corpo inerme del pachiderma, poi si volta e risale sul bus, che nel frattempo ha fatto il pieno di gasolio.

 

 

[la prima puntata qui]

 

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