23/05/2019
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Il processo di Franz Kafka

Il libro di questo mese non è certo uno dei più “leggeri” ma, del resto, anche questo maggio ha la tetraggine di febbraio.

Il processo di Franz Kafka è uno di quei libri che trova in tutte le librerie, o quasi, un posto: magari sul ripiano alto ed impolverato, quello dei libri che si devono avere per forza o che si sono letti per la scuola. Ho riletto Il processo di recente, in occasione di un corso monografico sullo scrittore praghese e, al nostro secondo incontro, sono rimasta così sorpresa che non ho potuto fare a meno di accaparrarmi questo piccolo spazio per parlarvene.

Questo romanzo venne pubblicato un anno dopo la morte di Kafka, nel 1925, ed è considerato dai critici un romanzo perlopiù incompiuto; la sua gestazione era cominciata nel 1914 ed era stata per così dire terminata nel 1915, gli anni del conflitto mondiale. Franz ne aveva scritto di getto il primo e l’ultimo capitolo e, rinchiusosi dentro questa cornice, decide di scriverne freneticamente e senza arrestarsi tutto l’interno. I dieci capitoli che compongono il romanzo vengono tramandati in fascicoli disordinati, nettamente si riconoscono solo il primo, che comincia con l’arresto del protagonista, e l’ultimo. L’ipotesi di incompiutezza è stata avanzata in seguito al fatto che al suo interno le azioni e la trama non si svolgono sempre in maniera consequenziale, anzi, alcune parti ci appaiono come prive di sviluppo.

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato. 

Così inizia il racconto. Un incipit che sembra pervaso dalla totale insensatezza e che fa sorgere immediatamente una serie di domande alla quali difficilmente troveremo risposta, ma che fa divorare con voracità una pagina dietro l’altra. Sappiamo pochissimo del protagonista, i connotati che sono forniti da Kafka non riescono nemmeno a dare un volto o un aspetto a questo personaggio, al contrario della sua interiorità, delle sue ansie e delle sue paure che vengono scandagliate in maniera approfondita. La vicenda di Josef K. ricopre l’arco temporale di un anno interno: dal suo trentesimo compleanno (giorno dell’arresto) al, trentunesimo, giorno in cui verrà processato. La colpa? Ignota, perfino al “tribunale”.

Negli anni, Il processo non si è sottratto alla sua natura di testo dalla difficile interpretazione, e proprio per questo motivo il romanzo si presta ad una miriade di interpretazioni, tutte diverse. Il primo a tentare di darvi un senso è un intimo amico di Kafka, Max Brod, che riduce l’intera opera ad un unico grande tema: quello della colpa. Josef K. non ha la benché minima idea del perché sia stato arrestato ma nel tentativo di scoprirlo si compromette sempre di più, fino a che, nella sua monolitica convinzione di essere assolutamente innocente, cominceranno a comparire delle crepe. Senza difficoltà seguiamo il protagonista per scale scricchiolanti che portano a  soffitte polverose che si rivelano essere uffici, lo accompagniamo per luoghi affollati da gente avvolta nell’anonimato, ci addentriamo in tribunali dove la sporcizia è tangibile. Non sappiamo perché ci troviamo lì e cosa stia accadendo. Come Josef K., passiamo la maggior parte del tempo a chiederci perché tutto ciò stia accadendo: ogni cosa sfugge completamente dal nostro controllo ma soprattutto alla nostra comprensione.

Come tutti gli uomini, difficilmente ci arrendiamo davanti l’insensatezza e immediatamente cominciamo a costruire le nostre dietrologie, sovraccaricando ogni cosa, situazione o personaggio di un significato allegorico o che possa in qualche modo spiegare l’assurdo.

Santo cielo, possibile che lei non sappia rassegnarsi alla situazione, e che anzi faccia del suo meglio per irritarci inutilmente? 

 Esattamente come Josef K. non riusciamo a rassegnarci.

Assurdo è un termine che spesso viene associato ai racconti di Kafka e che non facciamo fatica a pensare anche in relazione a questo romanzo; diciamo “assurdo” e ci distacchiamo automaticamente, ritenendo tutto ciò che abbiamo letto irreale. Andando più in profondità però, se ci soffermiamo a pensare: a chi non è mai capitato una volta nella vita di sentirsi infimo come un insetto (vedi La metamorfosi), o di avvertire disapprovazione da parte dei genitori come nel caso de Il verdetto, o ancora, a chi non è mai capitato, così come a Josef K., di essere messo nella condizione di sentirsi in colpa per qualcosa, ma non sapere esattamente per cosa.

Franz Kafka, parla continuamente di noi, e lo fa conducendoci in castelli abitati da tutte le nostre più grandi paure.

P.S. Nel 1962 Orson Welles ha messo in scena Il processo dall’omonimo romanzo, con Anthony Perkins nei panni di Josef K.: è bellissimo!

C.C.

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