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21/05/2018
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Wu Ming1 e Roberto Santachiara -Point Lenana

Nel recensire un libro come Point Lenana ci si sente un po’ inadeguati.  Leggerlo è stato un perdersi volontario in un labirinto di storie pieno di pertugi;  in ognuno di questi si rendeva necessaria una sosta di pochi minuti o di molte pagine per illuminare quell’angolo, indagarlo a fondo e magari passare in rassegna i documenti, le narrazioni e i fatti sulla base dei quali è stato ricostruito.

 Point Lenana ha un chè della Divina Commedia, è un romanzo di ascensione faticosa verso l’alto, verso lo vetta, verso la Punta Lenana con i suoi 4985 m., ma quest’impresa è un attimo; il Paradiso dal cielo terso, l’aria pura e quella soddisfazione di essere finalmente arrivati è sfuggente, inafferrabile. Il percorso, quello sì ha un suo peso, una propria forma, un proprio tempo e conduce il lettore a guardare negli occhi l’Inferno e a capire che esiste anche un  Purgatorio.

Point Lenana è un  «oggetto narrativo non identificato» e racconta la storia della stra-ordinaria impresa di Felice Benuzzi.

Felice è un giovane triestino che nel ’42 si trova ad Addis Abeba come funzionario della segreteria del governo centrale dell’AOI (l’Africa Orientale Italiana).  Il 20 gennaio del 1941, il legittimo Imperatore Hailè Salassiè rientrava in Etiopia dal Sudan e nello stesso giorno il generale britannico Cunnigham e le sue truppe invadevano la Somalia italiana.
È il momento in cui quelle che erano state le colonie italiane in Africa diventeranno EX-colonie.
Il castello dell’ impresa colonialistica si sgretolerà  come fosse di sabbia e Eritrea, Somalia ed Etiopia passerrano sotto l’egida inglese. Come gli altri funzionari italiani, Felice e la sua famiglia diventano “prigionieri di guerra”. Lui viene sballottato tra vari  campi di detenzione per POW (Prisoner Of War) finchè nell’aprile del ’42 arriva alla «soglia del campo che ci era stato detto sarebbe stato il campo definitivo. Definitivo: che parola terribile!». Si tratta della località di Nanyuki a una trentina di chilometri ad est del Monte Kenya.

Il monte Kenya.

Sarà il punto in cui convergeranno non solo questo “oggetto narrativo non identificato”, ma forse l’intera esistenza di Felice Benuzzi e anche la curiosità che ha spinto Wu Ming 1 ad accettare di raccontare questa storia “un po’ da fasci”. Storia che non è solo biografia di  Benuzzi, ma è una storia di montagna, di montagne. Non solo, è anche una storia di irridentismo. Per usare una bella formula: storia di “cime irredente”.

 Se Felice non fosse stato un alpinista, se appena dodicenne suo padre non l’avesse svezzato con  un’ascensione al Monte Nero di Caporetto (2245 m.),un’incompiuta, e se non fosse nato nell’ancora asburgica Trieste da padre irredentista e mamma  austriaca probabilmente questa vicenda non sarebbe mai stata raccontata e Felice non avrebbe mai raggiunto Punta Lenana.

Punta Lenana.

Al campo POW di Nanyuki un mattino  finalmente si interrompe lo scrosciare pesante della stagione delle grandi piogge, il cielo si schiude e tutto ad un tratto lì, all’orizzonte si staglia maestoso il Monte Kenya. La forza magnetica e viscerale che lega l’alpinista alla roccia scatenerà il progetto.

-Presto alzati! Si vede il Monte Kenya!Se non ti spicci si copre di nuvole.-

-Com’è?- risponde Benuzzi a Umberto, il compagno di baracca, mentre si allaccia le scarpe.

-Ha qualcosa del Monviso, Ma lo batte.-

L’incanto. La folle idea. Evadere dal campo, salire in vetta e alzare una bandiera italiana.

Quest’impresa  verrà realizzata sei mesi dopo dal nostro Felice Benuzzi e da un altro ex alpino di Genova prigioniero nel campo, Giovanni Belletto detto Giuàn con l’aiuto di un terzo, Enzo Barsotti di Lido di Camaiore. Con un’attrezzatura inesistente e raffazzonata, pochissimi viveri e nessuna cognizione topografica del monte (se non lo schizzo della parete ovest disegnato sull’etichetta di una scatola di carne) i tre cominciano la marcia nella foresta verso il Monte Kenya.  Si aprono a loro 17 giorni di libertà, di fatica e di umanità finalmente ritrovata dopo mesi di animalesca prigionia. Un’«azione concentrata» che termina con l’impervia discesa e il ritorno al Campo base in tempo per l’appello mattuttino.

Felice racconterà quest’avventura nel suo romanzo redatto in due versioni: quella italiana, Fuga sul Kenya e quella in inglese, No Picnic on Mountain Kenya.  Se quest’ultima è stata apprezzatissima dal pubblico dei lettori della “Perfida  Albione”, il romanzo italiano,ovviamente,  non è mai uscito dalla nicchia della “letteratura di montagna”.

Roberto Santachiara, agente letterario,  ha convinto Wu Ming1 a leggerlo e a cercare di capirlo. Non solo, Santachiara ha trascinato il poco sportivo e fiducioso Wu Ming 1 a ripetere l’impresa di Felice e Giuàn, a inerpicarsi sù fino alla Punta Lenana. In questo libro tout se tient.

Quella bandiera tricolore che sventola su un monte straniero, quella folle idea di rivendicare la libertà  per un tempo circoscritto e di sentirsi, in Kenya, come in Val Rosandra e quell’anelito a una nuova avventura, a una nuova cima da scalare per  essere chi si è e chi si è sempre stati: queste poche immagini bastano ad accantonare qualsiasi interpretazione fascistico-patriottica della vicenda.

Tuttavia per inquadrarla, per raccontare come mai da Trieste Felice Benuzzi si trovasse in Africa,  Wu Ming 1 ci accompagna mano nella mano in quel percorso che è la Storia.

Il punto di partenza è quella Die Katastrophe, l’addio all’Impero Austro-ungarico dopo Vittorio Veneto nel 1918: gli abitanti di lingua tedesca e gli affezionati all’Impero ormai morto partono in massa da Trieste e la famiglia Benuzzi invece vi entra.
Trieste non è un luogo come gli altri in cui nascere: è un crocevia di popoli che parlano italiano, tedesco e slavo. È una terra di montagna e di mare in cui prima dell’annessione formale allo Stato Italiano c’è un dibattito mai sopito tra asburgici, irredentisti che bramerebbero completare il Risorgimento e razzisti che vorrebbero concretizzare quello sdegno verso  i s’ciavi, gli sloveni e i Croati loro concittadini e vicini di casa. Si rincorrono e scontrano nelle piazze,nei salotti e nelle pagine di giornale le voci di Stuparich, Vivante,Timeus e Slataper.
Il primo covo di odio razziale in un trentennio che ne farà il proprio state of mind sono proprio queste terre irredente. Lo sono ancora, irridente, perché il neo Stato Italiano dopo l’unità d’Italia bramerebbe un “Posto al sole” più che uno sul “Litorale”, die Küstenland (come gli austriaci chiamavano la Venezia Giulia). Riprendersi Trento e Trieste non è sicuramente per l’Italia il pensiero dominante. Oltre il Mediterraneo  lo scramble for Africa è iniziato e L’Italia è rimasta indietro.
Vorrebbe vedersi potenza imperialista come l’Inghilterra e la Francia che le soffia la Tunisia, ma si ritrova con un pugno di mosche in mano e si affida speranzosa ad un’alleanza con Austria e Germania: a ribadire che Trentino e Venezia Giulia possono, dunque, rimanere dove sono.
Tuttavia ci stiamo avvicinando al secolo breve, l’era dei grandi cataclismi: l’11 marzo 1896 la disfatta di Adua, la stasi di ogni velleità, fino alla revanche libica che probabilmente fece sentire l’Italia pronta a compiere grandi cose: creare un Impero coloniale e acquistare il massimo prestigio portando a termine l’Unificazione.

«Colonialismo e irredentismo giuliano», «l’Africa e Trieste».

Point Lenana getta molto sensatamente questo lungo ponte  tra due Geografie , Storie ed Eventi così diversi che Felice Benuzzi, inconsapevole protagonista di entrambi, percorrerà nei due sensi più e più volte.

Il razzismo  contro gli slavi, la loro esclusione dalla vita lavorativa e civica, l’italianizzazione  forzata delle ex terre irredente multiculturali e plurilingue per DNA: tutte esperienze che, mutatis mutandis, arriveranno in Africa sempre al seguito delle truppe fasciste con l’aggravante di vere e proprie stragi verso i nativi, gravi forme di apartheid, ruberie, utilizzo scorretto di iperite e gas tossici come strumenti non solo per sconfiggere il nemico, ma per testimoniare il più assoluto senso di superiorità e disprezzo nei suoi confronti.

L’Africa e Trieste dunque come due funi che si stringono in un nodo, ma per renderlo perfetto e impossibile da sciogliere resta da chiamare in causa un’altra fune, anzi una corda. Questa è quella delle infinite cordate sui monti della Venezia Giulia, del Friuli e delle vicine Dolomiti fino ad arrivare all’Everest, al Kilimangiaro e alle montagne della Nuova Zelanda.

La montagna è la quadratura del cerchio, il minimo comune denominatore di molte delle vicende fasciste del ventennio, della risposta antifascista che lo atterra e anche della vita di Felice Benuzzi.

L’alpinismo in sé diventerà uno degli sport più strumentalizzati dai gerarchi fascisti  e meta delle escursioni domenicali sponsorizzate dal Regime; il Cai, nato nel 1863, sotto la guida di Manaresi  riceverà fama e fondi per aprire nuovi percorsi, costruire rifugi e bivacchi e lo stesso Duce si farà ritrarre con gli sci rigorosamente a torso nudo in pieno inverno.
Point Lenana, però, ci racconta anche di un’altra esperienza di montagna che non fu quella fascista, ma quella autentica, dei grandi nomi che affrontarono le Alpi italiane, degli amici che si ritrovavano ogni fine-settimana per arrampicarsi sulle tanto desiderate rocce e posare per primi il piede su cime vergini e ancora senza nome. Personaggi che fanno parte  dell’infanzia, dell’adolescenza e della vita adulta di Felice Benuzzi , triestino amante dei monti.  Wu Ming 1 attraverso la biografia di quest’uomo ci racconta sì della grettezza del Duce, dell’avidità di Badoglio e dell’ottusa violenza di Graziani, ma anche della grazia di Emilio Comici, della drammaticità di Julius Kugy e di altri eroi con la corda in mano e in vita che la guerra ha in molti casi sostituito con una baionetta.

Ma solo fino alla prossima montagna da scalare.

Valeria Nitti

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