14/10/2019
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Troppi camici grigi, pochi camici bianchi: qual è il futuro della sanità in Italia?

Negli ultimi tempi ne abbiamo sentite di tutti i colori: medici in pensione richiamati in servizio, ospedali senza personale, ricerca di specialisti all’estero. La nostra meravigliosa sanità pubblica -che, qualunque cosa se ne dica, rappresenta uno dei modelli migliori al mondo- sta per collassare per carenza di medici.

Le soluzioni proposte, lo vedremo, sono state le più svariate e naturalmente si è tornati a sventolare la bandiera dell’abolizione del numero chiuso a Medicina, puntualmente rispolverata per ogni campagna elettorale o ogni momento di crisi istituzionale. Nonostante non ci siano state dichiarazioni ufficiali da parte del Ministro della Sanità Grillo o dal Ministro dell’Istruzione Bussetti, infatti, diverse figure non necessariamente competenti in materia hanno proposto questa brillante soluzione per salvare il nostro Paese dalla moria di camici bianchi, incontrando l’ostilità degli Ordini dei Medici, delle associazioni e dei medici stessi: voglia di rimanere una casta chiusa? No, semplicemente abolire il numero chiuso a Medicina o riformarlo non è una soluzione. 

Dire che in Italia mancano medici, infatti, è un’informazione, se non del tutto falsa, almeno parziale: di medici in Italia ce ne sono parecchi, sfornati ogni anno a migliaia dalle facoltà di Medicina- senza contare coloro che, avendo fallito il test d’ingresso, scelgono di laurearsi all’estero e quindi di tornare nel nostro Paese.
A mancare sono invece i medici specialisti e i medici di medicina generale; per accedere alla specializzazione bisogna partecipare ad un concorso che mette “in palio” all’incirca una borsa ogni 2-3 medici e che non si ripete che una volta all’anno. Chi non vince questo forsennato terno al lotto o non riesce ad entrare nel corso triennale di formazione in medicina generale si ritrova a vagare in quello che viene definito imbuto formativo e che, secondo l’Associazione ALS (dalla cui pagina sono tratte molte delle analisi presenti nell’articolo) ad oggi raccoglie tra i 7000 e i 10000 medici.

Distribuzione regionale dei medici in attesa di ingresso nel percorso di formazione specialistica secondo la stima dell’associazione ALS

L’imbuto formativo non è altro che il limbo che accoglie coloro che, dopo la laurea, non sono riusciti ad accedere alla formazione specialistica e quindi si trovano in stato di inoccupazione: anche definiti camici grigi, sono coloro che troviamo come sostituti del nostro medico di famiglia, o in guardia medica, oppure a tappare altri buchi provvisori che possono andar bene per il lavoro di un periodo ma nei quali non ci si può trovare impantanati per una vita intera. Soprattutto considerato da un lato l’investimento intellettuale ed economico richiesto da una facoltà come quella di Medicina e Chirurgia, e dall’altro l’allarmante carenza di medici di cui tutti i giornali (stra)parlano.

A fronte di questi dati appare abbastanza evidente come l’abolizione o la revisione del numero chiuso a Medicina non potrebbe in alcun modo offrire una soluzione alle necessità del Sistema Sanitario Nazionale, e anzi andrebbe ad allargare drammaticamente la voragine che ogni anno inghiotte nuovi neolaureati che hanno fallito l’ingresso alla specialità medica. Alla base della crisi dovuta ai pensionamenti, che raggiungerà il suo picco nel 2025 portando, secondo la stima dell’Amsi, ad un “buco” di 60.000 medici su tutto il territorio nazionale, non c’è il test di ingresso ma una pessima programmazione in ambito sanitario che va avanti da ben più di qualche anno, ma che sembra comunque cogliere tutti di sorpresa portando alla formulazione di soluzioni creative, per non dire allucinanti. Ad esempio, richiamare in servizio i medici specialisti già pensionati.

No, non si tratta di una barzellette: la notizia è così vera da essere arrivata perfino all’estero, come si legge su questo articolo di The Lancet:

Si ricercano medici specialisti in pensione”, recita un annuncio di lavoro apparso per la prima volta in Molise.
Negli scorsi mesi, in Italia, medici specialisti pensionati sono stati richiamati al lavoro per tamponare una grave carenza di personale. L’approccio, che si è diffuso a oggi a 5 Regioni italiane su 20, è stato criticato allo stesso modo sia dai medici che dai rappresentanti di categoria. (…)

Pare superfluo dire che richiamare a lavoro medici in pensione non è certo una soluzione che guarda a lungo termine alla soluzione del collasso sanitario: si tratta di un tampone momentaneo che sembra irridere perfino la voglia di lavorare di chi, dalla pensione, è ancora così lontano che non ha nemmeno iniziato a versare i contributi.

Altra soluzione proposta: assumere medici dall’estero. In un Paese in cui i giovani -tra cui gli stessi medici- sono costretti a fuggire pur di specializzarsi e poter lavorare, in cui non mancano certo gli under 40 disoccupati, assumere lavoratori da altri Paesi europei e non aggiunge la beffa al danno. Esattamente come la proposta di task-shifting, in parole povere il “trasferimento di competenze” dal medico ad altre figure sanitarie che possano rimpiazzarlo.
In parole ancora più povere: se non abbiamo medici per il pronto soccorso ci mettiamo gli infermieri.
Non è difficile immaginare che la Fnomceo (Federazione Nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) si sia scagliata contro questa possibile soluzione e, di nuovo, non si tratta di difesa di una casta. Semplicemente è un insulto formare migliaia e migliaia di medici, a spese delle famiglie, per poi sostituirli con altre figure che non hanno studiato per fare quel lavoro semplicemente perché lo Stato non investe sulla loro specializzazione.

La soluzione alla carenza di medici specializzati, infatti, è una soltanto: aumentare il numero di borse di specializzazione in modo che il divario tra le domande di accesso e il numero di borse non sia così esagerato (ad oggi, considerando l’aumento garantito dal Ministro Bussetti per il concorso 2019, circa 18000 partecipanti per 8000 borse). Naturalmente allo Stato le borse di specializzazione costano parecchio, ma c’è anche da dire che in questi anni si sono accumulati 100 milioni di euro di borse “perse”: ovvero tutti quei contratti formativi cui gli specializzandi hanno rinunciato in corso di formazione per accettarne altri (ad esempio, per passare da una specializzazione all’altra o da una sede all’altra). Dove siano finiti questi 100 milioni e perché non si sia considerato di reinvestirli nel finanziamento di altre borse di specializzazione rimane, ad oggi, un mistero.

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