23/08/2019
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Teste, croci e fantasmi- caccia a dieci piccoli segreti di Siena

Siena è una piccola città dal grande centro storico, che vive da oltre duemila anni arroccata su tre colli, immersa nella campagna di quella che è stata più volte dichiarata la provincia più bella d’Italia. Eppure ci lamentiamo spesso che ci sia ben poco da vedere: una volta ammirato il Duomo (meglio ancora se coi pavimenti scoperti), il ciclo di affreschi dell’antico ospedale Santa Maria della Scala, il Palazzo Civico con Guido Riccio e il Buon Governo, sentiamo già di aver visto tutto.
In realtà una città così antica -e con un centro così ben conservato che è quasi possibile immaginare i nostri colleghi del 1240 passeggiare per le sue viuzze, non può certo non nascondere qualche segreto: si potrebbero infatti proporre diversi percorsi, dal giro degli orti cittadini alla Siena seicentesca che è stata oggetto, proprio pochi giorni fa, di una delle giornate del FAI.

Insieme abbiamo già esplorato la lunga storia dell’ex ospedale psichiatrico San Niccolò e la leggenda della Diana, il mitico fiume per cercare il quale furono scavati i bottini (lunghe gallerie popolate da omiccioli e tornasoli, piccoli folletti del folklore senese); continuando la scoperta della nostra città, questo mese vi proponiamo dieci piccoli segreti che si nascondono tra le pietre di Siena, e che possono essere lo spunto per fare una vera e propria caccia al tesoro tra le mura medievali.

La nostra passeggiata inizia a fianco del Battistero, in Piazza San Giovanni:

  • LA SANTA CADUTA: tiriamo un bel respiro e prepariamoci ad affrontare la lunga e ripida scalinata che, dalla strada, porta fino al Duomo. Così lunga e così ripida, in effetti, che personaggi ben più illustri dello studente medio ne sono stati vittima: si narra infatti che Santa Caterina da Siena in persona fosse scivolata sui gradini di marmo, finendo per rimetterci gli incisivi: l’avvenimento è testimoniato da una croce nera incastonata nel gradino traditore che segna il punto esatto dell’incidente;

  • IL QUADRATO MAGICO: una volta in cima ci troveremo esattamente tra il Duomo e la cosiddetta “porta del cielo” o “facciatone”. Non tutti sanno che quel muro imponente e spoglio, da cui si gode un’eccezionale vista sulla città, sarebbe stato la facciata ufficiale della Chiesa se la peste nera del Trecento non avesse svuotato le casse della città, impedendone il completamento.
    Sull’attuale facciata, però, c’è un dettaglio che merita assolutamente di essere notato: un riquadro di marmo bianco con incisa la scritta SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, ovvero il cosiddetto quadrato magico.
    La frase è un perfetto palindromo: lo si può leggere dall’alto in basso, da destra verso sinistra, dal basso in alto, da sinistra a destra, ed è stata rinvenuta tra i resti di Pompei, fra le rovine romane di Budapest, sull’Eufrate, in manoscritti medievali , su amuleti copti ed etiopici, e non solo, senza che nessuno abbia ancora certezza sul suo significato: c’è chi lo attribuisce allo spiritismo della cabala, chi al demonio, chi ne fa una preghiera protocristiana, ma il suo mistero non è ancora stato svelato. Del resto, per chi non lo sapesse, il Duomo di Siena pullula di simboli esoterici.

  • LA STRISCIA BIANCA: infine, tornando dalla porta del duomo verso il Santa Maria della Scala, si potrà notare un perimetro di pietre bianche che attraversa lo spazio antistante la chiesa: non è così evidente, eppure viene da molto lontano. Fino all’editto napoleonico di Saint Cloud che fece tanto infiammare il povero Foscolo i morti potevano essere seppelliti presso una chiesa oppure presso un ente religioso, per il quale ogni sepoltura significava sostanzialmente denaro: per i diritti di sepoltura, per le messe e le elargizioni della famiglia. Nemmeno a dirlo, i canonici del Duomo e i frati del Santa Maria della Scala si contendevano letteralmente i defunti, fino a che i toni della lite divennero così aspri da richiedere che si tracciasse una riga di pietre per definire quale parte della piazza fosse di competenza di ciascuno dei due enti per quanto riguardava le sepolture.

 

  • LA MADONNA DEL CORVO: allontaniamoci dal Duomo per imboccare Via Stalloreggi, la lunga strada che dai Quattro Cantoni arriva fino alle Due Porte. Tenendo la testa alta e lo sguardo attento vedremo sulla sinistra un piccolo tabernacolo raffigurante una pietà dipinta nientemeno che dal Sodoma all’inizio del 1500 e chiamata popolarmente “Madonna del corvo”. Sull’origine del nome ci sono diverse storie: una narra che un giorno un corvo contagiato dalla peste si sarebbe posato sull’edicola e lì sarebbe rimasto fulminato, impedendo la diffusione del morbo in città; l’altra, antitetica, sostiene che l’uccello una volta morto avrebbe anzi dato inizio alla terribile epidemia del 1348.

 

  • LA TESTA DI GIOMO: dirigiamoci a questo punto verso Via delle Cerchia. Al numero 50, da una nicchia scavata nel muro, una testa maschile ci guarda severa: si tratterebbe di Frate Giomo, un frate camaldolese su cui, di nuovo, non c’è molto accordo nelle leggende. Una versione della storia vuole che Giomo fosse morto nel 1208 sul campo di battaglia di Montalto della Berardenga, in uno dei tanti scontri tra Siena e Firenze, e che il suo spirito fosse sopravvissuto al corpo: quando il giorno dopo la battaglia le donne erano andate a recuperare i corpi dei caduti avevano trovato quello del frate disteso sopra al vessillo della sua compagnia, la cui croce risplendeva di una misteriosa luce.
    Secondo l’altra versione, invece, il frate Giomo sarebbe stato impiccato nel XVI secolo in seguito ad una relazione peccaminosa con una suora: il luogo dell’impiccagione, fuori Porta all’Arco in Via Mattioli, sarebbe ancora infestato dalla sua presenza.

Adesso lasciamo questa zona della città e torniamo verso il suo cuore, Piazza del Campo: vista e rivista, potremmo quasi pensare che non abbia più misteri. In realtà ci sono diverse curiosità da sapere sulla piazza, ad esempio la spiegazione del numero di spicchi che la compongono o dell’iscrizione sul grande sole che campeggia sulla facciata, che molti vogliono sia un simbolo massonico. Per oggi, però, fermiamoci al folklore:

  • IL MANGIA: innanzitutto, perché torre del Mangia? Dal nome di un altro personaggio tra lo storico e il leggendario, ovvero il campanaro Giovanni di Duccio, noto soprattutto per la facilità con cui spendeva i quattrini: da qui il nome “Mangiaguadagni” o, semplicemente, “Mangia”.
  • L’AUTOMA: nel 1400, però, il vecchio Mangia fu sostituito da un surrogato meno spendaccione, un grande automa in legno che, ad ogni ora, si muoveva e batteva la campana con un martello,  suonandola. Ciò che ne rimane, restaurato per quanto possibile, è visibile nel Cortile del Podestà.
  • IL SUNTO: chi come me ha la (s)fortuna di vivere a pochi passi da Piazza del Campo sa bene che il giorno del Palio il cosiddetto “campanone” della torre del Mangia suona per due ore filate. Si tratta del suono più caro ai senesi e più inviso agli studenti che devono preparare gli esami: neanche i tappi per le orecchie hanno alcun potere contro il particolarissimo suono dell’enorme campana di bronzo che, dal 1666, alberga sulla sommità della torre. Così imponente da meritare perfino un nome: Sunto, diminutivo di Assunto. Maria Assunta era detta la campana che l’aveva preceduto, ma per la sua enorme mole questa nuova campana non poteva certo portare un nome femminile!
    Una spaccatura nel bordo della campana, occorsa nel 1831, conferisce ai rintocchi del Sunto il timbro “grave e roco” che fa battere il cuore dei senesi.

Se per la fame ora siete scesi in Piazza del Mercato a mangiare un panino, sappiate che siete proprio nel luogo in cui un tempo si trovavano le carceri senesi: da qui coloro che venivano condannati a morte scendevano Via dei Malcontenti e percorrevano l’attuale Orto dei Pecci (di cui abbiamo già parlato in rapporto al villaggio manicomiale) fino ad attraversare Porta Giustizia– i nomi non sono certo casuali! Infatti dalla porta si arrivava alle forche, situate in zona Coroncina, dove venivano effettuate impiccagioni e decapitazioni.

  • IL VAMPIRO: se dovesse venirvi voglia di fare la stessa strada di quei malcapitati, state attenti a non trattenervi nell’orto dei Pecci oltre il tramonto! Si dice infatti che un vampiro vi viva da secoli, e soprattutto nell’ottocento sia stato avvistato parecchie volte. Molti dicevano non fosse altro che l’infelice Niccolò di Tuldo, un condannato divenuto celebre per essere stato decapitato alla pietosa presenza di Santa Caterina, come testimonia un affresco del Sodoma conservato in San Domenico.

Ma frate Giomo e il vampiro dell’orto de’ Pecci non sono certo le uniche creature soprannaturali che potreste incontrare passeggiando per Siena. Si sprecano infatti le storie su fantasmi e streghe che popolerebbero diverse zone dell’antica città, presenze legate ad altrettante morti tormentate di cui ci riserviamo di parlare più avanti.

 

 

 

 

Infine, l’ultima curiosità: all’inizio di Via dei Rossi, quando s’incrocia Via del Refe Nero, guardate in alto e vedrete una testa mozzata pendere in una gabbia sopra la vostra testa! Si tratta naturalmente di una scultura voluta da un antico proprietario di quel palazzo, Giuseppe Mazzoni, che la mise lì all’inizio del Novecento perché guardasse con aria truce l’edificio antistante del Monte dei Paschi, che dopo un tracollo finanziario l’aveva spogliato di tutti i suoi beni.

 

-Lucia Cherubini

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