21/08/2019
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THE CLEANER, Marina Abramović a Palazzo Strozzi: un’impressione

Marina Abramović Artist Portrait with a Candle © from the series Places of Power, 2013, Courtesy of Marina Abramović Archives © Marina Abramović by SIAE 2018

Non è ben chiaro quel che sarà. Ed è giusto così: in queste cose uno dei pregi che immediatamente saltano alla pelle, persino a un profano, è l’assoluta mancanza di aspettative certe. Ci vuole cedimento con l’arte contemporanea. Resa, che dir si voglia. È un atto di fiducia, un salto nel vuoto. Non è un caso che tra gli assidui frequentatori di tali eventi figurino personalità spesso eccentriche, talvolta incomprese o naïf. Probabile che avessero ragione i decadentisti, loro e quell’arte come religione di cui tanto ci hanno parlato. E se “religione” tornasse eccessivo, beh, sarà dura opporsi a “meditazione”. Perché non c’è arte senza meditazione; e parlando di Marina Abramović non esiste assunto più calzante.

Palazzo Strozzi affaccia i suoi volumi sulla piazza. È severo, è mostruosamente razionale, come si confà a un paladino del Rinascimento. La torma di turisti ingombra il chiostro interno, perso com’è a imprimere in foto il quadrato del cielo. Per quanto possa sembrare strano, c’è armonia tra la fredda perfezione di quest’architettura e quell’esplosione che si dovrà portare dentro fino al 20 gennaio. Si contiene gli istinti, il Palazzo. Non è un caso che l’abbiano eretto a misura di essere umano.


The Cleaner si propone una sfida ostica: togliere il giogo dell’impermanenza da una forma artistica, la performance, che dell’effimero ha fatto la sua principale struttura. Ma prima che divampi il borbottio del dibattito, concediamoci un passo indietro.

Definizione prima di tutto. Occorrono quattro componenti perché possa esistere quel che chiamiamo performance: il tempo che scorre, lo spazio deputato, un corpo che agisca o subisca; e per concludere, l’interazione col pubblico. Messi assieme i pezzi può esservi l’opera, irripetibile nella sua unicità, come lo sono le pieces teatrali, volta a concedere un momento autentico, inarrestabile. Magari a ciò pensa inconsapevolmente il Faust di Boito quando invoca quell’”attimo fuggente” a cui gridare: “arrestati: sei bello”.

Detto ciò vien da domandarsi: tradurre una performance su un media durevole non ne compromette l’essenza principale?

Risposta: dipende. Ci sarebbe intanto da interrogarsi sul destino di questa peculiare forma artistica, una volta consumata nella sua dimensione performatica. Incorrendo nella musealizzazione non avremo più una performance in sé, bensì una traccia di essa, una memoria. Se uno poi si appoggiasse ciecamente a W. Benjamin, che dà per perduta in partenza l’aura di qualunque opera d’arte mai pensata per l’esposizione museale, potrebbe anche mettersi l’anima in pace e non porsi il problema. E dunque quel che abbiamo nel palazzotto fiorentino è per buona parte classificabile come esposizione, retrospettiva.

 

Ulay/Marina Imponderabilia 1977, ½” video transferred to digital video (b/w, sound), 50:25” min. Amsterdam, LIMA Foundation. Courtesy of Marina Abramović Archives and LIMA, MAC/2017/038. Marina Abramović by SIAE 2018

Finito? No. Perché avanzando tra gli schermi, video documentari di opere che hanno segnato la carriera dell’artista serba, capita d’imbattersi nelle cosiddette re-performance, portate avanti per giorni da giovani artisti negli interni della struttura. E dunque, ecco che replicando il debutto bolognese del ’77, due corpi nudi, un lui e una lei, occupano affrontati la prima sala. Imponderabilia, opera iconica, vide allora Marina e il compagni Ulay, in sosta per novanta minuti sull’ingresso della Galleria Comunale, a costringere i visitatori a un invasivo contatto fisico, fino all’arrivo della polizia. Più delicati, i performers di Palazzo Strozzi ci danno la possibilità di scegliere, offrendoci l’alternativa del passaggio laterale, ma finendo col depotenziare ancor di più il nucleo dell’opera. Attorno ai due, una profusione di video e fotografie dell’atto originale, per consentirci il confronto.

Re-performance, dunque. Non c’è più posto per la purezza primigenia, ci dobbiamo fare i conti. L‘arte impermanente per antonomasia non può liberarsi della zavorra del qui e ora sperando di mantenersi integra. È in un certo senso come cavarsi il cuore e pretendere da se stessi la sopravvivenza. Prendiamo questo evento come memoriale, farfalle esposte nel post mortem, ancora belle, ma prosciugate della vita.

Il percorso espositivo ci conduce cronologicamente nella vita dell’artista, a partire dagli esordi con lo storico compagno. Parliamo di azioni turbolente e controverse, laddove l’analisi più impietosa  bacia sulle labbra il misticismo. Parliamo di The House with the Ocean View, purtroppo non più all’attivo ma che, veniamo a leggere, ha visto per dodici giorni e dodici notti una performer reclusa su una struttura di legno, impossibilitata a mangiare e tenuta a esibire ogni aspetto della propria intimità agli occhi del pubblico di passaggio. A impedirle la fuga, una scala composta di coltelli, che l’ha relegata in una dimensione separata dal quotidiano, verso una forma di purificazione che la Abramović ricerca da diversi anni, tanto da stringere un rapporto speciale col panorama toscano: è presso il Lama Tzong Khapa Institute di Pomaia (Pisa) il suo primo incontro col Dalai Lama nel 1982. E qui torna a vivere il dibattito: è questa la ricerca di Marina  Abramović? In tal caso, a che pro trasferire l’impresa su un’altra persona? Per dimostrazione, diranno in tanti. Ma dimostrare è appunto mostrare, monere, “portare alla mente”. E non si porta alla mente ciò che è presente, ma ciò che è distante dai nostri sensi. E dunque, qui si esce dalla purezza dell’action art, portando tutto alla dimensione del documentario. Bello e curato, per carità, ma pur sempre documentario.

Interessarsi a Marina comprende l’apertura a un mondo fluido, spietato e al contempo tenerissimo, dove la pietra grezza ha un suo linguaggio e una sua forza – e nella medesima sala di Ocean View  ci è consentito di toccare i “Transitory Objects”, utensili della vita domestica “sacralizzati” dall’inclusione del quarzo, l’ematite, l’ametista. Levarsi le scarpe, eseguire le istruzioni dei cartelli; premere il volto sulla tormalina e carezzare il cristallo di rocca; azioni minimali, volte al raggiungimento di uno stato meditavo, che culmina nella tavolata di Counting the Rice: è qui che il visitatore può mettersi a sedere, rumore bianco alle orecchie, con le istruzioni precise di separare lenticchie dal riso, per poi stilare la somma dei chicchi. E pensare al tempo, pensare nel tempo e nel presente che si dispiega.  Questo insegnerebbe l’opera di Marina Abramović, profondamente radicata nel momento, nonostante l’apparenza di mistica astrazione. Eseguire certi riti su se stessi è forse l’unico modo che ci è concesso di percepire ancora il qui e ora della performing art.

 

E ci sarebbe altro da dire. Si potrebbe parlare a lungo dell’ipnosi di Cleaning the Mirror, la performer accosciata al suolo, uno scheletro tra le braccia, che lava ossessivamente con acqua sporca, in un eterno anelito alla purezza di sé. Il display dell’orologio marcia, tira i minuti per il collo. Ne son passati quindici e ancora la stiamo a fissare. Ci concentriamo sul significato del gesto, sebbene sia dettato da un copione, dunque privo della spontaneità che nel 1995 dovette smuovere l’operato di Marina.

 

E finisce nel bianco, questa esposizione. Dopo le urla, il massacro nero-bianco della gioventù, ecco che tutto si accende, si candeggia in un’accettazione zen. Rimangono stanze pallide, pietre serene e teneri ronzii.

Andiamo in pace. O quantomeno, ci andrà chi non domanda.

 

Sharon Tofanelli

 

 

INFORMAZIONI EVENTO

Marina Abramović – The Cleaner

Firenze, Palazzo Strozzi

Dal 21 settembre 2018 al 20 gennaio 2019

 

SITO AREA STAMPA PALAZZO STROZZI

https://www.palazzostrozzi.org/area-stampa/

 

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