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21/05/2018
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Quando un insulto diventa un caso nazionale: ecco il nuovo film di Ziad Doueiri

“L’insulto”  è il nuovo film di Ziad Doueiri, regista libanese alla sua quarta produzione. Presentato al Festival di Venezia e vincitrice della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, questo film tocca molti nervi scoperti del Libano ma anche dell’Europa.

La vicenda racconta di una lunga diatriba tra il cristiano Tony e il rifugiato palestinese Yasser: il primo fervente sostenitore del partito politico delle Forze Libanesi, meccanico e cristiano; il secondo capocantiere palestinese rifugiato in Libano dagli anni ’70. Due figure forti, apparentemente  opposte che portano un’intera nazione alla diatriba per un insulto nato da un semplice tubo di scarico dell’acqua che riapre vecchie ferite e fa parlare, forse troppo, entrambi.

“Sei un cane” dice Yasser.

“Magari Ariel Sharon vi avesse sterminati tutti fin dal primogenito” gli risponde Tony.

Insulti pesanti, anche per lo spettatore che non ha idea di chi sia Ariel Sharon, che rimbombano sullo schermo toccando non solo i diretti interessati, insulti che trascinano i litiganti in tribunale perché nessuno intende scusarsi e il caso monta e diventa nazionale fino a riportare a galla strascichi delle guerra civile e il grande problema dei rifugiati. Sono due personaggi in conflitto prima di tutto con sé stessi: Tony ha vissuto sulla sua pelle la tragedia della guerra civile e rifiuta categoricamente di tornare nel villaggio in cui è nato, mentre Yasser si è trovato costretto a lasciare la Palestina sin da giovane riducendosi a vivere una vita da rifugiato in balia degli eventi. Entrambi hanno sofferto, scopriamo mentre il film procede, e “Nessuno può avere il monopolio della sofferenza”, come si sente dire in tribunale, ma qualcuno dovrà pur vincere la causa. 

Ziad non si mette però dalla parte di nessuno (nonostante l’arresto, al rientro in Libano, accusato di essere filo israeliano), non gli interessa dimostrare chi ha ragione e chi torto, l’obiettivo è spiegare il perché di certe affermazioni, arrivare a far comprendere come gli uomini possano dire tanto in maniera così leggera. Il regista ci presenta attentamente entrambi i punti di vista: l’esasperazione di Tony che vive a stretto contatto con la popolazione palestinese a lungo ritenuta tollerata e avvantaggiata, e il tranquillo Yasser capace però di scattare se portato al limite, a dimostrazione che nessuno è immune alla rabbia e all’insulto.

Lungo tutta la vicenda si toccano temi e questioni che non sono poi così lontane dalla nostra realtà: la convivenza con il diverso, lo scontro storico e culturale, le ferite del passato legate a guerre sanguinose, la frustrazione per una vita difficile scaricata su chi è più debole… negli occhi di Tony si incontra la rabbia che spesso vediamo anche sul suolo italiano, nei volti di chi preferisce incolpare gli altri, in questo caso i richiedenti asilo, invece che farsi un esame di coscienza; così come in tutte le rughe di Yasser risalta la difficoltà di una vita sempre in bilico, straniero per definizione, mai parte di nulla e orgogliosamente cittadino, palestinese in questo caso, da sempre alle prese con l’odio di chi lo ospita. Questo film è uno spaccato anche su quello che avviene nella nostra società, dove un evento del genere sarebbe assolutamente possibile, e mentre gli avvocati discutono su chi sia o meno la vittima, su come la sofferenza non sia quantificabile, sul peso delle parole, importantissime, e delle violenza che possono generare, lo spettatore si accorge che quanto vede è così tremendamente famigliare da fare quasi paura.

Oltre a ciò si aggiunge anche la capacità del regista di descrivere in maniera dettagliata eventi storici troppo spesso sorvolati o addirittura sconosciuti a molti, mostrandoci ciò che avviene al di là del Mediterraneo. Attraverso le arringhe degli avvocati veniamo a conoscenza della storia recente di questo paese, della sua capitale Beirut e dei suoi abitanti, della difficoltà di avere un vicino come Israele e allo stesso tempo dell’avere quasi 500mila profughi palestinesi. Un legal drama che ci porta all’interno di un complesso sistema di convivenza con il diverso ma anche con sé stessi e la propria storia.

È un film da vedere, anche più volte, per non perdere nessun passaggio; di quelli da mostrare nelle scuole, lucido e profondo, anche nella sua conclusione. Scelto come rappresentate del Libano agli Oscar, speriamo di vederlo nominato nelle cinquina finale e, perché no, anche in grado di portare a casa la statuetta, perché sarebbe un degno riconoscimento per un regista e un paese che hanno scelto di iniziare a fare i conti con il loro passato e con il loro presente.

A differenza nostra.

Chiara Bertoldo

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=XRl_XVFTRMg

Ariel Sharon, Kfar Mala, 26 febbraio 1928- Ramat Gan, 11 gennaio 2014, politico e generale israeliano. Si rievoca il massacro di Sabra e Shatila del 1982, dove le milizie falangiste, con la complicità dell’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon e del suo esercito, sterminarono civili palestinesi e sciiti libanesi.

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