15/07/2019
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Un silenzio assordante- recensione di “La frontiera” di Alessandro Leogrande

Alessandro Leogrande è stato un giornalista di fama internazionale, direttore de Lo Straniero, scrittore per il Corriere del Mezzogiorno e collaboratore per testate quali Internazionale, L’Unità, il Manifesto, Panorama e molte altre, sempre dalla parte “degli ultimi e dei ferocemente sfruttati”: tra i diversi libri pubblicati, di cui mi sento di ricordare titoli riconosciuti quali Il naufragio, Uomini e Caporali e Un mare nascosto, mi è capitato tra le mani uno dei suoi lavori più famosi.

La frontiera è un libro crudo e necessario, che senza giri di parole, senza peli sulla lingua o paure di risultare fastidioso ci racconta le realtà piene di vita e di speranze dei migranti che arrivano ai confini della nostra Italia, si interroga sulle ragioni a monte dei flussi migratori e si preoccupa di identificare colpe e collegamenti con la nostra storia e la nostra politica.

 

Prima che sul blocco degli arrivi, Leogrande si sofferma sui racconti che fanno degli “invasori” degli esseri umani, su quanto lasciato indietro, sui mesi e anni che anticipano la traversata del Mediterraneo, perché il Viaggio inizia molto prima di quei barconi stracarichi che ci troviamo a dover fronteggiare, studia i percorsi e gli obiettivi finali, spesso oltre i confini italici, nell’Europa del Nord.

E ci parla di tutte quelle cronache perse nel buio e nel silenzio delle notti tra le onde del mare, dei rapporti politici, dei giri economici e degli accordi stanziati con la stessa Libia, con gli scafisti trafficanti di anime, di come questi si siano evoluti negli anni, denuncia i soprusi dei Cie italiani e l’ignavia di cui ci siamo resi colpevoli, portando alla luce statistiche e dati con consapevolezza e lucidità analitica.

 

 

Mi accorsi, di colpo, che le stavo osservando senza essere in grado di interpretarle. Eppure quelle immagini per Shorsh erano tutto. Non erano un prodotto della Storia, erano il suo presente. Non erano una riflessione teorica, erano carne viva.

Le persone delle testimonianze raccolte da Leogrande sono reali: mentre parlano tu siedi a bere un caffè con loro, a guardare una videocassetta che racchiude l’ultimo ricordo di casa, sfogli riviste, tasti i silenzi, ti vergogni dello sguardo che si ferma a fissare le cicatrici del loro percorso, quei segni indelebili e innegabili che ti parlano della storia, del sudore e dell’odore di piscio, del sole a picco dentro i container, delle guance graffiate dal sale delle troppe lacrime, della denutrizione,  della sete e di fame di quegli affetti persi lungo il Viaggio. Ti senti quasi di violare i loro sospiri, ad entrare nel loro passato e guardarlo dall’alto mentre intorno a te il traffico prosegue e i monumenti, le strade e i palazzi negano una parte di storia, una parte di mondo.

Prendi 650 corpi. Prendi 650 corpi di uomini, donne, bambini, anziani. Prendili uno per uno e disponili in fila. Quanti metri è lunga la fila? Fin dove arriva?

Non pensare ai loro volti, non pensare a quello che hanno patito. Pensa solo a quanti sono. Entrano tutti in un appartamento di medie dimensioni? Entrano in un cinema? Sono sufficienti i gradoni della curva di uno stadio?

28 – 29 marzo 2009, data in cui avviene un disastro in acque libiche e dopo una conta iniziale di 253 persone morte, si scopre che in realtà circa mille esseri umani hanno provato a raggiungere l’Italia in una notte e che in 600 sono affogati. Durante le indagini viene scoperto un traffico di donne destinate alla prostituzione. 3 ottobre 2013, ad 800 metri dalle coste di Lampedusa, una nave carica di clandestini si ribalta. Muoiono 366 persone, altre 20 sono date per disperse. 11 ottobre 2013, a largo di Lampedusa, un barcone con 480 profughi siriani inizia ad imbarcare acqua, il ritardo dei soccorsi e il passaggio di responsabilità tra la Marina Militare italiana e le navi maltesi rallentano le operazioni di salvataggio. Muoiono 268 persone.

Leogrande si presenta con questi e molti altri numeri alla mano, con inchieste e rapporti stilati. Attraverso la sua cronaca ci porta nei lager della Libia, ci narra i soprusi subiti e i silenzi dovuti che li hanno accompagnati, i tentativi di fuga e le ingenti quantità di denaro che vi sono a capo. Ci porta nelle navi degli scafisti, tra quei giovani disperati che, ignari della natura umana del “carico” fino al momento della partenza, cercano un modo come un altro di racimolare qualche soldo per un giorno fare anche loro quel viaggio. Ci parla dell’operazione Mare Nostrum, istituita il 18 ottobre 2013, che ha spostato le frontiere nel mare di mezzo, quello di tutti e di nessuno, a ridosso del confine Libico e che ha permesso di soccorrere in un anno 156.362 persone, portando all’identificazione e l’arresto di 366 scafisti.

E oltre il disastro, oltre le date e le commemorazioni a posteriori, la difficoltà nell’identificare le salme e la sofferenza dei parenti accorsi a riconoscere corpi ormai indistinguibili, oltre le tombe contraddistinte da numeri e non da nomi, inizia ad indagare le basi, i punti di partenza di queste tratte.

La frontiera è un termometro del mondo. Chi accetta viaggi pericolossissimi in condizioni inumane, attraversando i confini che si frappongono lungo il sentiero, non lo fa perché votato al rischio o alla morte, ma perché scappa da condizioni peggiori. O perché sulla pelle è stato edificato un mondo che gli appare inalterabile.

Ci troviamo improvvisamente catapultati in altri tempi e in altre terre, siamo nell’Eritrea degli anni ‘70 mossa dai moti rivoluzionari del Fronte di Liberazione; vediamo come una dittatura nasca dai sogni e dalle vite di chi si è impegnato nella lotta per l’indipendenza. Scopriamo che, per contribuire allo sviluppo del paese, il dittatore Afewerki ha istituito la leva obbligatoria a tempo indeterminato. Chi si oppone ha solo due possibilità: tentare un viaggio disperato verso l’Europa con qualsiasi mezzo a propria disposizione, oppure finire nei campi di concentramento eretti negli ultimi anni da Isaias. E con uno schiaffo in faccia Leogrande ci ricorda che molti di questi campi sorgono oggi negli stessi luoghi dove erano prima disposti i campi di concentramento del colonialismo italiano: improvvisamente, sfogliando vecchie riviste e testate di giornali ingialliti, diventa chiaro il motivo per cui molti Eritrei tentino di raggiungere l’Italia e quel sentimento di unione che li spinge a considerarci ancora oggi loro fratelli aperti all’accoglienza.

Sangue, onore, Alba dorata. Sangue, onore, Alba dorata. Sangue, onore, Alba dorata…

Ma Tripoli e la Libia non sono gli unici porti di partenza, ci sono altre rotte, altri viaggi disperati, altri confini fortificati con muri e altri fiumi da attraversare, altre storie di soprusi e di violenze, di annullamento dei diritti contro ogni Dichiarazione mai riconosciuta.

Scapicolliamo quindi a Patrasso, nucleo fondamentale di chi tenta l’arrivo in Italia tramite lo Ionio partendo dalle coste greche: l’attesa può durare mesi e anni e il salto nei camion sui traghetti può costare la vita.

Attraverso la richiesta di rinvio a giudizio dell’intero gruppo dirigenti di Alba Dorata avanzata dalla procura di Atene del febbraio 2014, Leogrande ci presenta il movimento neofascita che dal 22 maggio 2012 al 28 settembre 2013 l’ha fatta da padrone nelle città greche e che riconosce come figure di riferimento storico personaggi quali Mussolini e Hitler.

O ancora ci spostiamo nelle rotte degli ultimi anni, quei nuovi tentativi che hanno abbandonato le troppo pericolose scommesse di una fuga via mare decidendo di attraversare i Balcani e puntando al nord d’Europa. Nel 2015 il flusso lungo questa rotta si è fatto più imponente, attraverso la Macedonia e la Serbia, tanto che pure il governo di Budapest ha deciso di costruire un muro di filo spinato per arginare l’arrivo dei nuovi profughi e le tratte lungo i Balcani sono finite sotto il controllo dei trafficanti.

Un quarto di secolo dopo la caduta del Muro di Berlino, in Europa vengono fisicamente eretti nuovi muri, corollario su scala ridotta della grande faglia che taglia in due il Mediterraneo.

Con realismo ma sempre senza pesantezza Leogrande ci accompagna per circa 300 pagine nelle vite degli altri e ci mostra come queste si intreccino, inconsapevolmente, con le nostre. Le parole scorrono davanti agli occhi presentandoci tutto il non detto:  quei fatti non raccontati, quei nomi non conosciuti e quei numeri che si sommano negli anni e che appartengono ad esseri umani.

Come lui stesso spiega fin dall’inizio questa opera nasce con lo scopo di denunciare l’indifferenza che per anni ha accompagnato questa parte dell’umanità, come se fosse stata di serie B. E in questa rabbia pacata, in questa ricerca di una giustizia scritta, Leogrande ci dà gli strumenti per capire in profondità un fenomeno che si manifesta nei nostri telegiornali e nella nostra cronaca quotidiana solo come la punta di un iceberg e che non potrà mai trovare una soluzione solo nelle sue tappe finali.

Con lo stesso sguardo carico di pietà e inquietudine del Caravaggio ne il Martirio, Leogrande si chiede quindi come si possa fermare il male, come si possa agire sulle  cause che generano la fuga di massa di interi popoli, e come far capire che i viaggi arrivano solo dopo tutto questo.

“E perché allora i naufragi?” aveva insistito Cecilia. “Perché insisti a voler raccontare i naufragi?”

[…] tutti quei morti, quella mattanza continua… e il silenzio che l’avvolge. Ecco, il silenzio. La vera risposta è il Silenzio.

 

Maria Del Prato

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