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21/05/2018
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Tra sogno e realtà: l’Italia attraverso gli occhi di Picasso

La mostra Picasso, tra Cubismo e Classicismo è anima della rassegna artistico-culturale Picasso-Méditerranée che, lanciata nel gennaio 2017, comprende esposizioni in più di 60 istituzioni internazionali programmate nell’arco del triennio 2017 – 2019. L’ambizioso progetto, coordinato da Laurent Le Bon ed Émilie Bouvard, è stato avviato in Italia, con la prima mostra tenutasi al museo Capodimonte di Napoli dall’aprile al giugno 2017. La seconda mostra, Picasso, tra Cubismo e Classicismo, è visitabile a Roma, presso le Scuderie del Quirinale e Palazzo Barberini, dal settembre 2017 al gennaio 2018.

Siamo di fronte ad un vero e proprio periplo mediterraneo, che vede Picasso come un moderno Ulisse, in corsa tra Francia, Italia e Spagna, nell’evoluzione sempre viva della sua poetica artistica.

Il fil rouge della campagna espositiva è tracciato dal viaggio che l’artista compie nel 1917 a Roma, Napoli e Pompei, durato all’incirca due mesi: pochi, ma senza alcun dubbio fondamentali, come affermerà più volte lo stesso Picasso nel corso della sua carriera, per lo sviluppo del proprio linguaggio nel primo dopoguerra. Il soggiorno italiano nacque da un invito, ma sfociò ben presto nel coinvolgimento per la realizzazione del sipario di Parade, il balletto ispirato da un poema di Cocteau (poeta e caro amico di Picasso) e messo in scena dalla compagnia russa di Djaghilev. Queste piccole premesse sono quanto basta per immergersi in una felice situazione sinestetica dove si fondono pittura, musica, danza e amore: in questa occasione Picasso conobbe infatti Olga (prima ballerina dei Balletti Russi), amore oscurato, talvolta, dal fantasma di un passato che era ancora ferita sanguinante nella vita di Picasso.

Il Picasso del decennio che va dal 1915 al 1925 è un Picasso che ha già attraversato l’esperienza del Cubismo analitico e del Cubismo sintetico, ma soprattutto è un Picasso in continua evoluzione e trasformazione, in bilico tra il ricordo del classico e l’intransigenza dello sguardo surrealista. L’influenza di alcune tendenze anti-avanguardistiche lo porta in questo momento a prediligere un ritorno alla forma che, se da un lato ricorda il realismo proprio della poetica neoclassica di Ingres (si pensi al Ritratto di Olga in poltrona del 1918), dall’altro svela una nuova solidità dei volumi e un segno più energico e marcato (si pensi a Il flauto di Pan del 1923). L’influenza surrealista porta invece Picasso ad opere come La danse (1925), testimone di uno spirito frenetico, esuberante e carico di una sensualità che, tra pieni e vuoti, gioca nella complicità e nella duplicità del negativo e del positivo, divenendo metafora dell’impulso creativo racchiudente in sé i semi della disintegrazione e della rinascita.

L’allestimento, come in tutte le grandi mostre ospitate presso le Scuderie del Quirinale, interessa due piani:

  • al primo piano si trova l’esposizione di tele provenienti da prestigiosi musei come il Musée Picasso di Parigi (partner del progetto), il MoMa di New York, la Tate Gallery di Londra e tanti altri ancora;
  • al secondo piano si trova, invece, il retroscena, costituito dalla parte documentaria: lettere, appunti, bozzetti, carte, voci e trascrizioni della vita di Picasso, testimonianze inestimabili dei suoi spostamenti italiani, tra il getto dei suoi pensieri ed i rapporti con la sua comitiva.

Madornale difetto della mostra è l’impatto aggressivo che l’esposizione del primo piano esercita sul visitatore. Si viene catapultati tra opere ammassate, senza una continuità cronologica, sulle bianche pareti accecanti di una sala grande e dispersiva: molte di queste opere non si prestano al dialogo le une con le altre e necessitano di spazi singoli in cui vivere ed essere contemplate senza altri disturbi visivi; lo stesso problema si riflette sulla questione dell’illuminazione, che nella maggior parte dei casi avrebbe funzionato meglio qualora fosse stata concepita d’accento e semovibile. Persino le didascalie e i cartellini si rivelano insufficienti: il pannello introduttivo, fondamentale nel caso di un’artista così variegato e complicato come Picasso, è addirittura assente, così da lasciare nella confusione i visitatori meno preparati.

L’allestimento del secondo piano è invece ben impostato e si rivela un ottimo aiuto per il visitatore, che ora può proseguire la mostra presso Palazzo Barberini, dove godrà della visione del grande sipario di Parade. Dopo qualche salto temporale, risalendo la scalinata del Bernini, nel grande salone affrescato da Pietro da Cortona, appare il sipario, dalle mastodontiche dimensioni di 10X16 metri.

Il sipario di Parade nasce come diaframma tra la platea e la scatola scenica, vuole essere elemento di congiunzione tra il mondo che risiede fuori e quello interno allo spettacolo. Per l’impianto formale Picasso si ispira ad alcune stampe del Pinelli, ma soprattutto all’affresco che a distanza di un secolo Hans von Marees aveva realizzato nella Stazione Zoologica di Napoli, visitata subito prima dall’artista catalano. Altra traccia fondamentale per comprendere la genesi dell’opera è l’epistolario che l’amico Cocteau aveva dedicato alla madre. Picasso è lì, nell’opera, partecipa al convivio dei saltimbanchi e volge le spalle allo spettatore: è nelle vesti di Arlecchino, figura a lui particolarmente cara.

Un’esperienza, quella della conoscenza dell’arte di Picasso, multidimensionale, capace di aprire le menti del visitatore verso confini non convenzionali e polivalenti. Niente nasce dal nulla, ma tutto è manifestazione sincopata del riverbero generato o degenerato dalla propria vita. A tal proposito, nel gioco di chi è chi, chiediamoci chi è quella donna assorta raffigurata al banchetto del sipario: è la defunta amata di Picasso, abbandonata nel mondo della figurazione. È in questa coincidenza tra arte e vita che si flette ciò che muore e ciò che muore sulla tela, un campo d’esistenza dettato dalla transitorietà dove l’arte è consolazione, coazione a ripetere e rito per ricomporre e rendere eterna un’immagine perduta per sempre.

Gaia Colasanti

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