17/09/2019
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Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello

Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando-vivendo-non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell’uno lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no

Uno, nessuno e centomila fu pubblicato nella sua versione completa nel 1926 dal figlio primogenito di Luigi Pirandello, Stefano. L’autore lavorò a questo libro per ben quindici anni, dal 1909 al 1925, quando fu pubblicato a puntate nella rivista La fiera letteraria. La redazione di tale opera rappresentò per l’autore un enorme sforzo intellettuale, poiché egli non solo doveva scrivere, ma anche convivere con ciò che aveva scritto, accettare di essere partecipe del dramma che stava narrando, e cercare di non perdere la lucidità e restituire quella realtà pensata nella maniera più nitida possibile.

La grandezza di questo autore sta proprio nella consapevolezza con cui ci descrive una visione della natura umana dolorosa da accettare in primis per lui stesso. Il libro in questione rappresenta la summa del pensiero pirandelliano, una sintesi efficace di un pensiero integro, sistematico, che ammette variabili  ma che non cambia prospettiva. I libri di Pirandello coniugano in modi diversi le medesime tesi filosofiche. In quest’opera esse sono messe in primo piano, a scapito della trama vera e propria del libro a cui viene affidata una funzione ancillare.

L’argomento principale del romanzo è il sentimento di scissione della complessa personalità umana, in centomila parti che non collimano, che non coincidono, che non possono convivere; sentirsi diversi da come ci rappresentiamo, da come gli altri amano figurarsi e poi stupirli quando compiamo un’azione che non corrisponde alle aspettative di cui essi ci avevano caricato. Nessuno è veramente se stesso davanti agli occhi degli altri, ma nemmeno davanti ai propri occhi, ma è le centomila personalità che raccoglie dentro di sé, e quindi non è veramente nessuna di esse, non si può identificare veramente in nessuna di esse. A ognuno è stato assegnato un nome, che poteva essere diverso, perché quel nome non dice assolutamente nulla del carattere dell’individuo, nasce solo dall’esigenza umana di categorizzare, di schematizzare, di inserire l’ignoto entro un circuito già conosciuto e quindi rassicurante.

Il protagonista del libro, Vitangelo Moscarda è in fondo, un uomo comune, che conduce una vita comune, della quale però un giorno realizza di non essere mai stato veramente il protagonista, ma solo una docile pedina mossa dall’interesse degli altri, motivo per cui decide di recidere qualsiasi vincolo con la propria realtà di figlio e marito. Annullare tali vincoli gli permette di acquisire libertà e indipendenza, ma al contempo lo tramuta in un nessuno per se stesso e per gli altri.
Questo, è il dramma che tormenta Vitangelo Moscarda, che un giorno contemplandosi il naso allo specchio si accorge che questo gli pende verso destra. Questo dettaglio di per sé forse insignificante, diventa determinante per il protagonista, che a partire da quel piccolo dettaglio mai notato prima del ventottesimo anno di età, mette improvvisamente in discussione tutto se stesso

Quello di Vitangelo Moscarda è uno dei drammi che fanno della natura umana un complesso groviglio inestricabile di pensieri ed emozioni costantemente in lotta, che non riescono ad essere sintetizzati. Pirandello ci mostra l’incoerenza, l’inconsistenza della natura umana che è la cifra della sua precarietà non solo corporea, ma anche psichica. L’uomo è di per sé una creatura mortale, che ha un tempo limitato per acquistare e dare senso, ma anche mentre vive non può per sua natura, acquisire un’identità perché di per sé non è niente, non è nessuno. Questa è la tragedia dell’uomo contemporaneo, che Pirandello svela nella sua ineluttabile nudità, poiché la condizione esistenziale umana non può essere vinta, può solo essere riconosciuta ed accettata.


Pirandello in tutta la sua produzione, dimostra di accettare la vita anche e soprattutto nel suo non senso, e lo fa attraverso l’efficace strumento dell’ironia, un’ironia cinica che tende a svelare il ridicolo, il grottesco dei comportamenti umani. L’ironia è quindi indispensabile per sopportare la pesantezza dell’esistenza umana, è la chiave di lettura di una realtà costruita a misura d’uomo ma che non riesce a contenerlo, ma che anzi lo affonda nell’inquietudine della solitudine. Alla fine del libro trova spazio una commovente prefazione dell’amato figlio primogenito dell’autore Ninnì, il quale racconta al lettore quanto la gestazione di quel libro in particolare, fosse stata per il padre un processo tortuoso, non privo di ostacoli, durante il quale aveva definitivamente preso coscienza di sé.

Questo libro determinò la vita del suo autore, poiché rappresenta una viaggio di non ritorno nella propria autocoscienza, che coinvolge nella medesima misura l’autore e il lettore. Una volta concluse le sue pagine, il lettore non può che sentire cambiata la propria percezione del mondo, e delle persone che partecipano al gran teatro che è la vita.

                                                                                                                       Chiara Celeste Nardoianni

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