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15/11/2018
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Sulla mia pelle – Gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi

Il 12 settembre 2018 è uscito in contemporanea nelle sale cinematografiche e su Netflix il film di Alessio Cremonini “Sulla mia pelle” che racconta l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi. Il film che vede come attore protagonista Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi e Jasmine Trinca in quelli della sorella di Stefano, Ilaria, ha già ricevuto diversi premi e riconoscimenti alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

A Roma il 15 ottobre 2009 veniva arrestato Stefano Cucchi perché trovato in possesso di 21 grammi di hashis e tre dosi di cocaina, il 22 ottobre dello stesso mese, mentre il giovane era in custodia e in attesa di essere processato, ne viene dichiarato il decesso per cause naturali.

A distanza di 9 anni dalla morte di Stefano Cucchi quello che ci viene proposto dal regista è un racconto super partes di quelli che sono stati gli ultimi sette giorni di Stefano, dalla notte del suo arresto alla visita in obitorio della famiglia Cucchi. Il corpo del giovane al momento del decesso risulta irriconoscibile: pesa soltanto 37 chili e riporta evidenti segni di tumefazione.

Tra tutti i modi in cui poteva essere raccontata questa vicenda di cronaca, viene scelta quella che più lascia spazio alla storia della vittima; il film quindi non si concentra né sulle questioni giudiziarie (ad oggi in corso) né sulla vita che Stefano ha condotto fino al giorno del suo arresto.

I 100 minuti della pellicola sono esclusivamente incentrati sulla figura del protagonista, sulle sue ultime 148 ore. Le inquadrature risultano molto “chiuse” e spesso focalizzate sul volto di Stefano messo al centro della scena da continui primi piani.

La fissità con cui la telecamera segue le vicende, come uno spettatore silenzioso, provocano un forte senso di immedesimazione e allo stesso tempo di disorientamento. Si viene disorientati dai continui spostamenti che Stefano compie in quei sette giorni passando da una caserma all’altra per poi essere ricoverato all’ospedale giudiziario Sandro Pertini di Roma dove verrà notificato il suo decesso per bradicardia fino ad arresto.

La scelta del regista di non rappresentare il pestaggio e le violenze subite da Stefano in caserma, sono la riprova della delicatezza e del desiderio di non spettacolarizzare la vicenda. Vediamo Stefano nel momento in cui viene condotto in una stanza della caserma dei carabinieri e lo rivediamo inquadrato col volto tumefatto al momento del processo, in cui lamenta già dei dolori e non riesce a parlare bene, davanti lo sguardo indifferente del giudice che continua ad interrogarlo.

Si contano circa 140 persone con cui Stefano sarebbe entrato in contatto durante gli spostamenti di quei sette giorni. Nel film sembrano tutti più o meno accorgersi della condizione di Stefano, dei dolori che lamenta, ma nessuno è in grado di prestargli il soccorso di cui necessita. Le sequenze girante all’interno dell’ospedale penitenziario mostrano con quale freddezza, spesso noncuranza, viene trattata la vittima. Questa ha come unico confidente soltanto una voce, una voce che proviene dalla stanza a fianco, a cui Stefano farà le sue ultime confessioni.

Stefano morirà senza avere avuto la possibilità di parlare con il proprio avvocato di fiducia e senza aver rivisto la famiglia che, invano, tenta di avere notizie. La morte verrà comunicata ai familiari con la consegna a domicilio di un documento, in cui si fa richiesta alla famiglia di prestare il consenso all’autopsia sul corpo del figlio.

Il film di Alessio Cremonini in maniera discreta e magistrale riesce a raccontare una storia difficile, come quella legata alle vicende del caso Cucchi, senza fornire in alcun modo giudizi di parte e senza essere banale. Così facendo è riuscito a ridare voce per 100 minuti a Stefano, un giovane che a lungo tempo è stato considerato “un drogato che se l’è cercata”. 

L’11 ottobre 2018 si è svolta una nuova udienza davanti alla Corte d’Assise dove per la prima volta, dall’inizio del processo, una delle persone accusate ammette di aver assistito al pestaggio che avrebbe causato la morte di Stefano Cucchi.

 

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