Scrivici!









Seguici su:
21/03/2019
HomeCulturaTrent’anni di… And Justice for All

Trent’anni di… And Justice for All

Esistono momenti nei quali l’incertezza diventa padrona, nei quali un progetto, anni e anni di sacrifici sembrano dover inevitabilmente andare incontro a un naufragio. Vi è stato un momento nel quale l’esistenza di una delle band più celebri del panorama mondiale pareva destinata a cessare insieme alla vita di uno dei suoi membri. Il 27 settembre 1986 l’autista del bus sul quale viaggiavano i Metallica, allora impegnati nel tour di promozione dell’album Master of Puppets, perse il controllo del mezzo che si ribaltò più volte. Nel tragico incidente scomparve il bassista Cliff Burton. Il dolore derivante dalla perdita di un caro amico nonché un membro fondamentale della band, che con il suo strumento e la sua capacità compositiva aveva dato un fondamentale contributo ai tre album sino ad allora prodotti, costrinse i membri superstiti a valutare la possibilità di interrompere il progetto Metallica. Così non avvenne. La famiglia dello stesso Cliff Burton convinse i Metallica a continuare ad essere i Metallica, perché questo era ciò che lo stesso Cliff avrebbe desiderato; nel contempo incoraggiarono e supportarono il nuovo bassista, Jason Newsted, che si ritrovò a dover sopportare l’onere di sostituire uno dei migliori bassisti del panorama metal.

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario di ciò che ha rappresentato per i Metallica la transizione tra due ere, il pre-Cliff e il post-Cliff; dell’esempio di come si possa superare il dolore più straziante e generare una perla rara. Il 25 agosto 1988 viene pubblicato il quarto album dei Metallica, …And Justice for All.

L’album continua nel segno del thrash metal: a fare da padrone è dunque la chitarra veloce e aggressiva di James Hetfield, il quale dimostra a pieno la sua abilità nell’abbinare un canto rabbioso a riff talvolta estremamente complicati. Il tappeto tessuto dalla batteria di Lars Ulrich sorregge il tutto, condito dagli assoli magnifici e puntuali di Hetfield e di Kirk Hammett. Clamorosamente assente è il basso di Jason Newsted, per il quale …And Justice for All non ha certamente rappresentato un caldo ‘benvenuto’ nella band. Ancora oggi non è chiaro se ciò sia dovuto a un errore in fase di mixaggio – forse determinato dal fatto che la linea di basso segue sostanzialmente la struttura della parte di chitarra ritmica – o a un malizioso intervento atto a “ghettizzare” il nuovo membro della band. Se in Kill’Em All, Ride the Lightning e Master of Puppets si poteva ben udire il basso tuonante di Cliff Burton – impegnato talvolta persino in assoli – qui il basso è assolutamente impercettibile, tanto che su internet circola una versione remixata dell’album intitolata …And Justice for Jason, nella quale il basso non solo è presente, ma è preponderante.

Curiosa è invece la scelta di aprire la prima traccia Blackened” con una sezione di chitarre riprodotta al contrario. La fine (o forse sarebbe meglio dire l’inizio) di questa sezione dà libero sfogo alla chitarra di Hetfield, che accompagna un testo dalle tematiche ambientaliste: ci viene prospettata la futura morte del pianeta Terra e l’estinzione dell’umanità a causa dell’agire dell’umanità stessa.

La furia di Blackened si interrompe bruscamente su una sezione di chitarra clean intervallata da sezioni distorte e pesanti, che annunciano la title track “…And Justice for All”. L’argomento della canzone può essere anticipato osservando la cover dell’album stesso: essa raffigura una statua di Themis, dea della Giustizia, legata con delle corde; sui piatti della bilancia sono posti dei dollari. Palese la critica al sistema giudiziario americano, votato più al conseguimento delle vittorie e del denaro che al raggiungimento della verità. Il titolo cita invece le ultime parole del Giuramento di fedeltà americano.

Un ritmo martellante determinato da chitarra e batteria accompagna l’entrata in scena di “Eye of the Beholder” che, con un tempo decisamente più lento e trascinante rispetto alla precedente traccia, tratta il tema della limitazione della libertà di espressione e di scelta.

L’interruzione brusca ci trasporta sul campo di battaglia: mitragliatrici, urla e esplosioni annunciano la celeberrima “One”, con la quale i Metallica spiattellano brutalmente in faccia all’ascoltatore l’attualissima questione dell’eutanasia.

Le chitarre intonano una triste ballad facente da sfondo al racconto in prima persona di un soldato che, colpito dall’esplosione di una mina, ha perso braccia, gambe, udito, vista e possibilità di parlare. Ormai ridotto a un tronco umano, il soldato narra il suo inferno in Terra, esprimendo più volte il desiderio di essere ucciso; nel ritornello, assieme alla deflagrazione della chitarra elettrica, le sue urla inaudite si rivolgono a Dio perché ponga fine al suo calvario. Un misto di rabbia e disperazione accompagna la mitragliatrice montata da chitarre e batteria per poi lasciare concludere la canzone in un lungo e frenetico finale.

Questo ritmo forsennato continua in “The Shortest Straw”, pura esemplificazione del thrash che presenta un testo incentrato sull’apposizione del marchio d’infamia. La frenesia di “The Shortest Straw” si scontra con la lentezza pesante di “Harvester of Sorrow”, nella quale Hetfield ci esprime ruggendo tutta la sua ira. Il thrash torna prepotente in “The Frayed Ends of Sanity” facendoci sprofondare in un abisso di follia.

Non poteva mancare nel primo album del post-Cliff un omaggio al compianto bassista; i Metallica gli rendono onore nel miglior modo possibile: portando la sua musica nell’album. “To Live is to Die” è un brano struggente e quasi interamente strumentale nel quale trova spazio una linea di basso composta utilizzando parti registrate in precedenza da Burton e poi non più impiegate; mentre dei versi che lo stesso Burton aveva scritto vengono recitati da Hetfield in una sezione parlata della canzone, insieme alle parole del poeta tedesco Paul Gerhardt.

“When a man lies he murders some part of the world These are the pale deaths Which men miscall their lives” (Paul Gerhardt)

“All this I cannot bear to witness any longer Cannot the kingdom of salvation Take me home” (Cliff Burton)

L’album si chiude con il violento sfogo di James Hetfield in “Dyers Eve”. La sua ira si riflette nella tempesta di elettroni determinata dal ritmo folle della traccia, mentre Hetfield si rivolge ai suoi genitori, ferrei seguaci del cristianesimo scientista, incolpandoli di essersi dimostrati ultra-protettivi nei suoi confronti e di avergli impedito di vivere gli anni dell’adolescenza in base alle proprie scelte. Il rifugio figurato nel quale era stato costretto si disintegrò quando la madre morì per un cancro non curato (in accordo con i dettami della sua religione), e il giovane James Hetfield si ritrovò a dover stare al mondo senza che ciò gli fosse stato insegnato.

Se storicamente …And Justice for All ha rappresentato una svolta a causa del cambiamento di line-up, musicalmente l’album è considerato da molti l’ultima vera opera thrash metal della band californiana (che abbandonerà parzialmente questo sotto-genere del metal nel successivo cosiddetto “Black Album” del 1990). Non mancano tuttavia sezioni maggiormente dolci e pulite, sulla scia di quanto i Metallica avevano fatto nei precedenti album per tracce quali “Fight Fire with Fire” e “Battery”, e una ballad come che succede alle precedenti “Fade to Black” e “Welcome Home (Sanitarium)”, che già avevano rappresentato eccezioni in un panorama thrash assetato di violenza e velocità. …And Justice for All rappresenta dunque un tassello scintillante nell’evoluzione iniziata già con Ride the Lightning (1984), che aveva visto l’inserimento di tracce decisamente più lente rispetto al primo album Kill’Em All.

Chi non abbia mai ascoltato e desideri esplorare uno degli album fondamentali della storia dei Metallica, può ora godersi la rimasterizzazione di …And Justice for All rilasciata per celebrare i 30 anni dalla pubblicazione.

-Daniele Stricagnoli

Fallo sapere anche su:




Nessun Commento

Area Commenti Chiusa.