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20/02/2018
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“Uomini e cose a Vignale”: il mosaico di Aiòn e i giovani archeologi dell’Università di Siena

“Uomini e cose a Vignale” è un progetto che coinvolge il sito archeologico del Vignale di Piombino (LI). Protagonisti attivi all’interno di questa esperienza scientifica ma anche, come vedremo, comunitaria sono il Dipartimento di Scienze storiche e dei beni culturali dell’Università di Siena, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Comune di Piombino e l’associazione M(u)ovimenti.

La storia di Vignale come luogo d’interesse culturale e archeologico ha inizio nel 1830, quando durante i lavori per la costruzione della nuova via Aurelia vennero alla luce i resti di un edificio termale d’epoca romana, di cui si persero tuttavia ben presto le tracce.

A parte la breve parentesi degli scavi probabilmente condotti un trentennio dopo i primi rinvenimenti, però, l’attenzione per Vignale andò affievolendosi, tanto che si dovette attendere la profonda aratura del 1968 e il conseguente riemergere di nuovi reperti archeologici perché prendesse il via un nuovo progetto d’indagine.

Infine, nel 2003, a seguito di una nuova aratura per l’impianto di un vigneto, la Soprintendenza Archeologica per la Toscana intervenne affidando all’Università di Siena l’incarico di svolgere una valutazione preliminare.

Da allora le campagne di scavo si sono susseguite senza soluzione di continuità, con il rinvenimento di resti riconducibili ad una fattoria etrusco-romana, ad una villa romana e ad un’estesa necropoli, fino all’ultima sensazionale scoperta: un ampio mosaico tardoantico rappresentante le Stagioni e Aiòn, la personificazione greco-romana del tempo ciclico.

Per sapere di più su questo meraviglioso pavimento musivo, abbiamo intervistato Enrico Zanini, professore associato di Metodologia della ricerca archeologica presso l’Università di Siena, nonché responsabile del progetto.

Buonasera professore, potrebbe raccontarci la storia della scoperta del meraviglioso mosaico di Aiòn?

Prof. Zanini: La scoperta del mosaico è stata per certi versi “bizzarra”, in particolare se ne consideriamo l’antefatto. Il campo che ad oggi ospita lo scavo era comunemente noto come “Campo del mosaico”, così come il vino ivi prodotto: nessuno però era in grado di spiegarsi il perché di questo nome.

In questo frangente, l’unico a parlarci di mosaici era un anziano signore del posto, ora purtroppo venuto a mancare, che nei lontani anni ’30 diceva essere solito abbandonare di sottecchi le noiose attività del sabato fascista che si svolgevano nella fattoria limitrofa al campo e passare il tempo con gli agricoltori della tenuta. Il racconto era per alcuni aspetti abbastanza confuso, d’altronde il nostro testimone all’epoca era solo un bambino ed erano passati quasi settant’anni da quegli avvenimenti: l’uomo sembrava avere memoria di alcune tracce di mosaico che gli era capitato di osservare alle pareti di un vecchio capanno degli attrezzi, demolito all’incirca degli anni ’60.

A quel punto ci siamo mossi alla ricerca del luogo dove si sarebbe dovuto estendere il capannone, finché dopo numerosi tentativi, nel 2014 non ne abbiamo rintracciato il pavimento, fatto di pietre molto ben infisse in uno strato di sabbia, rimosso il quale il mosaico è iniziato a tornare alla luce.

L’emozione di quel momento è stata per tutti fortissima, anzi, nel comunicare la scoperta alla mia socia e co-direttrice dello scavo Elisabetta, quasi non riuscivo a scandire bene le parole!

Fin da subito, il ritrovamento si è distinto non solo per la sua bellezza, ma anche per le numerose problematicità che ha sollevato in voi esperti, sia dal punto di vista della datazione che a proposito dei diversi rifacimenti cui è stato sottoposto nel corso del tempo. A quali deduzioni siete arrivati, col progredire degli scavi e degli studi?

Prof. Zanini: A tal proposito si potrebbe sintetizzare il tutto con una semplice frase: “Abbiamo iniziato benissimo per finire male”! Mi spiego meglio: per merito di una studentessa dell’Università di Siena, Nadia Messina, che si stava occupando di ripulire la base di preparazione del mosaico, è stata rinvenuta una moneta risalente al 324/330 d. C. circa, vale a dire agli anni dell’inaugurazione della città di Costantinopoli da parte di Costantino il Grande; insomma il mosaico si era in fin dei conti datato da sé al IV secolo d. C.

Man mano però che ripulivamo il pavimento musivo dalla sabbia ci accorgevamo che il mosaico si componeva in realtà di “pezzi” diversi dovuti a vari interventi di rifacimento che si erano susseguiti nel tempo. Al momento siamo incerti se la vita del mosaico si sia snodata attraverso tre o quattro fasi.

Il sito di Vignale è anche un’esperienza di archeologia pubblica: potrebbe spiegarci in poche parole cosa essa sia?

Prof. Zanini: Sulle magliette che ogni anno vengono distribuite tra i nostri ragazzi si recita uno slogan che definisce il nostro progetto come un progetto di archeologia “pubblica, condivisa e sostenibile”.

L’idea di archeologia pubblica si basa innanzitutto sul concetto di condivisione con la comunità locale: in questa dimensione, quindi, gli archeologi non lavorano solo per sé stessi, ma fanno il loro mestiere, che è quello di conoscere, per mettere in comune questa conoscenza con tutti i cittadini del luogo e con chiunque altro sia interessato all’iniziativa.

Ci piace immaginare il sito di Vignale come uno scenario dove fare “cose”: dove per esempio i bambini possano fare nuove esperienze e conoscere il passato o imparare la geometria sui disegni dello scavo.

Altro concetto-chiave per comprendere cosa sia l’archeologia pubblica è quello di sostenibilità: una sostenibilità anche economica, che passa fondamentalmente attraverso finanziamenti dal basso. I nostri fondi non arrivano dall’Università o dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, da cui abbiamo ricevuto degli stanziamenti solo all’inizio della nostra avventura a Vignale, ma dalla comunità locale.

E in che modo il mosaico di Aiòn si inserisce in questa dimensione del progetto?

Il mosaico di Aiòn si è inserito in modo alquanto “divertente” in questa dimensione del progetto: ha anzi letteralmente rischiato di “mangiarsi” la nostra iniziativa di archeologia pubblica. Con il suo rinvenimento era come se agli occhi della stampa e della TV avessimo smesso di fare archeologia pubblica e fossimo diventati semplicemente “gli scopritori del mosaico”. Allora abbiamo deciso di ricoprire il pavimento musivo, per tornare a lavorare in quell’area dello scavo solo quando il progetto avesse acquisito maggior solidità.

Ma il sito archeologico di Vignale, oltre che essere la “dimora” del plurisecolare Aiòn, è anche e soprattutto per gli studenti dell’Università di Siena un luogo dove mettere alla prova le proprie competenze e passioni. Abbiamo così voluto ascoltare le voci di due giovani aspiranti archeologi, Luca Luppino e Nicola Lapacciana, protagonisti dell’ultima campagna di scavo, iniziata l’11 settembre 2017 e conclusasi il 13 ottobre 2017.

Come si articolava la vostra giornata-tipo durante la campagna di scavo?

Luca: L’appuntamento sullo scavo era ogni mattina alle otto. Si procedeva innanzitutto a tirare fuori dal capanno gli attrezzi necessari per affrontare la giornata e poi ci si divideva nelle “squadre” stabilite dal prof. Zanini e dai suoi collaboratori: ogni squadra aveva una propria area di lavoro e delle specifiche mansioni da svolgere. Dopo una veloce pausa nel corso della mattinata e un break per consumare il pranzo a sacco preparato la sera prima si continuava a scavare fino alle 17 circa.

Cosa ha significato per voi quest’esperienza?

Nicola: Partecipare alla campagna è significato per me vivere un’esperienza a tutto tondo, ritrovarmi catapultato in un’altra dimensione con nuovi orari, nuovi ritmi e nuovi coinquilini. È significato adattarmi ad una nuova quotidianità, completamente diversa da quella di tutti i giorni e saggiare cosa effettivamente sia l’archeologia, al di là dei libri e delle lezioni.

Quanto credete che sia utile per uno studente di archeologia vivere un’avventura del genere?

Luca: Moltissimo. Credo non esista occasione migliore per comprendere quale tipo di mestiere collegato all’archeologia si voglia affrontare in futuro: se si preferisca la vita da campo o quella d’ufficio. Qualsiasi campagna di scavo, ma in particolare la prima, è come un banco di prova: aiuta a comprendere sé stessi e i propri desideri. Ciò non toglie, di certo, che spesso sia particolarmente difficile riuscire ad armonizzare i tempi dello studio con i tempi della vita da scavo: ma si tratta di un investimento per il futuro per cui vale la pena affrontare qualche sacrificio.

Flavia Petitti

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