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15/11/2018
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Un’intervista da Santiago: il cammino degli studenti della Cappella universitaria di Siena

Immaginiamoci una notte buia di circa milleduecento anni fa, nel nord della penisola iberica. Immaginiamoci un eremita, Pelayo, sdraiato su un prato, appena al primo sonno; oppure immaginiamocelo sveglio, con lo sguardo perso nel cielo e la mente nei pensieri: ed ecco che una luce, anzi tante luci, raggruppate a formare una stella, si fanno strada a squarciare quel telo nero sotto cui riposava la terra.

Pelayo si alza e si incammina in direzione del monte Liberon, rischiarato dai raggi di quell’improvvisa apparizione: si trattava, come vuole la Legenda aurea, del primo pellegrinaggio verso la tomba dell’apostolo Giacomo.

Simbolo della Reconquista spagnola nel medioevo, terza città santa per la cristianità dopo Roma e Gerusalemme, ancora oggi una sfida o un sogno per uomini e donne di tutto il mondo: Santiago de Compostela e gli ostelli che si stagliano lungo le vie che centinaia di migliaia di pellegrini percorrono ogni anno per raggiungere il suo santuario, ricoprono nell’immaginario europeo un posto di primo piano.

Un’esperienza formativa, un viaggio alla scoperta delle meraviglie di Spagna e Portogallo, ma anche un modo per conoscere sé stessi, il cammino è intrapreso da un numero sempre crescente di giovani, tra cui anche tanti studenti. Non da ultimo il viaggio che i ragazzi della Cappella universitaria di Siena (CapUnisi) hanno affrontato lo scorso settembre. Abbiamo quindi voluto ascoltare la voce di Marco Rovati, laureando in Lettere moderne, nonché uno dei protagonisti di questo pellegrinaggio.

Come e quando hai deciso di affrontare questa avventura?

Marco: Diciamo che mi sono trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, o in quello giusto al momento giusto: dipende da come la si vuol vedere (ride, ndr). Era una sera di febbraio e al termine di una riunione in cappella stavo per tornarmene a casa, quando gli organizzatori del viaggio mi convinsero a lasciare il mio nominativo per partecipare al cammino, che si sarebbe tenuto a settembre. Non ci riflettei più di tanto: come mi capita spesso di trovarmi a fare nella vita in situazioni del genere, decisi di prendere la palla al balzo e buttarmi. Ma più passavano i giorni, più si avvicendavano gli incontri organizzativi, più mi convincevo di voler davvero fare questa esperienza.

Com’è iniziato il vostro viaggio?

Marco: Una volta arrivati all’aeroporto di Lisbona, io e il mio gruppo, composto da altre quindici persone e dal parroco della Cappella universitaria, Don Roberto, abbiamo deciso di passare una giornata a Fatima, per visitare il Santuario di Nostra Signora. Dopo un’odissea su cui non sto qui a soffermarmi (sorride, ndr), siamo riusciti a raggiungere Ponte de Lima, da dove è finalmente iniziata la nostra avventura. Non dimenticherò mai la prima notte che abbiamo trascorso in ostello: al termine della prima giornata di cammino eravamo arrivati in un paesino sperduto nelle colline portoghesi, composto praticamente da un bar, qualche casa e l’ostello dove avevamo in programma di dormire. Una volta entrati, però, la responsabile ci aveva comunicato che la struttura era al completo: a quel punto, l’unica soluzione era adibire il refettorio a stanza da letto! Insomma (ride, ndr), avevamo iniziato davvero bene!

Se dovessi descrivere quest’esperienza in tre parole, quali sceglieresti?

Marco: Direi Solitudine, Forza e Libertà. Ognuna di queste parole rappresenta un momento del mio viaggio verso Santiago: prima è venuta la Solitudine, che si è insinuata dentro di me con una potenza dirompente, a partire dal momento in cui, un venerdì mattina, scendendo dal letto a castello dell’ostello in cui avevamo alloggiato per la notte, il mio telefono è caduto a terra, finendo in mille pezzi. È in quell’istante che mi sono visto costretto ad affrontare un mio limite, quello di non saper stare da solo, di cui a stento prima d’allora riuscivo ad ammettere l’esistenza. Non potevo più comunicare con la mia famiglia, con i miei amici di sempre, quanto e quando volevo: ero da solo, in un altro paese, con persone che conoscevo, certo, ma con cui avevo condiviso solo i primi giorni di un percorso che, a poco a poco, diventava sempre più impegnativo e per cui anche solo ricevere un messaggio da casa poteva essere fondamentale. I negozi di telefonia non avrebbero riaperto prima del lunedì mattina successivo e mi aspettavano, per quella giornata, chissà quanti kilometri da fare. Dopo un primo momento di panico e sconforto, però, qualcosa in me è cambiato: è arrivata la Forza, che da banale senso di sopravvivenza si è trasformata col passare delle ore nella linfa da cui attingevo quando la voglia di chiamare i miei genitori, o la consapevolezza di essere completamente sparito dalla vita delle persone a me più care, diventavano troppo ingombranti. Infine, la Libertà: dopo aver trovato un centro di riparazioni e aver potuto finalmente riaccendere il mio cellulare, il mio bisogno quasi spasmodico di avvertire la vicinanza, per lo meno virtuale, di amici e parenti si era come esaurito. Avevo finalmente capito che ciò che conta è essere vicini con i sentimenti e che la solitudine che provavo quando mi capitava di non avere attorno nessuno, oppure quando sentire i miei cari per via telematica diventava difficile, era una dimensione che io stesso avevo costruito, ma che non era mai esistita realmente.

Qual è il ricordo più bello che conservi di questo viaggio?

Marco: Sicuramente quello della funzione nella cattedrale di Santiago. Nonostante la tendinite che da due giorni mi attanagliava, ero arrivato alla meta e mi sentivo migliore, sia come persona che come fedele. Durante la celebrazione, percepivo le mie emozioni ribollire, alla ricerca di uno sfogo, finché non ho sentito fiotti di lacrime di commozione rigarmi il volto. Avevo passato dieci giorni a ripetermi nella mente, a mo’ di un mantra: <<Marco, arrivato a Santiago cerca di non piangere, cerca di non piangere in pubblico, cerca di non farlo>> e nonostante questo, non ero riuscito affatto a mantenere il mio proposito! Fortunatamente però in quel momento avevo accanto Lucia, una delle mie compagne d’avventura, che ha subito provveduto a rifornirmi di fazzoletti! Per ringraziarla di quel gesto poi, che ad occhi esterni sarebbe potuto sembrare banale, ma che per me, in un momento così delicato, aveva significato tantissimo, mi sono sforzato di abbozzare un sorriso, forse tremendamente poco convincente, come a dire: <<Tranquilla, Lucia, sto benone!>> (ride, ndr).

Come è stato tornare alla normalità?

Marco: Appena tornato dalla mia famiglia a Caino (BS, ndr), ho rivisto i miei genitori e ho detto loro: <<Dopo il cammino, qualcosa in me è cambiato, ma non so ancora cosa>>. Col passare dei giorni la lancinante nostalgia di quei paesaggi e dei ragazzi del gruppo si è affievolita, per lasciare spazio a tante nuove consapevolezze, tra cui, in parte, anche quelle che con questa intervista ho raccontato a voi.

Quanto e come questo viaggio ti ha aiutato nella tua vita di studente universitario?

Marco: Ho imparato certamente a gestire l’ansia in modo diverso e ad oggi sono molto più cosciente delle mie capacità. Vedremo cosa succederà con la prossima sessione di febbraio (ride, ndr).

Consiglieresti ai nostri lettori di fare un’esperienza del genere?

Marco: Assolutamente . Su quelle strade ho incrociato lo sguardo di ragazze e ragazzi, uomini e donne, cattolici praticanti, agnostici e atei. Quello che conta non sono l’età a cui si decide di partire o il sentimento di fede che si è coltivato nel corso degli anni prima di raggiungere Santiago: è partire quando se ne avverte l’esigenza e soprattutto vivere tutto quello che un’avventura così può donarti a trecentosessanta gradi, senza risparmiarsi mai.

 

 

 Flavia Petitti

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