15/07/2019
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Raccatum Band – In Fissa Senza Dimora

Sul loro sito si autodefiniscono una «band multietnica di homeless e non». Sono la Raccatum Band.

Come suggerisce il nome, sono un gruppo aperto e flessibile, che credo abbia fatto di questa caratteristica un elemento di forza. Mi pare in gran forma, infatti.

«Eravamo tanti, ora siamo meno. A volte ritornano, a volte no. La porta è sempre aperta a chiunque voglia provare, stonato, suonatore o vagabondo part-time».

Io li ho sentiti a Trento nella loro piazza, piazza Dante.

Ascoltandoli mi sono venuti i brividi. Le emozioni erano palpabili, per chi era all’ascolto e credo anche per chi stesse suonando sul palco. E questa cornucopia emozionale del live arriva anche ascoltando l’album, cosa affatto scontata!

È uscito quest’anno e contiene 12 tracce che ti costringono a rimanere all’ascolto, per non perderti nulla. Aiuta in questo anche lo stile schietto delle registrazioni, caratterizzate da sonorità dirette dove, accanto alla chitarra acustica, all’armonica e alle percussioni, s’inseriscono in modo ben studiato strumenti come il flauto e il didjeridoo.

Discorso simile per quanto riguarda le voci: colpiscono i cori e le seconde voci, dolci, che sembra abbiano l’obbiettivo di mitigare la potenza del testo cantato dalla voce solista. Le parole contenute in questo album, infatti, travolgono più di un montante di Mohammed Alì.

«Il tratto peculiare che ci distingue da una qualunque altra band è che le nostre canzoni vengono dalla strada, vista, vissuta e percepita».

Canzoni dense e vive. Parlano di marginalità, di «cambio di prospettiva», fanno presa per il culo (come in «Tutto orighinàl») e regalano riflessioni esistenziali sotto forma di metafore e similitudini («biciclette come vite inceppate / la catena che non gira più / biciclette come catene inceppate / la vita che non gira più»).

Chiude l’album la ” ballata di povera gente” una belle poesia di Don Dante Klauser, recitata con sottofondo di chitarra, che potete leggere qui.

 

Do uno sguardo all’interno della copertina, dove sono stampate alcune frasi e versi presi dalle canzoni. In basso a destra leggo: «Homeless che scoreggia sul blues».

Rileggendola mi accorgo che la parola finale in realtà è “bus”.

Fa nulla.

Per me rimane blues, perché questo album lo è profondamente, i membri della Raccatum Band lo sono fino al midollo. Mi spiego: non per quanto riguarda le sonorità o le famose 12 battute, ma per quello che ci sta prima e che è essenziale: l’attitudine, l’emozione.

Ma non mi riferisco esclusivamente all’immagine del viandante dal mood malinconico, al dolore quotidiano vomitato accompagnandosi con una chitarra. Si va oltre tutto ciò. Gli si gira intorno, ai clichè e al blues: si fa ironia, si sfotte e – cercando di sopravvivere – in fondo si vive appieno. Insomma, la frase che ho citato (male) sopra è vera: questi artisti sul blues ci hanno scoreggiato, eccome.

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