19/07/2019
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Il villaggio degli esclusi- breve storia dell’ex ospedale psichiatrico San Niccolò

La storia della malattia mentale in Italia passa necessariamente per la storia del manicomio, ma la storia del manicomio è innanzitutto storia di esclusione, al punto che i cittadini stessi di Siena, che ha ospitato uno dei più grandi ospedali psichiatrici della Toscana, sembrano non conoscerlo a fondo: la segregazione dei malati di mente è una realtà che si preferisce dimenticare, e il manicomio un luogo su cui è preferibile non posare gli occhi per non provare la sensazione di disagio che colpisce tutti noi quando ci troviamo di fronte a qualcosa di incomprensibile e all’atavico terrore di esserne contagiati.
Da quando però la struttura dell’edificio principale del San Niccolò è stata restaurata per ospitare le facoltà di Lettere e Ingegneria dell’Università di Siena, il vecchio manicomio è tornato a vivere, e così Via di Pantaneto e Via Roma, che avevano subito uno scarsissimo sviluppo proprio per l’ingombrante presenza dell’ospedale psichiatrico. Eppure, oltre al grande palazzo liberty che oggi ospita l’università, nel parco del San Niccolò c’è molto altro da scoprire: la farmacia, la zona delle officine, la colonia agricola, il Padiglione Conolly; testimonianze di una storia lunga 180 anni, dall’apertura nel 1818 fino alla definitiva chiusura (avvenuta tardissimo, nel 1999) durante la quale il manicomio è arrivato ad ospitare ben 3000 persone –un vero e proprio villaggio manicomiale, città nella città.

Questa realtà così poco nota, della quale abbiamo parlato anche con la Professoressa e Assessore alla cultura Francesca Vannozzi, che ha seguito da vicino la storia del villaggio manicomiale e la possibilità di recuperarne il patrimonio, affonda le sue radici nella storia della psichiatria, che ha iniziato il suo percorso ben lontano dalle acquisizioni che conosciamo oggi: fino al 1600, infatti, non esisteva il concetto di malattia mentale; i pazzi “tranquilli” erano considerati nient’altro che poveri dementi, quelli “agitati” dei delinquenti da contenere, incarcerare o giustiziare. L’idea che della follia come patologia, con possibilità quindi di essere curata in una struttura dedicata, nasce alla fine del ‘700, periodo di apertura del San Bonifazio a Firenze, il primo manicomio italiano.
Ben presto, l’ospedale fiorentino diviene sovraffollato e le condizioni igieniche si fanno insostenibili, portando all’esigenza della creazione di altre strutture nel territorio toscano: è così che ha inizio la storia del San Niccolò di Siena, dove nel 1818 faranno il loro ingresso i primi 34 degenti; la scelta della zona destinata al manicomio, che sorgerà sulla struttura di un precedente convento, del quale è ormai praticamente impossibile riconoscere l’impianto originario, non è certo casuale. Si trova infatti vicino alla città ma fuori dalle mura, lontano dal cuore di Siena e dalla vista dei suoi abitanti.
Gli unici strumenti utilizzati per la “cura” sono allora camicie di forza e lettini di contenzione; si dovrà attendere il 1858 perché il nuovo direttore del manicomio, Carlo Livi, metta in atto una vera e propria rivoluzione nel metodo: ispirandosi alle acquisizioni della psichiatria francese, introduce a Siena i principi della cura morale e dell’ergoterapia, ovvero la cura attraverso il lavoro, possibilmente un lavoro manuale che richieda concentrazione e distolga il paziente dalla sua follia. Direttore del San Niccolò fino al 1873, Livi sarà decisivo non solo per la rivoluzione del trattamento degli ammalati, ma anche per la struttura dell’ospedale, che assume l’aspetto del villaggio manicomiale, con l’articolazione in padiglioni e laboratori.
E’ così che i “matti” riprendono a svolgere il lavoro che apparteneva loro prima di essere ricoverati: passeggiando tra i viali del villaggio manicomiale possiamo osservare le cosiddette “officine”: la calzoleria, la lavanderia, il fabbro, la farmacia -purtroppo oggi in condizioni di estremo degrado, realizzata nel 1885 in stile pompeiano, su disegno dell’architetto Azzurri- e naturalmente l’orto dei Pecci, la gigantesca colonia agricola del San Niccolò, che ospitava il lavoro di centinaia di degenti e forniva il cibo per la mensa.
In breve, il manicomio era non solo autosufficiente, ma in grado di vendere i suoi prodotti alla città –le scarpe provenienti dalla calzoleria, ad esempio, erano molto ambite dalle signore senesi per la loro pregevole fattura.

Continuando un’ideale passeggiata ci troveremmo però anche di fronte ad una struttura ben più inquietante, e dal valore storico ancora più spiccato: il padiglione Conolly, che entrò in funzione nel 1876 come “reparto dei clamorosi”.
Il Conolly, dedicato ad uno psichiatra inglese che aveva idee di cura ben lontane dai metodi applicati nel “suo” padiglione, presenta una struttura caratteristica detta “panopticon”, progettata nel 1795 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che la dice lunga sulla mentalità dell’epoca. Il concetto alla base del panopticon è che, grazie alla peculiare struttura del complesso, un unico carceriere possa osservare senza muoversi tutti i detenuti presenti nelle celle, i quali, consapevoli dell’invisibile onniscienza del guardiano, assumerebbero un comportamento disciplinato che, dopo anni, dovrebbe entrare nella loro mente come unico modo di comportarsi possibile, modificando indelebilmente il loro carattere. Lo stesso filosofo descrisse il panottico come <<un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima>>.
Un concetto inquietante che verrà ripreso nel saggio di Foucault “Sorvegliare e punire” come esempio del potere nella società contemporanea, nonché nell’invenzione della psicopolizia di Orwelliana memoria.

Il padiglione Conolly presenta un edificio centrale, circondato da un’area verde, che serviva per tenere d’occhio i malati, rinchiusi in celle disposte attorno in tre semicerchi. I letti erano imbullonati al pavimento, le pareti dagli angoli stondati ospitano ancora graffiti e disegni dei malati, che spesso restavano legati al letto per ore se non giorni. Tutto era costrizione, e questo straordinario edificio della memoria, ultimo panopticon rimasto in Europa e uno dei tre ancora esistenti al mondo, versa ad oggi in uno stato di estremo degrado.

Nel libro “Centro di igiene mentale”, scritto da Simone Cristicchi, che raccoglie numerose testimonianze risultanti da un viaggio attraverso gli ex manicomi del centro Italia, si legge una lettera, scritta da un degente dell’ospedale pischiatrico di Volterra nel 1910, che racconta l’esperienza e i soprusi subiti durante la permanenza nel padiglione di detenzione del San Niccolò:

<<Il trattamento era molto severo anzi severissimo, […] assai crudo; ci spiegai che io avevo le mie ragioni, a quelli Infermieri; spiegai loro la vita umana perché vedevo che il pericolo era bruttissimo […] ma in tutte le mie espressioni non fui ascoltato, perché evidentemente coloro che le ascoltavano erano malvagi. La visita del dottore l’avevo saltuariamente, accompagnato dai bruti [si riferisce così agli infermieri, NdT] e non mai mi si faceva innanzi. […] Passarono sei mesi a fare questa vita di tortura, prendendo aria per mezzo della finestra a doppia inferriata, senza mai farmi prendere un po’ di svago nel piazzalino annesso, senza mai una parola di conforto.>>

 

La realtà del san Niccolò, nella sua estrema complessità, si presta a moltissime analisi: ad esempio, chi erano gli ospiti del manicomio? Schizofrenici, oligofrenici, “malati del capillizio” (tignosi), assassini, “gravide occulte” (donne rimaste incinte fuori dal matrimonio), sordomuti, epilettici, malati di sifilide, nonché tutti quei soggetti alla base del cui ritardo mentale c’erano la malnutrizione e la sofferenza infantile: tutti coloro, quindi, che non avevano un posto in mezzo ai “sani” ma soltanto nell’ospizio dei “diversi”.
Si potrebbe parlare anche dello sviluppo della struttura architettonica, progettata dall’architetto Azzurri, sulla base del tentativo messo in atto nell’800 di rendere l’ambiente gradevole, elegante, il più possibile diverso dall’idea minacciosa e cupa che si ha di un manicomio- o di un carcere; oppure del modo in cui la città ha assorbito senza viverla la storia del manicomio, dell’analisi antropologica in corso sull’enorme fondo di cartelle cliniche recuperate dal San Niccolò, della difficoltà, dopo la Legge Basaglia (1970), nel creare nuovi apparati che fossero in grado di prendersi cura dei malati di mente nel loro territorio, o delle diverse evoluzioni della cura della malattia mentale –dalla camicia di forza, all’elettroshock, agli psicofarmaci. Come ogni struttura dall’enorme valore storico, le chiavi di lettura possono essere moltissime e purtroppo non abbiamo, qui, tempo e spazio per analizzare ogni singolo spunto.

Fortunatamente oggi sembra esserci, da parte degli enti proprietari della struttura del manicomio, un maggiore interesse nel salvarla, anche vista l’enorme potenzialità che possiedono strutture come quella del Conolly nel diventare luoghi della memoria. Abbiamo a tal proposito parlato brevemente con la Professoressa Francesca Vannozzi, che ha risposto alle nostre domande:

D- Il padiglione Conolly quest’anno era candidato tra i “luoghi del cuore” che il FAI ha proposto agli italiani come luoghi da salvare. Com’è andata, c’è stata una buona risposta da parte della gente?
R- La risposta, nonostante sia stata abbastanza buona, non è stata sufficiente per arrivare al numero che il FAI richiede, ma questo ce lo aspettavamo…c’erano altre candidature altrettanto valide e importanti, forse più organizzate di noi, in città più grandi dove si ha maggior facilità di reperimento di voti. Al di là di questo, però, è stata comunque un’esperienza molto positiva: essere in lista per la candidatura FAI è già un esperimento promozionale non da poco, che ci ha portato ad arrivare all’attenzione nazionale, e si tratta comunque di un riconoscimento da parte del Fondo Ambiente Italiano, che altrimenti non  avrebbe accettato la nostra proposta. Siamo quindi ritornati a porre l’attenzione della cittadinanza su quel luogo incredibile che è il villaggio manicomiale, ancora troppo poco conosciuto dagli stessi senesi.
Bisogna inoltre ricordare che l’Azienda Sanitaria della Toscana Sud ha stanziato 500.000 euro che servono per la messa in sicurezza del tetto del Conolly, quindi verrà a prescindere fatto un lavoro di ristrutturazione di fondamentale importanza, che consentirà di riaprirlo. Certo, nel tempo l’incuria, l’abbandono e l’utilizzo improprio della struttura hanno portato a un degrado vorticoso che comporta anche una spesa molto significativa per il restauro, ma questo stanziamento è il segnale che l’azienda è consapevole del patrimonio che possiede: i proprietari sono loro, e l’avere stanziato in una situazione difficile una somma considerevole è sia un riconoscimento che una presa di posizione sulla loro intenzione di proseguire in questo senso, arrivando alla riapertura del padiglione Conolly così com’è, cosa che del resto io vorrei: non ho mai pensato a una trasformazione in luogo museale con chissà quali modifiche: sarebbe un errore, perché il Conolly ha valore ed è interessante nella sua struttura originaria: non c’è modo più efficace di spiegare il concetto di segregazioni che mostrando il luogo in cui essa veniva attuata. Volerlo ritoccare sarebbe un po’ come voler musealizzare Dachau.

D- Quali sono, attualmente, i progetti per quanto riguarda il Conolly e il fondo cartelle cliniche del San Niccolò?
R- Non so cosa l’azienda voglia fare: come ho già detto mi auguro che non voglia fare interventi di trasformazione della struttura, anche se il padiglione ha una grande sala centrale, che tra l’altro dà nel retro dell’edificio, con una delle viste più belle e sconosciute di Siena, che potrebbe prestarsi per momenti di studio e di convegno, mentre le semiellissi con le celle dovrebbero assolutamente essere lasciate il più possibile com’erano, soltanto rese agibili al pubblico e restaurate.

D- Ci sono in programma degli eventi per sensibilizzare i cittadini e portare alla luce l’importanza storica del manicomio senese?
R- Intanto bisognerebbe sapere che l’azienda, da alcuni anni, ha un gruppo che si occupa della tutela del patrimonio del San Niccolò, e in primo luogo di quello che è il suo tesoro più importante, ovvero appunto il fondo cartelle cliniche. Al momento ci sono archivisti e ricercatori, con contratti stipulati grazie alla Regione Toscana, che portano avanti la catalogazione delle cartelle; la parte fotografica è stata in gran parte acquisita e sono anche oggetto di tesi di laurea. Comunque, l’archivio è consultabile su richiesta non solo dai parenti che vogliono risalire alla storia clinica di un congiunto, ma a tutti tramite un semplice appuntamento telefonico, e questo è già tanto.

L’interno della farmacia dell’ex ospedale psichiatrico

Ovviamente si dovrebbe portare l’attenzione anche su altre strutture del villaggio manicomiale, ad esempio la farmacia, che ha subito un enorme degrado, ma sembra che ci si stia muovendo anche in questo senso, dato che la ASL sta organizzando delle visite guidate ed è stata tra i luoghi visitabili liberamente nelle giornate del FAI in primavera. Le cose si stanno muovendo, e perché le cose si muovano è indispensabile che l’ente proprietario per primo sia sensibilizzato: sembra che questo obiettivo ad oggi si stia finalmente raggiungendo.

D- Secondo lei, la storia del San Niccolò è ancora viva dentro Siena? Ed è percepita come “propria” da parte dei cittadini, o come una sorta di realtà aliena e collaterale alla città?
R- Il manicomio, in quanto tale, è una realtà aliena: nasce perché la società ha bisogno di un luogo dove allontanare, emarginare i soggetti problematici. Il manicomio ha rivestito una funzione sociale fondamentale: era il luogo dove venivano relegati i muti, coloro che erano affetti da trisomia 21, i sifilitici, tutti coloro che portavano la stimmate del diverso: i matti, per come li intendiamo oggi, erano meno della metà. Questo ha condizionato e condiziona tutt’oggi la città, tanto è vero che la zona nelle vicinanze del manicomio è comunque una parte di Siena che fino a poco tempo fa non era molto vissuta.
E’ chiaro però che il fatto di aver recuperato due dei sedici stabilimenti, ovvero l’edificio centrale e le lavanderie, come ambienti dell’Università ha rivitalizzato il luogo; gli altri edifici ospitano cooperative, case di riposo, quindi comunque l’utilizzo delle strutture ne ha consentito il la conservazione e la vita. Lo stesso è valso per l’orto dei Pecci, che ospita una cooperativa di reinserimento sociale. Il San Niccolò continuerà a vivere se ci verranno portate delle attività, che siano studenti, cooperative o quant’altro, rendendolo parte integrante della città: nonostante questo, forse, per i vecchi senesi resterà sempre “il manicomio”.

Lucia Cherubini

NOTA: tra le fonti che ho consultato per il mio articolo, consiglio la lettura del testo “San Niccolò di Siena. Storia di un villaggio manicomiale“, a cura di Francesca Vannozzi (ed. Mazzotta) e la visione del documentario “La vita chiusa“, reperibile qui. Ho inoltre citato “Centro di igiene mentale” di Simone Cristicchi (ed. Mondadori).

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