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09/12/2018
HomeCulturaThe Handmaid’s Tale: ecco come le donne diventano meri strumenti di riproduzione.  

The Handmaid’s Tale: ecco come le donne diventano meri strumenti di riproduzione.  

Freedom, like everything else, is relative
(Margaret Atwood)

È finalmente uscita anche in Italia The Handmaid’s Tale.

Assoluta trionfatrice agli Emmy Awards, questa serie tv si basa sul bellissimo romanzo di Margaret Atwood (in Italia intitolato “Il racconto dell’ancella”) pubblicato nel lontano 1985 ma tornato nuovamente in cima alle classifiche.

Degna rappresentante del genere distopico, che tanto sta spopolando in questi anni, questa serie tv colpisce per la veridicità e la capacità di raccontare un futuro angosciante, orripilante eppure così credibile e, perché no, nemmeno così impensabile. Il tutto con un cast eccezionale ricco di volti noti, molti dei quali sorprendentemente abili in ruoli drammatici.

Ambientata negli Stati Uniti di un futuro non precisato ma non così lontano (impossibile non cogliere i riferimenti all’Isis, ad Uber, agli smartphone, alle canzoni…), in una nazione che trova nella infertilità umana, causata dall’uso spropositato di materie tossiche, la sua piaga più grande; qui nasce la “Repubblica di Galaad” dove la Bibbia e il comando maschile la fanno da padroni.
Una società che viene ricreata da zero, non senza difficoltà, in cui i ruoli sono fortemente gerarchizzati e divisi tra donne e uomini aventi compiti estremamente differenti.

Donne:

  • Ancelle: fertili e divorziate, nei vecchi Stati Uniti, a cui è affidato il compito di dare alle luce nuovi bambini, per un massimo di tre; private totalmente del loro nome (la protagonista si chiama “Offred”, “DiFred” in italiano, ad indicare come la sua stessa esistenza appartenga ad un uomo);
  • Mogli: non fertili e sposate ai comandanti, si occuperanno dei nati delle loro ancelle come fossero loro stessi figli;
  • Marta: donne non fertili che si occupano delle case;
  • Non donne: traditrici del genere (omosessuali), femministe, donne non più feritili, sovversive… tutte coloro che possono creare problemi, le quali vengono inviate nelle colonie a maneggiare rifiuti tossici;
  • Zie: anziane e rigidissime donne a cui viene assegnato il compito di istruire le ancelle nei “Red Center” (la più temibile e famosa è Zia Lydia)

Uomini:

  • Comandanti: coloro che hanno organizzato la rivoluzione, sposati, i quali hanno il diritto di procreare con le ancelle (l’infertilità naturalmente è pensata solo al femminile) perché hanno il dovere di dare figli alle loro mogli;
  • Occhi: membri del servizio segreto di repressione.

Un mondo in cui le donne fertili, le ancelle, vengono pensate come semplici mezzi di riproduzione, sfruttate per la loro rara capacità di fare figli e costrette a subire un vero e proprio stupro mensile durante la “Cerimonia”, momento in cui il comandate giace con l’ancella per procreare mentre questa è distesa tra le gambe della moglie, il tutto preceduto dalla lettura della Bibbia. Il sesso, il piacere, il divertimento, le conquiste femminili, tutto è eliminato, tutto è raso al suolo, i vestiti sono pesanti e di soli tre colori, a seconda della classe, le donne non leggono, non scrivono, non lavorano, non parlano, non si guardano e non guardano il mondo, costrette e chiuse e nei loro cappelli, non possiedono soldi o oggetti, istruite ad essere umili e devote, mentre gli uomini gestiscono il potere e la vita di tutti.

La storia è lunga e travolgente, cruda e innovativa nella sua geniale volontà di far continuamente ricordare ai protagonisti, sopratutto alle ancelle, il mondo di prima, la vita che potevano svolgere, le persone che amavano e il ruolo che le tante battaglie femministe avevano donato loro, come a sottolineare che nulla avviene per caso, la libertà è una meravigliosa conquista e una fragilissima condizione.

Ad aiutare la grande trama ci sono i bravissimi protagonisti: da Elisabeth Moss, nel ruolo di Offred, il cui sguardo ipnotizza, passando per Alexis Bledel, lontanissima da Rory Gilmore, per arrivare a Samira Wiley, Poussey Washington di Orange is the new black, anche qui alle prese con la parte di un’omosessuale….sono molti gli attori che aiutano a rendere questa serie tv un vero capolavoro.

I dieci episodi, da una media di 50’, corrono veloci, intrigano e sconvolgono, fanno urlare, arrabbiare, piangere e soffrire, disturbano e obbligano a riflettere, ma sanno anche prendersi del tempo, rifiatare e lasciarsi andare alla musica, indugiare sui passi, gli sguardi e le parole, a volte sussurri, portando lo spettatore alla massima attenzione.

Parole che sono importantissime perché in una società che si è ricreata, anche il linguaggio deve essere modificato: tantissimi i riferimenti biblici, poche le possibilità di dialogo, vietate esclamazioni e dimostrazioni di affetto, obbligo di riverenza. Si potrebbe racchiudere tutto nel saluto delle ancelle:

Blessed be the fruit/May the Lord open
(Sia Benedetto il frutto/Possa il signore schiudere).

Rapidamente considerato un libro femminista, come molte delle opere della Atwood, “The Handmaid’s Tale” è stato da subito un caso editoriale e stessa sorte tocca alla serie tv (sebbene vi siano molte differenze nella storia, anche per esigenze di lunghezza diverse), diventata nuovamente baluardo del femminismo, simbolo delle donne che vogliono lottare; un racconto quanto mai al passo con la realtà, per la situazione in cui versa la popolazione femminile in tutto il mondo, non solo in tema di libertà, ma di uguaglianza di diritti, violenza. Dove l’autrice non si è dovuta inventare nulla, solo riprendere in mano manuali di storia, leggere la condizione delle donne e riadattarla al futuro.

La donna ma anche il valore della libertà, questi i temi centrali della serie. Perché in questa storia niente è più rimpianto della libertà: nessuno è veramente indipendente, nessuno appartiene a sé stesso e nessuno può uscire dai ruoli assegnati. Poco importa se si infrangono le regole, se si trovano scorciatoie, perché qui la libertà è schiacciata e gestita da pochi, che ne hanno molto meno di quel che si crede. Mentre le molte donne, sono tantissime nella serie tv, sono imprigionate nel loro essere unicamente strumenti per la procreazione, le ancelle, o nel non essere in grado di farlo. Come spiega il personaggio di Zia Lydia:

Esiste più di un genere di libertà. La libertà Di e la libertà Da. Nei tempi dell’anarchia c’era la libertà Di. Adesso vi viene data la libertà Da. Non sottovalutatelo.

Concludo con un piccolo aneddoto che mi ha più che mai preoccupato e allo stesso tempo fatto pensare a quanto la storia che stavo leggendo prima e guardano poi non sia così impossibile. Viaggiavo in autobus per le strade di Siena quando, casualmente, ho notato un enorme cartellone pubblicitario di una nota casa di arredamento il cui messaggio era, cito testualmente: “Fate tanti figli, che alle camerette ci pensiamo noi”.

Credo non servano commenti. Chi ha già visto la serie sa benissimo perché questo messaggio sembra assolutamente uscito dalla “Repubblica di Galaad”, e per chi non lo comprende ancora, beh: significa che è arrivato il momento di iniziare a guardare “The Handmaid’s Tale”.

Ecco a voi il trailer:

 

Chiara Bertoldo

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